Quarta Parte2020-02-08T08:28:50+02:00

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La lettera dal carcere ed esortazione, Fil 2, 1-

La struttura della sezione che diviene oggetto della nostra lectio e della nostra preghiera di questa sera è abbastanza facilmente visibile:

vv 1 – 5 introduzione

vv 6 – 11 inno cristologico

vv 12-18 lavorare per la salvezza delle anime

vv-18- 29 l’episodio di Timoteo ed Epafrodito.

Non mancano riflessioni e problemi in questa struttura tutto sommato semplice e riconoscibile.

Vv 1-5 introduzione.

vv. 1-2. San Paolo parte da una constatazione: vivere insieme è difficile. Anche una comunità sorta da poco, una comunità nella quale è presente il fervore delle origini, una comunità che si richiama alla stessa visita dell’apostolo, fatica a vivere in unità. Ecco perché San Paolo proclama immediatamente cosa è necessario nella vita di ogni comunità: è necessario continuare ad amare perdonandosi. San Paolo è persuaso che la forma dell’amore che deve assumere ogni comunità cristiana sia quella del perdono. Paolo è unitamente convinto che solo il perdono può far resistere una comunità all’urto del tempo. L’apostolo sa che anche la comunità più fervente, anche la comunità più santa, anche la comunità meglio disposta verso Dio, non resisterà all’urto della divisione, della maldicenza, del pettegolezzo e a qualsiasi altra spinta di divisione se non ci sarà la forza del perdono a governarla. Questo vale per qualsiasi forma di vita comunitaria: per la comunità cristiana in quanto tale ma anche per qualsiasi altra dimensione di vita della comunità: la famiglia e qualsiasi gruppo ecclesiale.

vv.3-4. Paolo intende essere ancora più esplicito: lo spirito di rivalità e quello di vanagloria sono ciò che rovina una comunità. Paolo ne è personalmente convinto per quello che ha potuto vedere in ogni comunità cristiana. Ecco perché, allora, raccomanda lo spirito di umiltà unico vero antidoto al veleno della rivalità e della vanagloria. Potremmo dire che in queste due righe San Paolo cerca di sintetizzare tutti gli insegnamenti di Cristo. Lo spirito di umiltà che traspare dalle pagine del Vangelo è lo spirito che il credente deve cercare di vivere nelle sue azioni, se non vuole cadere in quelle medesime tentazioni che, invece dovrebbe evitare.

v.5. inizia così la sezione più bella ma anche quella più complicata del capitolo 2, quella dell’inno nel quale San Paolo fonde tutta la sua cristologia. Prima però di entrare nello specifico della riflessione teologica, San Paolo pone una premessa che non è di poco conto. Come avere quello spirito di umiltà che argina la vanagloria e la rivalità e costituisce l’essenza dell’amore che rinnova il perdono? Imitando gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù.  Con questa affermazione, San Paolo intende dire che il cristiano non è chiamato ad imitare Gesù Cristo, ma a partecipare della sua vita. È fortissima novità del pensiero paolino. Il credente non imita il Signore, giacché l’impresa assumerebbe inevitabilmente la caratteristica dello sforzo della volontà e sarebbe destinata, prima o poi, a fallire. Piuttosto il credente che, nel Battesimo, è stato inserito in Cristo, si è rivestito di Cristo e, come tale, cerca di partecipare alla vita in Cristo, assumendo quell’abito di virtù che Cristo vive, testimonia, insegna. È dunque la partecipazione alla vita in Cristo che suggerisce al credente il cammino delle virtù. Capite che la prospettiva è rovesciata: non lo sforzo della ascesi, al quale possono accedere solo quelle anime che la volontà del padre ha destinato a questo, ma il sentirsi rivestiti di Cristo che sostiene un cammino che può anche conoscere sbagli e cadute, ma che si sa sempre rinnovare con la grazia del perdono. In sintesi potremmo dire che è il cammino della grazia che viene data una volta per tutte nel Battesimo e che si rinnova sempre in ogni singola confessione che il credente opera.

Vv 6 – 11.

