Terza Parte2020-01-11T20:16:10+02:00

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La lettera dal carcere e parenesi, Fil 1, 12-30

La struttura della sezione che diviene oggetto della nostra lectio e della nostra preghiera di questa sera è molto semplice.

I vv 12-26 sono una unità letteraria molto chiaramente riconoscibile e che potremmo intitolare così: la famosa “lettera dal carcere” o anche “comunicazioni personali”;

per altro potremmo anche distinguere:

i vv. 12-20 la situazione e le emozioni di Paolo,

i vv 21- 26 il discernimento di Paolo circa il futuro;

I vv 27-30 sono una esortazione, anch’essi sono molto semplicemente riconoscibili e si capisce subito che il tono muta rispetto a quello usato nella precedente sezione della lettera.

Come si vede una struttura molto semplice, ma, al tempo stesso, molto ricca e densa, perché è uno dei passi delle lettere di San Paolo in cui l’apostolo si confida e affida alla parola scritta quello che sente dentro di sé.

Vv. 12-20. Come premessa generale potremmo dire che quelle di San Paolo non sono parole di un racconto obiettivo ma, piuttosto, un insieme di stati d’animo. Paolo non scrive quello che accade in carcere, non descrive come è la sua vita in carcere, ma quali sono gli stati d’animo che sono in lui in questo momento preciso della propria esistenza. Potremmo dire che San Paolo si dilunga su quali siano le risonanze interiori che porta in lui lo stato di vita a cui è costretto al momento, con l’intento preciso di rassicurare i Filippesi, che gli sono profondamente legati, circa la sua salute.

In questo modo di procedere, San Paolo, mette ben chiaro che non gli interessa tanto la sua salute e nemmeno la sua sorte, quanto, piuttosto, il progredire del Vangelo e le sorti dell’Evangelizzazione che, anche attraverso di lui, ha preso piede a Filippi come, del resto, in molte altre parti dell’Asia minore e della Grecia. Potremmo dire ancora che è il bene della comunità di Filippi quello che sta a cuore a San Paolo, tanto che vorrebbe che il suo arresto e le sue catene divenissero, per tutti, incentivo maggiore a credere e a dedicarsi all’evangelizzazione con la propria vita e con il proprio comportamento.

Con questo modo di procedere Paolo dimostra così che, anche in carcere, egli è l’apostolo, che, dimentico di sé e della propria vita, si preoccupa solo della chiesa e dell’evangelizzazione. Nonostante sia un brano molto autobiografico e nel quale si comprendono bene, come abbiamo detto, le sue emozioni, San Paolo non viene meno nell’affermare chiaramente il suo ruolo. È molto probabile quindi che Paolo usi le udienze che vengono concesse a coloro che riescono ad andare a trovarlo come un pulpito per la predicazione del Vangelo. Un uditorio abbastanza ampio, mentre è in carcere, può godere della sua predicazione e comprendere che, ciò che sta a cuore dell’Apostolo è solamente la predicazione del Vangelo e il bene della chiesa. Paolo cerca così di infondere coraggio, perché tutti prendano spunto dalla sua situazione e dalle sue catene e riescano a rendere più forte la propria partecipazione alla vita della chiesa, all’Evangelizzazione, e si premurino di comprendere che, anche dalla loro testimonianza, passa la conformità al Vangelo di Cristo. Sullo sfondo della predicazione di Paolo c’è un grande esempio dell’antico testamento: Giobbe. Giobbe è colui che è colpito da una malattia terribile, una piaga che lo ricopre interamente dalla testa ai piedi mentre è chiara in lui la consapevolezza della sua innocenza. Giobbe prega Dio in questa sua situazione e chiede che sia chiara la sua innocenza, chiede che emerga che il suo soffrire non è vano. Quella di Giobbe è la parabola della sopportazione e della speranza. Sono questi i sentimenti di San Paolo che, incurante della propria salute e della condizione fisica nella quale egli si trova, continua a sperare in una sua liberazione ma solo in ordine ad un ulteriore impegno per la predicazione e per il bene della chiesa. Paolo attende e spera, come Giobbe. Quella di San Paolo è una posizione molto diversa da quella della filosofia greca, che aveva già elaborato il concetto della sofferenza espiatrice. Molti filosofi avevano già scritto che, nelle loro sofferenze, si purificava la loro esistenza e, dunque, proponevano un’accettazione passiva del dolore e della sofferenza in quest’ottica. Paolo ha un altro punto di vista. Poiché è unito a Cristo, il suo soffrire è unione alle sofferenze di Cristo e la sua sofferenza diventa offerta, perché le sofferenze di Cristo possano avere quasi un completamento in vista della redenzione universale di tutti gli uomini. Proprio perché Paolo è unito a Cristo, egli resiste! La sua non è una vita passiva, una sopportazione passiva della sofferenza che, come una piaga, prima o poi colpisce tutti. La sua è un’attiva offerta a Cristo per il bene della Chiesa.

