2° Serata – Cosa mettere al centro?2023-10-02T16:52:50+02:00

Project Description

Introduzione

In questa seconda serata vorrei che tutti ci disponessimo a fare questo

Esercizio preliminare

  • Cosa metto al centro della vita della “mia” comunità?
  • Cosa c’è al centro di essa?
  • Al di là del “ruolo” che posso avere o del “servizio” che posso svolgere, cosa mettiamo al centro della vita comunitaria?

Se faccio anch’io questo esercizio, dico cosa vedo. Vedo che al centro non c’è sempre il Signore! Vedo che al centro ci sono “ruoli” che, come accade spesso nelle comunità grandi, generano poi conflittualità. Vuoi perché ciascuno pensa che il proprio ruolo o compito sia il più prezioso e, al limite, insostituibile. Vuoi perché si genera una serie di confronti su come il medesimo ruolo viene svolto nelle altre comunità che, manco a dirlo, sono sempre da meno, perché “le cose come le faccio io…”; “sì, va bene tutto, ma come si fa nella nostra parrocchia…”; “vuoi mettere la nostra processione con quella degli altri?”; “alla nostra festa c’è sempre più gente…”; e così via. E anche chi non ha un ruolo, un servizio, un compito, spesso non fa altro che vivere espressioni di fede tradizionale che riguardano la propria parrocchia. “Se non c’è più la Messa alle ore… nella mia parrocchia, che colpa ne ho io se non posso più andare a Messa?”, quasi che andare a Messa in un’altra chiesa non conti! “A Natale non c’è più nemmeno la Messa di mezzanotte da noi…”, ma, forse, non è proprio quella la notte per trovarsi insieme, pregare insieme?  Sono solo esempi di cose realmente sentite in comunità. Ecco perché vorrei che la domanda fosse proprio colta da tutti: cosa c’è al centro? Cosa mettiamo al centro della vita di comunità? Credo che le risposte più urgenti e forti le possiamo trovare nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni. Tratterò solo alcune parti, anche se lascio a voi di leggere per intero questo capitolo bellissimo del IV Vangelo.

Sedersi: Gv 6, 1-13

Il Vangelo di Giovanni ci mostra la scena di quel “discorso sul pane di vita” che è l’Eucarestia, che l’apostolo propone ad ogni comunità. Ovvero a chi, da cristiano, celebra, vive, contempla l’Eucarestia come cuore di tutto il proprio percorso cristiano. La scena è facilmente immaginabile. Gesù ha già cominciato a compiere miracoli e la gente va da Lui, come dice anche a più riprese questo testo del Vangelo, non tanto per ascoltarlo, nemmeno per convertirsi, ma per trarne un qualche vantaggio. Si cerca la presenza del Signore per avere un miracolo, più che perché attratti dalla Verità che Egli propone. Gesù accetta e accoglie, ma rimanda oltre il discorso. È per questo che, quasi divertendosi, Gesù sconvolge la scena. Ci sono più di cinquemila uomini. Gente che va e che viene. Anche i discepoli sono preoccupati. Non si capisce cosa il Signore stia chiedendo loro. Devono andare a comprare il pane? Chi si prenderà cura di tutti questi uomini e donne? Gesù, in mezzo a queste domande e in tutto questo trambusto, chiede a tutti di sedersi, cioè chiede di calmarsi, di non fare nulla, di stare seduti. Lui farà. Lui penserà. Non sanno ancora nemmeno i discepoli cosa accadrà e, per questo, Gesù chiede anche a loro di ascoltarlo, di collaborare, di rendersi disponibili per quello che sta per fare. In fondo Gesù sta chiedendo di fidarsi di Lui.