L’inno cristologico è il cuore del capitolo e pone una serie di domande che, ad una prima lettura non saltano all’occhio. Questo inno è stato scritto da Paolo o è preesistente e San Paolo prende da un testo che era già in qualche modo conosciuto e che circolava all’interno della vita delle comunità? Faceva parte di qualche liturgia eucaristica o, piuttosto, di qualche liturgia battesimale? Giova ricordare che, mentre noi abbiamo una forma celebrativa comune per i sacramenti, non era così al tempo di San Paolo e ogni comunità aveva il suo modo di strutturare i riti e i sacramenti, ancora autonoma. Entriamo, poi, nello specifico della cristologia paolina.

Vv 6-8 sono la kenosi, l’abbassamento volontario di Cristo. Gesù pur essendo di natura divina, non considera tesoro geloso l’essere Dio o, come dicono alcune traduzioni, l’essere uguale a Dio. Questi sono i versetti più problematici dell’inno. Dove matura San Paolo questa riflessione teologica?

  1. Paolo era un profondo conoscitore dell’antico testamento e potrebbe avere anzitutto maturato questa riflessione rileggendo i grandi testi di Isaia, specialmente i carmi del servo che anche noi leggiamo nel Triduo pasquale, soprattutto il giorno del venerdì santo. Sono testi ancora misteriosi, nei quali il profeta parla di un servo di Dio, obbediente in tutto alla sua volontà, che soffre e patisce per dare gloria a Dio. Un uomo dei dolori che misteriosamente Dio sostiene. San Paolo rilegge con questi testi la passione di Cristo. Ecco un primo nucleo di riferimento dell’apostolo.
  2. San Paolo però sta maturando anche un’altra riflessione, che diventerà poi più esplicita ed esaustiva nella lettera ai romani. Paolo comprende come ogni uomo sia “solidale in Adamo”, cioè ogni uomo creato partecipa di quella naturale fragilità della creazione che è la dimensione del peccato. È quella riflessione che ha portato la tradizione e la sapienza della chiesa a parlare del peccato originale, ovvero di quella comune partecipazione alla fragilità della natura umana che chiamiamo, appunto, peccato. Chi libera dal peccato originale? chi può sollevare l’uomo da questa sua dimensione di fragilità? Solo Dio. Ecco che Dio, per rinnovare l’umanità, mediante l’incarnazione del Verbo, manda il Figlio a sollevare l’umanità schiacciata sotto il peso del peccato. È l’abbassamento dell’incarnazione, è il cuore della vita di Cristo che spinge a guardare al mistero della redenzione.
  3. Probabilmente San Paolo attinge anche dalla profondità della riflessione teologica del profeta Daniele e dai suoi scritti sul figlio dell’uomo di origine celeste che viene a liberare l’umanità dal male e dal peccato. Una riflessione molto difficile, quella del profeta, che potrebbe anche essere la base di questo testo della lettera ai Filippesi.
  4. Anche la riflessione sapienziale di Israele potrebbe essere un chiaro punto di riferimento di San Paolo. Dio ha creato ogni cosa per far comprendere la sua bellezza e il suo splendore, ma nella creazione si infiltra il peccato che, “per invidia del demonio”, viene a rovinare ogni cosa. Anche la sapienza di Israele aveva già affermato con chiarezza che solo Dio avrebbe potuto riprendere in mano tutta la creazione e spingerla a quella realizzazione di perfezione per la quale era stata creata ogni cosa.
  5. Alcuni studiosi fanno notare come erano presenti nel mondo antico anche alcune teorie che vengono comunemente chiamate con nome di “teorie del salvatore gnostico”, cioè riflessioni che spingevano a cercare nel pensiero una sorta di salvezza contro la corruzione di ogni cosa, con le quali anche San Paolo potrebbe essere entrato in contatto o che avrebbe comunque potuto conoscere.

Come vedete, dunque, questi pochissimi versetti, sono frutto di una riflessione profonda, curata, che San Paolo ha iniziato nel corso della sua predicazione e che, probabilmente, nel carcere, ha avuto modo di affinare ed ha avuto modo di mettere per iscritto.