Vv 21-26. Di qui si capisce il dilemma di Paolo. Cosa è meglio: morire per essere definitivamente con Cristo oppure rimanere e continuare lo sforzo di predicazione del Vangelo perché tutta una comunità trovi salvezza? Paolo sa bene che l’esito della sua prigionia potrebbe anche essere la morte. Egli vive in un tempo in cui i cristiani sono fortemente perseguitati e sa bene che la sua posizione di cittadino romano non lo salverà dall’accusa di essere uno che ha abbandonato la fede dei padri per divenire un sobillatore del popolo con la nuova dottrina cristiana. Ormai Paolo è convinto che questa, un giorno, sarà la sua fine. Si domanda però se è quello il tempo in cui tutto questo dovrà accadere. Nel tentare la sua risposta, Paolo non si lascia impressionare da quello che sta accadendo, né da quello che potrebbe essere il maggior bene per lui. Piuttosto, nel suo discernimento, ancora una volta egli si domanda cosa è meglio per la chiesa. Se, infatti, egli dovese ragionare solamente con il criterio di cosa è meglio per lui, la risposta sarebbe chiara: morire! Morire perché significherebbe essere per sempre di Cristo e con Cristo, terminare le proprie fatiche, esprimere la piena conformità al Maestro, trovare quella pace che la vita non può concedere. È la prospettiva della speranza cristiana. È la prospettiva della vita eterna che diviene desiderio pieno di essere come Dio. Paolo comprende però che la chiesa non è ancora abbastanza salda, non è ancora in grado di camminare senza l’aiuto degli apostoli, della loro predicazione, della loro parola. Per questo si dice pronto a continuare la sua esistenza, della quale non si deve vergognare, vista l’adesione a Cristo e la nuova prospettiva di vita che Cristo ha infuso in lui. Paolo si dice pronto a rimanere e a sopportare ciò che il tempo gli riserverà, convinto com’è che quella dimensione di offerta a Dio sarà per lui occasione di testimonianza grande e di vera e piena conformazione a Cristo. Quella che Paolo esprime è una scelta preferenziale a favore dei Filippesi e di coloro che devono trarre forza dalla sua predicazione. In questo Paolo si sente sostenuto da una preghiera di intercessione costante che dalla comunità di Filippi, come anche da altre comunità visitate ed edificate dall’Apostolo, si eleva per lui. Ecco il discernimento di Paolo che, in sintesi, potremmo dire, è sostenuto non dalla ricerca di cosa è meglio per la sua persona, ma cosa è meglio per la comunità.

Vv 27-30: l’esortazione. Dopo la parte informativa, ecco l’esortazione per tutta la comunità. Dopo aver detto di sé, del suo comportamento, delle sue emozioni e delle sue scelte, Paolo si rivolge alla comunità, perché sappia cosa fare e sappia come vivere pur in un momento difficile della sua storia. Di per sé le unità di questa esortazione sono 4:

  1. 1, 27-30 la lotta per la fedeltà al Vangelo e l’unione ecclesiale;
  2. 2, 1-11 l’esempio di Cristo e l’inno cristologico
  3. 2, 12-18 le raccomandazioni del prigioniero
  4. 2, 19-30 la missione di Timoteo ed Epafrodito

Questa sera noi ci limitiamo solo alla prima parte, dal momento che l’inno cristologico, che è anche uno dei centri focali della lettera, sarà il cuore della prossima lectio.

In questa parte dell’esortazione, emerge chiaro ciò che Paolo pensa della comunità. Essa è sotto un duplice fuoco. Un fuoco interno: i diffamatori, i nemici del Vangelo, coloro che sembrano credenti ma che non lo sono, coloro che hanno cercato un interesse personale nel Vangelo e nella sua predicazione. Il giudizio è molto forte e assai negativo. Tutti costoro sono coloro che rovinano una comunità, sono coloro che, non amandola, non possono edificarla.