Gesù solo: Gv 6, 14-15

Il Vangelo prosegue poi con la narrazione del “dopo miracolo”. La gente vorrebbe andare a prenderlo per farlo re, pensa di ottenere così il pane gratis, senza lavorare, senza fare fatica. È Gesù che si ritira, in profonda solitudine. Non è l’unica volta che il Vangelo mette al centro della narrazione la solitudine di Cristo. Solitudine che è cercata e custodita, quasi per fuggire il contesto degli uomini che non capiscono, che vogliono sempre qualcosa da Lui, che non stanno ad ascoltare, che pensano di saperne sempre una in più… Gesù sta solo, rimane solo, vuole sottolineare che il suo compito, la sua missione, il suo Vangelo, sono su un altro piano. È l’uomo che deve cercare per convertirsi.

I discepoli soli: Gv 6, 16-23

Ma anche i discepoli vivono un momento di solitudine particolare. Lasciando Gesù sul monte e decidendo di tornare a Cafarnao, essi sperimentano la solitudine della navigazione. Una solitudine non buona, una solitudine pericolosa, una solitudine che diventa paura e disagio. Paura per la solitudine ma anche, e soprattutto, per la traversata che sembra non finire mai, per le onde che crescono, per la navigazione che anche a chi tra di loro è esperto di queste cose, mette paura. È tutto un darsi da fare, si rema con tutta la forza che si ha, ma non si produce niente. Mentre la solitudine del Signore è comunione con il Padre, ecco che la solitudine degli uomini è pura fatica, senso di vanità per ciò che viene fatto, dispersione di forze… Anche se si è una piccola comunità, come quella degli apostoli, si sperimenta una solitudine grande e senza senso. Da questa solitudine salva solo il Signore che, ancora una volta, camminando sulle acque, si avvicina a loro e porta la navigazione a termine. Segno che, anche le cose più agitate e difficili, quando è presente il Signore, possono riuscire bene.

Cercare il Signore: Gv 6, 24-40

Il Vangelo di Giovanni è poi molto preciso nella narrazione successiva. Si potrebbero sottolineare vari aspetti di essa. Credo che il più importante sia però quello della ricerca, che viene proposta a tutti, non solo ai discepoli, ma anche a tutti coloro che, in qualche modo, lo stanno accostando. Gesù chiede di cercare “il cibo che non perisce”. Per questo occorre realmente darsi da fare. Il che significa che all’uomo, pur preso da mille cose e oberato da esse, il Signore sta chiedendo una sosta ristoratrice, una sosta che dia il senso anche a quella fatica, anche a quel cercare. Una sosta in grado di dare pieno senso ai giorni, alle ore, alle cose. Una sosta che eviti di mettere tutti nella dispersione totale. L’Eucarestia, riletta da Giovanni nella fede post pasquale, è questo: un momento di raduno che dà senso ai giorni feriali, un momento di condivisione che dà senso alla dispersione per causa delle opere, un momento di celebrazione che è incontro con il Signore, che insegna quali sono le cose che periscono, e per le quali pure bisogna darsi da fare, e quali le cose che non periscono, per le quali occorre darsi anche maggiormente da fare. Il suo discorso è così convincente che alcuni dicono “Signore, dacci sempre di questo pane!”. Bellissima la risposta del Signore: “Chi viene a me, io non lo respingerò”. Parola che dice che la Chiesa certo ha da regolamentare tutto ciò che riguarda il “pane di vita”, ma ricordandosi che il Signore non respinge nessuno. Compito della Chiesa è far nascere il desiderio autentico di questo pane.

La vita eterna: Gv 6, 41-59

Il Vangelo prende poi una piega del tutto particolare, perché attraverso le domande e le risposte del Signore, si giunge al culmine del capitolo stesso, che è l’identificazione del pane che viene dal cielo e del cibo per giungere alla vita eterna. Così il Signore insegna a coloro che lo ascoltano che l’Eucarestia, il pane della vita, non è semplicemente il sostegno per le cose di ogni giorno, ma anche il sostegno per la vita eterna, ovvero per quella comunione con Dio che è il vero fine dell’esistenza umana. Detto in altre parole, ogni volta che si incontra il Signore nella Parola e, soprattutto, nel Sacramento, ci si incammina verso la vita eterna che è come un seme che viene gettato nel cuore dell’uomo e che fiorisce a suo tempo, ovvero quando il Signore vuole. L’Eucarestia è pegno di vita eterna. Coloro che la ricevono non solo sono invitati a vivere questa vita in riferimento a ciò che hanno celebrato, ma anche a pensare a quella vita con Dio che è il vero fine per il quale siamo stati creati. Come abbiamo bisogno di molte cose per sostenere la vita di ogni giorno, così abbiamo bisogno dell’Eucarestia per incamminarci verso quella comunione con Dio che è ciò che attende ciascuno di noi. L’Eucarestia è ciò che ci schiude le porte della vita eterna. L’Eucarestia ci immette, ora, nel mistero di Dio, perché la nostra partecipazione possa essere un giorno piena.

