Seconda Parte2020-01-08T22:49:30+02:00

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Introduzione e ringraziamento, Fil 1, 3-11

Questa è la sezione che ci immette nel testo. Subito possiamo facilmente riconoscere la scansione del testo:

v 3: introduce subito il tema della sezione, il ringraziamento. I commentatori parlano, per questo, del motivo eucaristico della lettera, dal momento che “eucarestia”, vuol dire appunto ringraziamento.  Ci accorgiamo che Paolo, dopo aver salutato i Filippesi, subito si pone in atteggiamento di ringraziamento per il loro incontro, che ha prodotto molta gioia nel suo cuore, tanto da diventare, ogni giorno, ringraziamento per tutto quello che è stato ricevuto e che, insieme, si è potuto vivere.

Il v 4 e poi i versetti dal 9 all’11, sono una preghiera di intercessione. Paolo è capace non solo di ringraziare, ma di intercedere per coloro a cui è affezionato. Come già dicevamo nell’introduzione, questa lettera è un testo che mette in luce i sentimenti di Paolo per una delle sue comunità. Il sentimento della gioia, il sentimento del ringraziamento, spingono San Paolo ad intercedere per quella comunità che ha dato a lui stesso così tanti motivi di gioia e di preghiera personale.

Al v 4 troviamo ben specificato il sentimento della gioia, sul quale, poi, torneremo;

al v 5 troviamo specificato quello della fiducia;

al v 7-8 l’attestazione dell’affetto che l’Apostolo prova per la comunità.

Come si vede, Paolo non solo fa un pensiero generico, ma si mette in gioco dicendo quali sono effettivamente gli affetti che prova per questa popolazione, per questi credenti che hanno fatto del bene a lui.

Non solo, ma San Paolo ci dice quale è la sorgente in lui di questi sentimenti. Paolo non parte da quello che ha vissuto, non è immediatamente un “emotivo”. Paolo dice che questi sentimenti nascono dalla preghiera, dalla contemplazione del mistero di Dio e solo successivamente coinvolgono l’ordine delle emozioni. C’è una preghiera a tu per tu con Dio che è, in Paolo, la sorgente dei sentimenti migliori dell’uomo, ad imitazione di Cristo. È in questa preghiera che nascono i sentimenti che Paolo prova per tutti i Filippesi.

V 5: Paolo spiega il perché di questa gioia. Egli la configura come un “prendere parte alla diffusione del Vangelo”. A cosa si riferisce Paolo? Come si spiega questa dizione? Può essere che, nella comunità, vi siano persone che hanno aderito alla richiesta di essere predicatori che seguono San Paolo stesso e, a loro volta, diventano missionari che partono per altre città e luoghi dove il vangelo deve essere ancora annunciato; oppure potrebbe essere che Paolo intenda riferirsi alla colletta che si raccoglie in questa chiesa e della quale abbiamo già accennato nella scorsa lectio; oppure potrebbe anche essere che Paolo abbia in mente solo una più generica partecipazione alla salvezza che coinvolge tutti e, quindi, anche i Filippesi. I commentatori sono incerti su queste tre interpretazioni, dal momento che non ci sono elementi per capire quale si imponga. Potrebbero essere vere e valide anche tutte e tre insieme, dal momento che alcuni potrebbero essere divenuti effettivamente missionari, molti di più possono avere partecipato alla colletta per la chiesa e per Paolo e, tutti i battezzati partecipano di quella dimensione di salvezza che riguarda ogni uomo. Ciò che conta è, però, la risonanza interiore di Paolo. Al di là di quello che è stato vissuto in questa comunità, Paolo trova gioia nel ricordare gli abbondanti frutti di grazia che sono stati raccolti in questa città.

Il v 6 diventa così una professione di fede che trae origine dalle antiche professioni di fede di Israele: Dio non lascia mai a metà il suo lavoro, Dio non abbandona mai la sua chiesa e porterà a compimento l’opera che ha generosamente iniziato.