Un fuoco esterno: gli accusatori, coloro che, non avendo credito alla predicazione del Vangelo, sono sempre pronti a criticare la chiesa qualsiasi cosa faccia, qualsiasi scelta prenda. Dobbiamo ricordare che la chiesa è piccola, è un gruppo minoritario e che viene guardata con forte sospetto da molti, specie da coloro che non vogliono il diffondersi della parola di Cristo.

Di fronte a questa situazione ecco l’esortazione: occorre avere una vita degna di Cristo. Ciò che Paolo richiama è una scelta di coerenza: l’adesione al Vangelo è scelta impegnativa, non è solo questione di culto. La comunità di Filippi è immersa in un contesto culturale dove tutti chiamano “signore” l’imperatore e obbediscono alle sue leggi. Il cristiano è diverso. Egli è chiamato a riconoscere Cristo come Signore, con tutte le conseguenze che derivano da questa scelta di fede. Se il cristiano dice “Cristo è il Signore”, la sua professione di fede deve poi divenire reale. Il suo comportamento deve essere come quello di un soldato che si prepara per un combattimento e la chiesa deve essere come un esercito pronto alla lotta. La lotta per la coerenza, la lotta per i propri principi, costi quello che costi, la lotta per dire a tutti che la propria fede non è solo questione di culto, ma radicale rinnovamento della persona, del modo di pensare, del modo di comportarsi.

C’è però anche un’altra consapevolezza di Paolo in questa esortazione: tutto è nelle mani di Dio. Se è vero che Paolo è preoccupato per le sorti di una comunità giovane e non ancora radicata del tutto in Cristo, la sua preoccupazione non diviene ansia né, tantomeno, disperazione. Egli sa che tutto è nelle mani di Dio e che, quindi, tutto passerà attraverso la sua volontà. Il cristiano sostiene la lotta e anche la sofferenza che viene dalla fede. La sofferenza della solitudine, la sofferenza di essere piccolo gruppo, la sofferenza del sentirsi solo in mezzo ad un contesto culturale che va da un’altra parte… e molte ancora. Tutto questo diventa possibile perché Dio sostiene con la sua grazia. Il credente, che è sempre sostenuto da Dio, sa bene che tutto diventa accettabile purché si compia la sua volontà. Ciò che conta è che il progetto di Dio si compia e la corsa del Vangelo non termini.

Meditatio.

Trovo moltissimi gli spunti di meditazione per noi. Ne provo a trovare alcuni:

  1. la capacità di raccontarsi, di dire di sé e delle proprie emozioni a partire dalla propria fede. San Paolo racconta di sé e della propria situazione a partire dalla propria fede e lascia che tutto, anche le sue mozioni, siano illuminate dal Vangelo. anche per noi le emozioni contano molto, anzi, credo che l’agire emotivo oggi sia portato avanti con grandissimo peso! Noi tutti diamo molta importanza alle nostre emozioni e, spesso, l’agire di tutti noi è in balia delle emozioni che, invece di controllare ed ordinare, lasciano sgorgare dal nostro cuore un po’ come viene. Il primo insegnamento di Paolo è che il cristiano non fa così, il cristiano non è un emotivo, il cristiano non lascia sgorgare le sue emozioni senza filtri. Paolo sa bene che un emotivissimo esasperato è, di per sé, contrario alla fede. Ecco perché mette ordine nelle sue emozioni alla luce del Vangelo e, poi, comunica queste sue emozioni facendole diventare, addirittura oggetto della sua predicazione. Credo che questo primo pensiero aiuti noi a verificare le nostre emozioni, l’ordine interiore che ci diamo, le fatiche che dobbiamo sopportare anche in questo, le sconfitte che subiamo in un mondo che esaspera, come abbiamo detto, le emozioni di ciascuno.
  2. Paolo, abbiamo detto, trova nella sua condizione di vita e nelle emozioni che vive, un pulpito favorevole per dare prova della sua esistenza cristiana e facendo del suo esempio una predicazione. Anche per noi è così. Le condizioni di vita che ci capitano, possono essere un punto favorevole per evangelizzare. Ci sono molte persone che, avendo accettato la loro concreta situazione da vivere, con i suoi pesi, con le sue difficoltà, con i suoi problemi, danno prova della loro mentalità cristiana e, di fatto, evangelizzano con il loro esempio. Per contro chi non accetta la propria situazione, e ci sono molti cristiani in questa situazione, non dà prova di virtù cristiana e, spesso, la non sopportazione, lo squilibrio interiore, danno origine a quella sorta di lamentazione continua che invade il cuore di molti e che diviene una contro testimonianza ai valori del Vangelo. Il simbolo di questa mancata accettazione e della fatica che ne deriva è quella sorta di lamentazione continua che invade il cuore di molti credenti. Forse anche noi, qualche volta, siamo in questa situazione.
  3. Il discernimento cristiano, ci ha insegnato che, per Paolo, non corrisponde mai al domandarsi solamente cosa è bene per me, ma diventa occasione per interrogarsi sulla propria vocazione e su ciò che è bene per la mia anima secondo Dio, su ciò che è bene per la mia comunità in vista dell’evangelizzazione, su ciò che è bene per la Chiesa di cui faccio parte. Forse, dobbiamo ammetterlo, tutti noi pensiamo prima a cosa sia meglio per noi, nei nostri discernimenti, raramente siamo capaci di domandarci cosa è meglio in vista del Vangelo e per la vita di tutta la comunità. San Paolo ci spinge, quindi, a prendere in mano sul serio la nostra scelta cristiana, per vivere con maggior appartenenza comunitaria quello che è l’esito della nostra fede. Impariamo a comprendere quali possono essere i criteri con cui operiamo un discernimento cristiano.