La reazione: Gv 6, 60-66

Curiosamente, di fronte ad un discorso così forte, così bello, così comprensivo, molti chiudono la porta. Molti smettono di seguire il Signore. Gesù promette la vita eterna, dice che lui stesso è viatico per la vita eterna, insegna che il pane della vita è un dono di Dio in vista della vita eterna e, come conseguenza, ottiene che molti se ne vanno, chiudono il discorso, lo ritengono troppo duro. Cosa che, se leggete il Vangelo, non sorprende. Ogni volta che Gesù arriva ad un punto saliente della sua predicazione e del suo ministero, ecco che c’è qualcuno che, invece di appassionarsi a ciò che il Signore dice, insegna e fa, lascia il campo, abbandona tutto, non segue più il Signore. Reazione che il Signore non solo sopporta, ma per la quale lascia liberi, insegnando apertamente che non tutti possono comprendere. Ci sono realtà spirituali così profonde, così complesse che non possono essere capite da tutti, anche se sono fatte per tutti. Solo chi si lascia illuminare da Dio, solo chi prega per ottenere la grazia di una comprensione reale, solo chi prega perché la propria vita sia conforme a Dio, può comprendere. Senza tutto questo, non si capisce. Solo chi vive nella fedeltà dell’ascolto e nella fedeltà di una presenza, comprende quella Presenza che è sopra ogni cosa e al di là di ogni pensabilità. È dono gratuito di Dio e non può essere esigito da nessuno.

Da chi andremo: Gv 6, 67-70

Anche il discepolo può decidere cosa fare. Non è obbligato a stare con il Signore. Anche la libertà del discepolo è vera, reale, piena. Anche il discepolo potrebbe andarsene, come Giuda sta pensando di fare. A rispondere in modo illuminato e sublime è Pietro. Pietro, non uno senza peccato, non uno che ha capito tutto, certamente uno di quelli che, nella notte, ha remato con forza ed ha avuto paura. Non un perfetto. Eppure, un uomo determinato a stare con il Signore, determinato a voler conoscere di più quel pane di vita che il Signore promette e al quale rimanda. Un uomo che, anche se non ha studiato, anche se non è colto, avverte l’urgenza di pensare alla vita eterna e di darsi da fare per essa. Un uomo che dice queste parole stupende: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”. Come dire: i maestri possono essere tanti. Le parole buone, belle da udire, possono essere molte. Ma chi parla di vita eterna? Ecco perché Pietro rimane, insieme con gli altri. Perché ha capito che la vita eterna può essere data solo da Dio. Solo Lui ha parole di vita eterna per l’uomo. Pietro non vuole perderle. E non le perderà, perché rimarrà fedele a quel pane. A differenza di Giuda che sarà presente anche nel cenacolo, intingerà il boccone nel piatto, ma il suo cuore sarà da un’altra parte.

Per la nostra vita e per la nostra comunità

Cosa c’è allora al centro? Cosa ci deve essere necessariamente al centro? Solo il Signore. Solo Lui. Solo la sua presenza, ovvero, solo l’Eucarestia. Mediterei con questi esercizi, che sono i piccoli titoli di ogni parte del discorso.

Sedersi

Anche a noi è chiesto di sedersi. Siamo Chiesa attiva, abbiamo molte attività, facciamo molte cose: aggregative, ricreative, culturali, caritative, spirituali… Cosa dobbiamo fare per dare senso a tutto questo? Qual è l’unica condizione per la quale riusciremo a dare senso ad una miriade di attività e di proposte? Che ci sediamo con il Signore. Lo sperimentiamo più volte. Non siamo i migliori ad aggregare, non siamo gli sportivi più blasonati, ci sono attività culturali infinitamente superiori alle nostre… quale deve essere il nostro specifico? Il farle per attirare a Cristo, per aggregare nel nome di Cristo, per dare un indirizzo che sia realmente cristiano, per formare un modo di pensare che sia conforme al Vangelo. Se noi non facciamo questo, non faremo nulla, se non un darci da fare continuo ma anche confusionario, se non uno scadere nell’attivismo più bieco.

Noi abbiamo bisogno di sederci per celebrare, per meditare, per contemplare l’Eucarestia. All’inizio dell’anno, propongo con forza, come già nell’anno della preghiera, che ci sia una S. Messa infrasettimanale per tutti i volontari, per tutti i collaboratori, per tutti coloro che, a qualsiasi titolo, svolgono una funzione ecclesiale. Per non scadere anche noi nell’attivismo, per non scadere anche noi nel piano delle cose da fare. Ricordiamocelo. Al discepolo che chiedeva se dovesse andare a comperare duecento denari di pane, il Signore chiede sì disponibilità alla collaborazione, ma solo dopo essere rimasto in ascolto della sua Parola e dei suoi gesti. Chiedo a tutti non solo che ci sia una S. Messa infrasettimanale, ma anche lo spazio di una visita, un momento di contemplazione del Santissimo Sacramento. Abbiamo orari di adorazione in tutte le chiese. Ricordo la S. Messa del mercoledì seguita dall’esposizione eucaristica. Questo è il cuore di ogni percorso cristiano, il cardine che non può mancare, perché, se mancasse, anche noi scadremmo nella nostra proposta cristiana. Per noi questo richiamo deve essere un dovere preciso, precisissimo. Una risposta libera e coraggiosa come quella di San Pietro. Sediamoci, ascoltiamo, parliamo con il Signore, riceviamo in noi il pane di vita. Questo è il cuore di ogni appartenenza ecclesiale che impedisce poi di vivere il ruolo come un dovere e un prestigio. Chi si ciba dell’Eucarestia diventa capace di servire come il Signore, senza guardare ad altro.

  • Cosa decidiamo per la nostra partecipazione all’Eucarestia?
  • Quale momento di adorazione scegliamo di vivere?

Gesù solo

La solitudine di Gesù non è solamente quella positiva di cui il Vangelo ci parla. Oggi c’è una solitudine che il Signore è costretto a sperimentare perché lasciato solo. Guardiamo bene le nostre chiese. Sono pochissimi coloro che entrano nei giorni feriali. Addirittura ci sono pomeriggi in cui i volontari mi avvertono che non entra nessuno in chiesa. Come pure, spesso con rammarico, constatiamo che molti genitori e bambini che passano davanti alla chiesa per andare all’asilo, non entrano mai in chiesa! Al più scostano la tenda per gioco! Gesù è lasciato solo perché nessuno parla con Lui. Gesù è lasciato solo perché il tabernacolo non è visitato. Gesù è lasciato solo perché non avvertiamo il bisogno e l’urgenza di prenderlo con noi nella barca, giusto per utilizzare l’immagine del Vangelo. Da qui vorrei che iniziasse una presa di coscienza diversa per noi che frequentiamo la chiesa e che viviamo qualche ruolo in essa.

  • Che decisione prendiamo per essere vicini al Signore e per visitarlo?
  • Quanto possiamo visitare il tabernacolo?
  • Cosa decidi tu?

Perché non possiamo solo parlare in generale. Abbiamo bisogno di vivere di decisioni mature, singolari, autonome, vere e profonde.

Gli uomini soli

Anche la nostra solitudine meriterebbe un esercizio. Io credo che ci siano per tutti non solo momenti di solitudine, ma anche situazioni in cui ci siamo sentiti soli, abbandonati e ne abbiamo sofferto. Non so se abbiamo, invece, mai pensato alla verità del Vangelo che ci dice che il Signore non abbandona mai e che è con noi tutti giorni, fino alla fine del mondo. Io credo che sia questo il momento nel quale noi dobbiamo prendere coscienza che è solo l’Eucarestia che salva dalla solitudine, che dà senso anche al nostro dolore. È l’Eucarestia che dobbiamo cercare ogni volta che ci sentiamo soli, ogni volta che ci sentiamo abbandonati. Molto spesso accade il contrario. Quanto più sperimentiamo qualche forma di solitudine, tanto meno cerchiamo l’Eucarestia. Forse potremmo anche avere un’applicazione comunitaria di tutto questo. Oggi, lo vediamo bene, c’è molta gente che non pensa più che la Messa domenicale sia necessaria, imprescindibile, unica fonte dalla quale non staccarsi mai. Noi corriamo il rischio di essere “soli” in questo senso. Non teniamone conto e andiamo controcorrente.

  • So andare controcorrente e so testimoniare il valore della S. Eucarestia?
  • Sperimento la solitudine di chi cerca il Sacramento, ma sa di non essere seguito da altri?

Cercare il Signore

Ancora un esercizio. L’Eucarestia è il pilastro centrale della vita di una comunità e anche della vita di ogni singolo fedele, ma non può molto se non è unita alla Parola del Signore. Mi pare che stiamo un po’ perdendo il senso di quell’insegnamento prezioso che ci ha lasciato il cardinale Martini. È per questo che insisto moltissimo sulla possibilità di accostare la Parola di Dio. Nel notiziario avete sempre, tutti i giorni, la citazione esatta della Parola di Dio del giorno, sul sito un commento. Per chi desidera ogni giorno c’è una guida per non scostarsi mai dalla Parola. Sono cose semplici, ma dal desiderio di accostare la Parola e di celebrare la Santa Eucarestia dipende davvero l’esito della nostra vita cristiana. Ecco un altro esercizio che vi propongo:

  • Come vivo la Parola?
  • Come mi accosto ad essa?
  • Quale spazio ha nel mio cammino cristiano?

La vita eterna

Un altro esercizio personale:

  • Cosa penso della vita eterna?
  • Ho la “mia” idea di vita eterna o lascio che sia il Vangelo a plasmare in me questa verità?
  • Come desidero la vita eterna?

Credo che anche questo sia un modo molto importante per vivere la fede e la revisione che stiamo cercando di fare in questi giorni. Ricordo a tutti che il desiderio e l’amore per la vita eterna nascono dentro di noi quando noi sappiamo consegnarci ad essa attraverso la S. Eucarestia.

La reazione

Molti, come ho accennato e come voi stessi vedete, non hanno più il gusto della vita eterna, della Messa, della Parola, dello stare in comunità. Perché? Io credo che si siano lasciati troppo poco illuminare da questa Parola che è vita eterna. Noi come rispondiamo? Credo che, anzitutto, dobbiamo considerare che, davvero, occorre essere illuminati da Dio Padre, se vogliamo davvero giungere alla vita eterna e se vogliamo davvero vivere la S. Messa come un momento non formale, ma come necessità per la coscienza e per l’anima. A noi tocca testimoniare il nostro desiderio, il nostro non poterne fare a meno, il nostro non poter stare senza la Messa. Come dicevano i primi cristiani: senza Sacramento non possiamo vivere!

  • Abbiamo questa fede?
  • Avvertiamo questa urgenza?
  • Sappiamo dare questa testimonianza?

Da chi andremo?

Infine vorrei che tutti ripetessimo questa parola di San Pietro proprio davanti all’Eucarestia.

Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna!

Vi lascerei concludere la serata proprio e solo con questa preghiera dinnanzi al Sacramento.

Esercizio finale

Invito tutti a vivere un momento di contemplazione della S. Eucarestia per riscoprire la bellezza dell’essere soli dinnanzi al Signore.