Dopo l’attestazione di affetto di v 7 e 8, ecco una nuova proposta per la riflessione dei Filippesi. San Paolo che ha detto quali sono i suoi sentimenti per questa comunità, invita la comunità tutta a continuare il proprio cammino nell’amore, ricordando però in che cosa esso consiste.

Il cammino di amore alla luce della fede, per Paolo, è fatto di “intuizione”: rinnovando continuamente la fede, la propria appartenenza gioiosa a Cristo, si intuisce che cosa il tempo presente dica alla vita, quali azioni suggerisca, dove rilanci, perché il cammino per imparare ad amare come ama Cristo, non è mai finito. Paolo lo sa bene e ne fa uno dei centri della sua personale meditazione. Anche lui stesso, che si trova in carcere, non ha finito di imparare ad amare come Cristo ama. Per questo sollecita se stesso e gli altri a cui si sente legato da profondi vincoli di affetto, ad amare come ama Cristo, rinnovando sempre il proprio modo di partecipare alla sua vita.

Il cammino dell’amore è, poi, fatto di “sensibilità”, cioè di partecipazione, con tutti i propri sensi, alle diverse cose della vita, ad imitazione di Cristo, che ha amato di vero cuore e con grande sensibilità tutto e tutti. Così si giunge all’apice di questo brano ancora introduttorio. Paolo ci insegna che l’amore non è solo un sentimento vago ed indeterminato, ma il vedere bene per fare scelte lucide per il futuro, mettendosi ad amare come Cristo ama, mettendosi a guardare alla storia, la propria, quella della comunità, quella degli altri, alla luce di quell’amore di Cristo che si deve sempre imitare e nel quale occorre sempre progredire.

Meditatio.

Trovo moltissimi gli spunti di meditazione per noi. Ne provo a trovare alcuni:

  1. Paolo è in prigione, è legato in catene. Una situazione difficile. Potrebbe disperarsi, potrebbe piangere su se stesso, potrebbe maledire tutto e tutti, potrebbe chiedersi il perché o chi l’ha obbligato a vivere così e invece ringrazia. Paolo parte anche dalla propria condizione di difficoltà, di limite, di restrizione della libertà per ringraziare. Anzi la situazione di oggettiva difficoltà che sta patendo, diventa per l’Apostolo, occasione di un ringraziamento ancora più serio e colmo di fervore. Potremmo riflettere per verificare se anche noi siamo così, se le situazioni di difficoltà nelle quali anche noi incappiamo sono, per noi, resistenza a vivere il vangelo o incentivo ad aderire ancor più e ancor meglio alla fede. Potremmo chiederci se siamo disposti a gioire sempre per quello che abbiamo o se ci autocommiseriamo. Io credo che, un po’, andiamo in questa linea. Quando abbiamo qualcosa che non va ci richiudiamo in noi stessi, ci dà un po’ fastidio tutto, quasi non vogliamo essere consolati per le cose che ci capitano… siamo un po’ distanti da quella gioia che Paolo di dice di avere. Poiché questa gioia nasce solo dalla preghiera, ecco l’invito a riscoprire la scuola dell’Avvento che abbiamo appena iniziato come tempo favorevole, come scuola favorevole per gioire, nonostante quello che capita.
  2. Il motivo della “cooperazione alla diffusione del Vangelo”. Anche noi che siamo qui, di fatto, stiamo cooperando alla diffusione del Vangelo. Spesso ci lamentiamo della chiesa, che non è più quella di un tempo, che non coinvolge più come un tempo, che non raduna più le folle oceaniche di un tempo… sappiamo però gioire per la collaborazione alla diffusione del Vangelo? Noi che siamo qui non siamo pochi e saremo quello che saremo, per via dei nostri difetti, delle nostre difficoltà, delle nostre barriere e limiti, ma tutti dovremmo avere la rinnovata consapevolezza che noi stiamo collaborando alla diffusione del Vangelo. La vitalità di una chiesa si vede da queste cose: dal suo desiderio di preghiera, dalla capacità di dedicare tempo alla conoscenza e all’approfondimento del Vangelo, dalla capacità di aderire alla proposta di fede. Le altre cose sono espressione che deve nascere da questa capacità di preghiera e di adesione alla vita di fede. Un esercizio bello di meditatio potrebbe essere proprio questo: saper valorizzare tutti i momenti di approfondimento della fede di una comunità e ringraziare il Signore perché c’è ancora tanta gente che si interessa del mi stero di Dio e che prega, che collabora per il bene della Chiesa.
  3. I sentimenti. Gioia, fiducia, affetto, amore… Paolo si è, per così dire, confessato su questi sentimenti che prova dentro di sé e non si è vergognato di dirli proprio a tutti, scrivendoli e facendoli giungere fino a noi. Paolo ci dice che il suo amore è un amore umano, pieno di passione, di imitazione dell’amore di Cristo. La sua fede non è disincarnata, astratta, fuori dal tempo. È una fede che lo spinge ad incontrare persone concrete, ad amare persone concrete, a dire i suoi sentimenti, sapendo che i suoi sentimenti sono già compresi nel cuore di Cristo. Quante volte la fede che viviamo è priva di sentimenti! Quante volte, anzi, cerchiamo di nascondere i sentimenti che proviamo, o, per lo meno di mascherarli. Quante volte abbiamo paura di lasciarli emergere, di dire come si muovono dentro di noi, quante volte non abbiamo il coraggio di monitorarli, di vedere dove ci portano. Quante volte anche noi, perfino per la manifestazione della fede, siamo in balia del sentimentalismo, che brucia i sentimenti nobili che Dio mette dentro di noi. Paolo ci ha detto il nome dei sentimenti che prova. Noi, credo tutti, qualche volta facciamo fatica anche a fare questo, a dare un nome ai sentimenti, a dare un’origine a ciò che proviamo. Questo non può che generare confusione interiore e ci allontana da quella professione di fede nell’amore di Dio che, invece, Paolo ci ha testimoniato. Ricordiamoci anche che, senza dare un nome ai sentimenti che proviamo, difficilmente riusciremo a dare un ordine ad essi. Ma senza ordine dei sentimenti si è in balia delle emozioni. Questo è lontanissimo da ciò che Paolo sta affermando. Senza dare ordine ai sentimenti partendo dall’amore di Dio si crea solo instabilità; noi vediamo bene quante gente instabile c’è attorno a noi, e, forse, talvolta, lo siamo noi stessi. L’instabilità è nemica di quel percorso di fede che Paolo a tutti raccomanda e a tutti propone.
  4. Paolo ci ha detto chiaramente che, per chi compie questo lavoro di discernimento degli spiriti, di inserimento nella fede in Cristo, nulla rimarrà incompiuto. Dio porta sempre a compimento la sua opera. In chi si fida di Dio, in chi mette nelle sue mani qualsiasi sentimento, in chi impara ad amare come Cristo nulla rimane incompiuto. Dio porta sempre a compimento la sua opera. Paolo ne è persuaso anche per sé stesso e comprende che ciò che sta vivendo non sarà la fine dei suoi giorni, perché ancora non si è compiuto quel mistero di partecipazione alla pienezza di Dio alla quale si sente chiamato. Nel dirlo a sé stesso, Paolo lo dice per tutti. Dio non pianta mai in asso nessuno, Dio non lascia mai incompiuta alcuna opera. È questa la certezza di fede vocazionale che dovrebbe animare ciascuno di noi. Se nei momenti più difficili della vita e del nostro percorso vocazionale, noi riuscissimo a ricordare questa verità, non smetteremmo tanto facilmente tanti percorsi umani intrapresi. Noi avremmo la consapevolezza che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, come scriverà poi nella lettera ai romani. Se questo accade è perché Dio non pianta mai in asso nessuno! Ha scritto papa Benedetto XVI: “i cristiani confidano nel fatto che essi hanno un futuro: non è che essi sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno che, nell’insieme, la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo, come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. La porta oscura del tempo, del futuro, è spalancata”[1]. È questa la consapevolezza che dovrebbe guidare anche ciascuno di noi.
  5. Paolo ci ha anche detto chiaramente che amare significa vedere bene il presente per discernere in ordine al futuro. Se provate a pensarci noi abbiamo un’idea molto più passionale di amore, spesso concentrata solo sul presente. Tanto che, per molti nostri giovani, ma forse anche per noi, le emozioni del tempo presente sono importantissime. Cosa poi accadrà in futuro non tanto. Tanto che, moltissimi, dicono di amare al 100% nel presente fatto di emozioni e sentimenti forti, senza però impegnarsi per il domani. Quando queste emozioni e sentimenti finiranno, significherà, semplicemente, che non amo più. Paolo ha un’altra concezione. Io compio un discernimento su sentimenti ed emozioni che provo, io metto ordine in ciò che provo, io radico in Cristo le emozioni e i sentimenti che vivo, proprio per questo, so amare. Adesso, nel mio presente, e, poi, anche nel futuro. Proprio perché non vincolo il mio amare a sentimenti ed emozioni, ma lo radico in Cristo, io sono certo dell’amore che continuerò a provare e a vivere perché è Cristo che mi dà stabilità e non le cose della vita che, per definizione, sono passeggere e mutevoli. Occorrerebbe qui sostare molto, per verificare quanto le emozioni e i sentimenti mi aiutano a vivere l’amore o quanto mi impediscono di vivere un amore fatto “come Dio comanda”. Vivere questo è dare concretezza a quella capacità di amare come Cristo ama, che Paolo riprende dal Vangelo e che raccomanda a ciascuno di noi.