Anche noi siamo invitati a vivere una vita degna di Cristo. Anche a noi è chiesto di fare della nostra professione di fede un autentico momento di revisione della nostra esistenza, per non essere coloro che professano Cristo a parole, ma, poi, vivono come se Cristo non esistesse. La coerenza cristiana è richiesta anzitutto a noi, anzi, proprio noi che viviamo questi momenti di formazione più intensi, abbiamo poi il dovere di vivere con coerenza la nostra vita e la nostra adesione al Vangelo. Potremmo dire che anche San Paolo ci aiuta a comprendere che c’è una “differenza cristiana” che riguarda ciascuno di noi e che deve divenire occasione per vivere bene la nostra identificazione al Vangelo.

Ruminatio.

  • Sulle emozioni:
    • come vivo le mie emozioni?
    • Sono uno che sa dare un ordine interiore alle proprie emozioni o il mio agire è perennemente viziato da esse?
    • Il vangelo, la fede, sono un punto fermo a cui guardare per dare ordine alle emozioni?

    Sull’evangelizzare con il proprio esempio:

    • Sono uno che si lamenta per tutto?
    • Sono uno che sa vivere ciò che capita nella vita con quel vivo senso di fede che mi porta a credere che tutto viene da Dio e che tutto è utile alla sua manifestazione?
    • Sostengo le fatiche e i pesi della vita convinto che il Signore è con me e mi aiuta o dò una contro testimonianza perché faccio pesare le mie fatiche sentendomi perennemente solo?

    Sul discernimento:

    • Si fa un gran parlare di discernimento, ma quali sono i criteri con cui opero il mio discernimento cristiano?
    • Come la fede illumina il mio discernere in forza del Vangelo?

    Sull’esortazione:

    • La mia vita è degna di Cristo?
    • Sono coerente con i valori del Vangelo?
    • Dove emerge maggiormente la mia incoerenza? In che cosa faccio più fatica?

Contenplatio.

Cerco di contemplare, alla luce della Santa Eucarestia che viene ora esposta, che il Signore chiede a me quella coerenza cristiana che diviene principio di evangelizzazione per tutti. Metto nelle mani di Dio l’esito dell’evangelizzazione della mia città e della mia comunità che ha sempre bisogno di essere ripreso da capo.

Oratio.

Signore, da te solo dipende l’esito dell’evangelizzazione del mondo. Mettiamo nelle tue mani quella nuova evangelizzazione della comunità che abbiamo bisogno di vivere, per essere sempre illuminati dal Tuo Vangelo, Parola di salvezza che viene spezzata per tutta l’umanità, e così sia.

Actio.

Da qui al prossimo mese ci impegniamo:

  • valorizzare le giornate eucaristiche che vivremo in occasione della festa di San Giulio per l’evangelizzazione della comunità;

  • valorizzare le nostre emozioni che vanno rilette ogni giorno alla luce del Vangelo