Il cuore di tutto è il versetto 8, quando Paolo sottolinea come Dio ha avuto non solo la forza di incarnarsi, di essere uomo tra gli uomini, ma ha voluto portare a compimento il suo abbassamento volontario assumendo la condizione peggiore di morte: la croce. La morte dei reietti, la morte degli schiavi, la morte dei condannati peggiori dell’umanità. Forse noi ci siamo abituati a tutto questo, forse noi ci siamo abituati a questo genere di affermazioni, ma è questo il vero cuore e il vero scandalo della fede cristiana. Questo era e deve essere il cuore della predicazione della chiesa ed anche il cuore della provocazione della proposta cristiana.

Vv 9-11 l’esaltazione di Cristo. La cristologia di San Paolo si completa con questa riflessione sulla esaltazione di Cristo.  Il Verbo che ha deciso di incarnarsi, di rendersi uomo, di assumere la condizione mortale degli uomini, che si è sottoposto alla morte e alla morte di Croce, viene esaltato da Dio Padre e riportato nella condizione originaria di gloria, costituendolo “Signore”, cioè principio di coloro che risorgono dai morti e tutto questo a gloria di Dio Padre. La riflessione di San Paolo è finissima. Anzitutto una precisazione di carattere temporale. La storia della salvezza non prevede un “Cristo del secondo tempo”, ovvero non prevede che si possa così interpretare la storia dell’universo: tutto è creato in santità, il peccato rovina tutto, siccome nessuno si salva ecco che, nel secondo tempo, entra in gioco Cristo che risolleva le sorti della partita. Dio, da sempre conosce la sorte della creazione pur operata nella santità e, da sempre,  pensa all’incarnazione del Verbo. Poiché Dio non ha tempo, poiché in Lui tutto è presente, in Dio è sempre presente il mistero della incarnazione del Verbo. Così che, se non ci fosse stato il peccato, se non ci fosse stata la causa di rovina dell’uomo, avremmo certamente avuto ugualmente l’incarnazione del Verbo, ma non la passione di Cristo.

In secondo luogo occorre precisare che all’abbassamento volontario di Cristo corrisponde l’azione di Dio Padre che fa risorgere il Signore dai morti. È il cuore della Pasqua, è il cuore del Credo, è il cuore della fede cattolica.

Così che possiamo anche rispondere alle domande inziali da cui siamo partiti.

  1. Probabilmente San Paolo parte da un testo che era già in uso nelle comunità cristiane ma che ha fortemente rielaborato;
  2. Il cuore di questa rielaborazione di San Paolo è la CRISTOLOGIA CRUCIS che mette al centro di tutto il volontario abbassamento di Cristo;
  3. Fine di tutto è la gloria di Dio Padre e, quindi, l GENUFLESSIONE DI TUTTO A DIO;
  4. Il cuore della rivelazione del mistero di Dio sta nello SVUOTAMENTO DI CRISTO: Dio rivela tutta la sua identità nel volontario abbassamento del Cristo, nella sua morte di Croce e nella sua risurrezione.

Così che risultano chiari anche i punti fondamentali della cristologia di San Paolo:

  • Gesù è Dio;
  • Per obbedienza si fa mortale;
  • Viene innalzato da Dio dopo la sua volontaria assunzione della sofferenza dell’universo e viene costituito in quella gloria che aveva prima del suo entrare nel tempo ed accettare la forma di uomo.

Così Paolo risponde all’obiezione che ha incontrato non solo nella comunità di Filippi ma in altri luoghi della sua predicazione e della sua missione: Gesù è uomo o Dio? Si può adorare il crocifisso? Paolo risponde: si, è uomo ed è uomo del tutto speciale; si può adorare il crocifisso perché è sulla Croce che brilla tutta la gloria di Dio. Paolo così dimostra anche che tutto l’antico testamento prepara questa rivelazione di Cristo, ma Cristo supera ogni cosa, pur portando a compimento qualsiasi profezia antica. Nessuno avrebbe potuto in qualche modo prevedere l’azione di Cristo: solo la Pasqua del Signore porta a compimento la rivelazione vera e piena del volto di amore di Dio Padre. Così Paolo ritorna sui concetti espressi nell’introduzione a questo inno: Gesù non è un modello etico da imitare, ma, inseriti in Cristo, rivestendoci di Cristo, siamo invitati ad avere in noi gli stessi suoi sentimenti.

vv- 12- 18.