Sarebbe poi bellissimo se, in questo avvento, riuscissimo a prepararci a quell’incontro con l’amore di Dio che è la natività, sorretti da questi sentimenti e da questo ordine delle emozioni.

[1] Spe salvi n. 2

Ruminatio.

  • Riesco a gioire per le cose della vita che mi capitano o sono prigioniero in esse e sono più portato alla lamentela continua che alla gioia?
  • In questo momento, per cosa potrei gioire, nonostante quello che capita?
  • So valorizzare il bene che c’è nella mia comunità?
  • Mi lamento sempre per la vita della Chiesa o so dare il giusto peso alle cose che, in essa, avvengono?
  • Sappiamo riconoscere i sentimenti che si muovono dentro di noi e sappiamo dare loro un nome?
  • Riesco a dare un ordine alle mie emozioni e ai miei sentimenti o sono instabile?
  • Ho la certezza che Dio mi accompagna e che non lascia incompiuta la sua opera nemmeno in me?
  • Faccio di questa consapevolezza il cuore della mia vita vocazionale?
  • Il mio modo di amare è un radicarmi in Cristo, con i miei pensieri, con i miei atteggiamenti, con il mio modo di essere?
  • Lascio che la mia fede diventi anche la sorgente dei sentimenti che provo?

Contenplatio.

Cerco di contemplare, nella Santa Eucarestia che viene ora esposta, tutta la profondità dei sentimenti dell’amore di Dio. Dio ama in modo divino, e cioè perfetto, ma in modo pienamente umano, così che l’uomo possa accorgersi del suo amore e possa conformarsi ad esso. Il “modo” di amare di Dio è l’immolazione. L’Eucarestia me lo ricorda ogni volta che la celebro o che la adoro, come in questo momento.

Oratio.

Signore, mentre viviamo questo tempo di avvento, riversa in noi il dono della consolazione, della gioia della pace che viene dal sapere che le nostre vite acquistano stabilità in te.

Riversa in noi il dono della gioia, che viene dal sapere che tu sei l’origine e la fine dei nostri giorni.

Rendici capaci di cooperare alla gioia per la diffusione del vangelo.

Solo così daremo pieno senso ai nostri giorni fuggevoli.

Actio.

Da qui al prossimo mese ci impegniamo:

  • A valorizzare la messa settimanale;

  • A valorizzare la scuola di preghiera con la Parola di Dio di ogni giorno;

  • A gioire per tutto quello che ci capita, facendone un’occasione per vivere del bene!