Così San Paolo può ora concludere la riflessione dalla quale era partito e che l’aveva provocato, e cioè la difficoltà della vita comunitaria. Se la vita di ogni comunità cristiana altro non è che quell’essere corpo di Cristo, presenza di Cristo per la salvezza delle anime, allora si comprende come ciascun battezzato, inserito in Cristo, partecipe dei suoi doni di grazia, debba disporsi a quell’avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù che sono l’unico argine alla divisione, alla maldicenza, alla vanagloria, e a tutto ciò che rovina la vita comunitaria. Non sarà lo sforzo dei singoli a salvare una comunità, ma, piuttosto, il rinnovarsi della coscienza battesimale di ciascuno. Solo se tutti i battezzati si sentiranno uniti in Cristo e rinnovati nel suo battesimo, allora sarà possibile quel rinnovamento della vita comunitaria che non verrà mai dallo sforzo comune, per quanto nobile possa essere. Infine San Paolo proprio perché si sente lui stesso inserito in Cristo e partecipe delle sue gioie e delle sue sofferenze, da prigioniero, si dichiara anche pronto ad accettare la morte nel nome del Signore, se questo serve per il bene della comunità e per la diffusione del Vangelo. Parla l’apostolo che si vuole conformare, in tutto e per tutto al Signore Gesù.

vv- 19-30

Andiamo veloce sugli ultimi versetti del capitolo. Paolo ha a disposizione due collaboratori: Timoteo, del quale si fida ciecamente e del quale fa una vera e propria esaltazione in vista della missione che gli viene affidata.

Epafrodito, che è colui che ha lenito la prigionia di San Paolo. I reclusi per questo genere di motivi, come abbiamo detto fin dalla prima sera, non avevano grosse restrizioni nelle visite, ma il vitto e l’alloggio erano particolarmente scadenti. Quest’uomo deve aver lenito le sofferenze di Paolo, si era poi gravemente malato e Dio aveva permesso la sua guarigione, dopo il suo essere stato quasi in punto di morte.

Paolo, rivestitosi degli stessi sentimenti di Cristo, non trattiene per sé questi due collaboratori ma li affida alla loro missione e alla comunità tutta, così che la comunità possa essere rinfrancata dalle notizie che portano e dal loro operato. È nella logica dell’avere gli stessi sentimenti di Cristo che Paolo si priva di questi uomini, sapendo che la loro missione valorizzerà le loro persone.

Meditatio.

Trovo moltissimi gli spunti di meditazione per noi. Ne provo a trovare alcuni:

  1. Anche noi dovremmo farci la domanda che si è posta la comunità di Comunione e Liberazione lo scorso anno: cosa resiste all’urto del tempo? Certo potremmo riflettere sia in senso personale, rileggendo la nostra vita, sia rileggendo la storia della chiesa o, più in generale, la storia di vita comunitaria locale. La risposta di San Paolo è che resiste solo ciò che si rinnova con il perdono. Questo vale per noi, come singoli credenti, questo vale per la famiglia, questo vale per la chiesa, per la società e per qualsiasi altra istituzione umana. Varrebbe davvero la pena che, questa sera, ci fermassimo a comprendere che è solo il rinnovamento del perdono a garantire un freno a ciò che il tempo logora.
  2. Lo spirito di rivalità e vanagloria è, per un verso, innato nell’uomo e connaturato a qualsiasi comunità, per cui ogni raggruppamento umano cerca di esprimere tutte le sue possibilità e di far valere le proprie capacità. Anche le nostre comunità cristiane non sono aliene da tutto questo e, a volte, più che essere in unione e in collaborazione, si percepiscono come rivali o come fortemente chiamate a far valere le proprie ragioni. Vorrei che questa sera, al di là della riflessione personale che deve investire ciascuno di noi, tutti noi che facciamo parte attiva di questa comunità pastorale riflettessimo su cosa serve a noi, in questo momento, per realizzare una comunità pastorale che non sia solo sulla carta, ma dentro il cuore di ciascuno. Vorrei che dedicassimo un poco della nostra preghiera a questa riflessione e alle decisioni che, da essa, devono conseguire.
  3. Avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, abbiamo detto, suppone non lo sforzo dell’imitazione, ma la chiara e piena consapevolezza dell’appartenenza e della decisione di partecipare alla vita di Cristo. Anche noi avremo gli stessi sentimenti di Cristo non tanto se ci sforzeremo di averli, ma, piuttosto, se decideremo di partecipare sempre più attivamente alla vita di Cristo che risplende nella chiesa. In una parola sarà una fede più forte a creare in noi quella capacità di avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Solo un cammino ispirato alle virtù e al Vangelo, renderà possibile questa partecipazione ai sentimenti di Cristo.
  4. Il cuore della cristologia Paolina spinge ciascuno di noi a comprendere che il cuore della vita del cristiano è l’incontro e la decisione di sequela di Cristo che è colui che si abbassa, si umilia, muore, risorge per noi. Il cuore di ogni vita cristiana sta nel confronto della nostra umanità con questa umanità speciale di Cristo e nel dialogo con l’uomo dei dolori che ben conosce il patire che vediamo sulla Croce, non meno che con Colui che risorge dai morti ed è il Signore. La nostra fede si raduna tutta attorno a questo mistero centrale. Non per altro il catechismo antico recitava che i misteri fondamentali della fede in cui credere sono due: unità e trinità di Dio; incarnazione, passione, morte e risurrezione di Cristo. Tutte le altre cose che si possono dire, fare, proporre, o sono in conseguenza diretta di questo mistero, oppure non hanno alcun senso nella vita della Chiesa e del credente.
  5. Anche noi potremmo poi concludere la meditazione di questa sera rimettendoci davanti al Sacramento per pregare per la nostra comunità cristiana, bisognosa, come tutte le comunità cristiane, di rimettersi in atteggiamento di adorazione davanti al Signore, per comprendere quale grazia viene riservata ad essa ma anche quale deciso cambio di passo ci viene chiesto. La vita di ogni comunità cristiana non è mai un portare avanti quello che si è sempre fatto, ma un deciso rinnovarsi per Cristo nel quale trova origine il desiderio di rimotivare continuamente la propria adesione al Signore.

Ruminatio.

  • Sul rinnovamento dell’amore
    • Sono convinto che resiste al logorio del tempo solo ciò che si rinnova nel perdono e nell’amore?
    • Come rendo concreta, nella mia esistenza, questa verità?

    Sullo spirito di rivalità e vanagloria:

    • Cosa potrebbe emergere dal mio esame di coscienza?
    • Dove vedo rivalità e vanagloria nella mia comunità cristiana?
    • Per quanto sta a me, cosa posso fare per arginare questi spiriti maligni che rovinano il vivere comune?

    Avere gli stessi sentimenti di Cristo:

    • La mia partecipazione alla vita della chiesa e il mio cammino spirituale, mi stanno plasmando in questo senso?
    • Man mano progredisco nella mia vita spirituale, avverto in me il crescere di questi sentimenti?

    Il cuore della cristologia:

    • Mi confronto con l’umanità di Cristo?
    • Il cuore della mia fede è la preghiera con colui che soffre e colui che risorge dai morti?

    Per il futuro della comunità:

    • Quale rinnovamento avrebbe bisogno, secondo me, la mia comunità cristiana?
    • Quale partecipazione posso esprimere io a tutto questo?

Contenplatio.

Cerco di contemplare, alla luce della Santa Eucarestia che viene ora esposta, come l’avere gli stessi sentimenti di Cristo sia, anche per me, una necessità. È necessario se anche io mi rivesto di Cristo.

Oratio.

Signore Gesù, tu hai scelto di abbassarti fino a noi per renderci partecipi dei tuoi stessi sentimenti. Aiutaci, ti preghiamo, ad avere gli stessi sentimenti che furono niente, per arginare rivalità e vanagloria che sono sempre dentro di noi e per edificare la tua Santa chiesa. Opera tutto questo in noi a gloria di Dio Padre.

Actio.

Da qui al prossimo mese ci impegniamo a: valorizzare la vita nella nostra comunità e a cercare di iniziare bene la quaresima per avere in noi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù.