3° Serata – Quali relazioni in una comunità?2023-10-02T16:52:52+02:00

Project Description

Introduzione

Siamo nel cuore di questa settimana di preghiera straordinaria e a metà di questo corso di esercizi. Dopo aver guardato dentro noi stessi per capire se siamo consapevoli o nostalgici e dopo aver messo al centro della nostra preghiera l’Eucarestia, affrontiamo un tema nodale e difficile: le relazioni. Tema difficile perché tutti sappiamo bene quale differenza ci sia, proprio nella comunità cristiana, tra l’ideale di relazioni vere, profonde, umanamente arricchenti e il concreto vivere di ogni comunità. Credo che tutti noi, specie chi frequenta più da vicino la comunità o che è in essa maggiormente impegnato, proviamo molta difficoltà a proposito di questo tema. Abbiamo tutti avuto le nostre ferite, tutti abbiamo provato, per qualche verso, qualche delusione. Siamo un po’ così, nel bel mezzo di una navigazione che è difficile e che, per molti versi, non ci lascia sereni. Più che mai questa sera, prima che affrontiamo i testi biblici che abbiamo scelto per questa serata, è necessario quell’esercizio preliminare che apre la nostra preghiera e che vuole essere un po’ una revisione di vita.

Esercizio preliminare

  • Che relazioni vivo nella comunità?
  • Quale di queste mi sembra profonda, quale superficiale, quale insufficiente?
  • Quali problemi trovo nel modo di vivere la relazione dentro la comunità cristiana?
  • Quali sarebbero i miei desideri?
  • Cosa vorrei trovare nelle relazioni della comunità?
  • Che contributo do io per vivere bene queste relazioni?
  • Che cosa vorrei trovare negli altri?

Il punto di partenza: At 2, 42-48

Il testo da cui partiamo è un classico della predicazione apostolica. Come normalmente viene definito è un “sommario”, cioè uno di quei luoghi dell’opera di San Luca nei quali viene scattata come una foto della comunità cristiana. Si tratta di una comunità piccola, dove ci si conosce più o meno tutti. Il tempo in cui San Luca scrive è il tempo della primissima predicazione del Vangelo e, dunque, a livello comunitario, di quella primissima comunità che incomincia a radunarsi attorno agli apostoli. Di questa comunità si dice che “avevano un cuor solo e un’anima sola”, che “mettevano ogni cosa in comune”, che era una gioia il trovarsi per vivere i sacramenti e, soprattutto, la celebrazione della S. Messa. Insomma, un idillio! Se però continuiamo a leggere le pagine successive scopriamo che non è così. Ci si lamenta subito per le diverse anime della comunità; si obietta il fatto che non tutti coloro che arrivano a far parte della comunità cristiana siano anche desiderosi di mettere ogni cosa in comune; nascono malcontenti a proposito dell’amministrazione della carità; addirittura gli apostoli sembrano non andare sempre d’accordo, specie Paolo e Pietro… Insomma, sembra poi che, leggendo l’opera di San Luca, niente sia davvero così ideale e che tutti i conti, finalmente, tornino! Anche la prima comunità cristiana è stata divisa, in forte lite tra i suoi gruppi, molto incerta sulle cose da fare proprio a causa delle diverse anime che la abitavano. Insomma, una comunità normale! E allora perché? Perché questo sommario ideale se, poi, la vita cristiana sta da un’altra parte? Perché queste parole di forte lode se, poi, la verità è un’altra? San Luca non rinuncia all’ideale, non rinuncia a dire come dovrebbero essere le cose, ma nemmeno a dirci come sono andate in realtà. Credo che questo esercizio di fede che San Luca propone al suo lettore sia davvero utile anche per noi. Noi abbiamo fin troppo bene in mente i limiti della nostra comunità, vediamo le divisioni che ci affliggono, sappiamo bene da che parte provengono talune critiche e certi malumori. Dovremmo conoscere altrettanto bene l’ideale di vita di una comunità che propone relazioni! Dovremmo tutti essere molto consapevoli del fatto che senza una relazione forte, coinvolgente, vera, profonda, non si va da nessuna parte. Spesso, però, ci dimentichiamo di questo ideale e allora accade che ci ritroviamo solo con quelli con cui andiamo d’accordo, con quelli che, più o meno, la pensano come noi, mortificando così altre relazioni, altre appartenenze, altri capisaldi della vita di una comunità. Conoscere bene l’ideale di una comunità dovrebbe essere ciò che ci sta a cuore se vogliamo capire dove dobbiamo arrivare, qual è la meta verso la quale dobbiamo tendere, verso dove dobbiamo dirigere i nostri sforzi e le nostre attenzioni. Da questa pagina degli Atti vorrei che tutti imparassimo questo: non smarriamo l’ideale. Non perdiamo di vista come dovrebbero essere le cose. Non deprimiamoci troppo se vediamo che siamo lontano da questo ideale. Piuttosto troviamo, mentre siamo davanti all’Eucarestia, la forza per vivere bene questa idealità.

Non dare occasione al diavolo: Ef 4, 20-31

Conosciamo bene anche il secondo testo che ci fa da guida questa sera, la parola di San Paolo. Parola che riflette tutto il suo ministero, con la sapienza dell’Apostolo che viaggia, che gira di comunità in comunità e che si accorge di quello che trova, di quello che vede, di quello che molti credenti sperimentano e cerca di riflettere su tutte queste cose perché ciascuno tragga qualche indicazione per il proprio cammino.

“Se avete imparato a conoscere Cristo, se gli avete dato ascolto…”. Mi pare che questa sia la prima parola chiarificatrice di Paolo. Paolo ragiona: come si diventa parte di una comunità cristiana? Con il Battesimo. Perché si diventa parte di una comunità cristiana? Per avere quella vita eterna che Cristo promette, per vivere, insieme ad altri, il Vangelo, per essere radunati attorno a quel centro che è l’Eucarestia, che è il cuore pulsante di ogni vita cristiana, anche per quello che attiene alle relazioni che in essa si vivono. Ecco perché Paolo pone, come fondamento di qualsiasi aspetto della vita cristiana, la conoscenza di Cristo. Se uno ha imparato a conoscere Cristo, allora si comporta in modo da piacere a Lui. Se uno ha imparato da Cristo come Lui stesso ha vissuto le relazioni, allora diventa capace di viverle anche all’interno della comunità che frequenta. Il fondamento di relazioni cristiane belle, forti, coinvolgenti, non è la volontà dei singoli, piuttosto la fede, quella fede che deve portare ciascuno a pensare come Cristo e ad agire come Cristo.

“Rivestite l’uomo nuovo, creato secondo la giustizia e la santità vera”. Come vive la relazione l’uomo di fede? Praticando la virtù della giustizia, virtù sulla quale il Signore spesso ha parlato. È la giustizia la virtù cardine di ogni relazione. Quando una relazione non va bene, quando una relazione non prende la piega giusta, ci dice San Paolo, è perché non stiamo vivendo quella relazione alla luce della fede. Da lì occorre ripartire.

“Nell’ira non peccate… non tramonti il sole sopra la vostra ira… non date occasione al diavolo”. Paolo è anche sempre molto concreto e sa bene che ciò che divide una comunità è la rabbia, l’ira che rovina le relazioni tra le persone, ma anche lo stesso clima di fede di una intera comunità. Soprattutto Paolo sa bene che colui che gode della rovina delle relazioni in una comunità è il demonio che interviene come divisore, interviene per rovinare quello che Cristo ha costituito. È per questo che richiama alla virtù della prudenza. Tutti i credenti, ben sapendo che il demonio è il grande divisore, devono cercare di stare in guardia e di non permettere al grande divisore di avere la meglio. La virtù della vigilanza, che dice in positivo quello che occorre fare, serve proprio a questo, a non permettere che il divisore abbia la meglio.

“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca”. Anche questa indicazione è molto concreta. Paolo sa benissimo che la rovina di ogni comunità è il pettegolezzo, il non parlare sincero, il continuare a produrre dicerie e falsità che portano tutti alla rovina, alla divisione, alla rottura dei rapporti.

“Non vogliate rattristare lo Spirito di Dio con il quale foste segnati”. Ecco la terza indicazione, anche questa non solo molto vera, ma anche molto concreta, molto pratica. San Paolo invita a non fare niente contro il proprio Battesimo. Chi agisce contro il Battesimo agisce rattristando il Signore. Chi agisce contro la propria coscienza battesimale manda in rovina tutti, perché è vero che la grazia del Battesimo è una grazia singolare, ma è vero che, nel medesimo Battesimo, tutti si è costituiti come un unico corpo. Qualsiasi persona che attenti alla verità della fede o alla bellezza della vita comunitaria che ci è stata donata nel Battesimo, di fatto attenta a tutta la Chiesa.

“Siate benevoli, gli uni verso gli altri, come Dio ha perdonato a voi in Cristo”. Un’ultima consapevolezza deve essere nella mente e nel cuore di chi cerca Dio. Proprio nel Battesimo abbiamo ricevuto il perdono di tutti i peccati. Noi tutti siamo un popolo di peccatori perdonati. È questa la nostra identità. È per questo che non possiamo fare altro che riflettere sulla nostra povera identità e cercare di vivere al meglio quella fede cristiana che abbiamo ricevuto in dono. Se noi tutti siamo stati perdonati da Cristo, dobbiamo vivere la realtà del perdono vicendevole come arma contro qualsiasi assalto del demonio che viene a dividere, a corrompere, ad esultare per tutte le volte in cui non siamo d’accordo gli uni con gli altri. Dunque il perdono è la grande “arma” con la quale il cristiano ripara tutti quegli assalti del demonio che rovinano il clima, l’armonia, il rispetto che dovrebbe esserci in ogni comunità cristiana.

Accordarsi… Mt 18, 19-22

Ancora più esplicito è il Vangelo. “Se due di voi sulla terra si accorderanno…”. Cosa edifica la comunità? L’accordo. L’accordo che nasce dalla preghiera. L’accordo che porta la concordia. L’accordo che genera la pace. L’accordo che è capace di far fiorire tutte quelle cose che non fioriscono altrimenti se manca l’armonia.

“… il Padre ve la concederà…”. Gesù va ancora oltre. Non solo l’armonia produce già un effetto buono per la vita di comunità, ma, addirittura, commuove il Padre. Dio Padre quando vede la preghiera unita e concorde dei suoi figli, concede quello che essi gli chiedono. Dove c’è unione nella preghiera, Dio non può rimanere sordo! Lui che è il padre della concordia e la sorgente di ogni vita comunitaria, non rimane indifferente a quella preghiera che viene fatta al suo nome da mani e da cuori che pregano uniti.

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Ancora di più. Dio non solo ascolta la preghiera di una comunità che si riunisce a pregare, ma scende in mezzo alla comunità stessa, per piccola che sia. Bastano due o tre persone che si trovano insieme nel nome del Signore per averlo già presente. Proprio come accadde ai discepoli di Emmaus. Questa non è solo una buona speranza, ma una certezza che dovrebbe accompagnare tutti i credenti, tutti i fedeli, tutti coloro che, nel nome del Signore, vivono, pregano, soffrono, sperano…

“Settanta volte sette”. L’ultimo rilancio del Vangelo è ancora sul tema del perdono. È Pietro che si mette ancora davanti al Signore e che cerca di scuotere ancora la sua parola, quasi che volesse sapere di più dal Signore. Pietro sa bene che la via che propone il Signore non solo è difficile, ma sembra quasi impossibile. Ecco perché, mosso dalla Parola, si propone di perdonare fino a sette volte, cosa che gli sembra già grande, ottenendo dal Signore, però, un rilancio. Non basta perdonare sette volte, occorre farlo settanta volte sette, come dire: sempre! Gesù sa bene che la Chiesa, fino a quando sarà sulla terra, fino a quando non sarà trasfigurata nella gloria, avrà sempre a che fare con le difficoltà del tempo presente, con le difficoltà degli uomini ad andare d’accordo. Ecco perché Gesù ricorda a tutti che la pace, la concordia, la fratellanza, sono un cammino da costruire pian piano, passo dopo passo, tenendo conto di quello che capita, cercando sempre la verità alla quale Dio spinge ogni comunità proprio a partire dal suo vissuto.

Per il cammino della nostra comunità

  • A che punto siamo di questo cammino?
  • Come sta vivendo la nostra comunità questa riflessione importante sul tema delle relazioni?

Il reale e l’ideale

Credo che, in questi 15 anni, tutti abbiamo preso certezza della fatica di un cammino insieme. Quando viene presentata una comunità pastorale, ovviamente, non si fa altro che dire quali sono le ricchezze del cammino comune e quali le prospettive belle che stanno davanti. Poi, nel corso del tempo, emergono le difficoltà. Noi abbiamo preso consapevolezza di tutto questo. Ritorno al tema della prima serata, perché gli scettici vi troveranno motivo per rendere il loro scetticismo iniziale, certezza!

Trovo, invece, che ci faccia bene sentire che c’è un ideale oltre il reale. Ci fa bene perché a tutti viene tanto nervoso, qualche volta, da far cadere le braccia! Di fronte ad alcune cose che abbiamo vissuto, credo che a tutti sia capitato di vedere crescere lo scoraggiamento. No! Non dobbiamo permettere questo! Ecco perché ricordare l’ideale significa dire: non ci siamo ancora, ma sappiamo dove andare! Abbiamo fatto questi passi, ma dobbiamo farne altri! Credo che sia l’unico modo per non soccombere sotto il peso delle cose, per non perire sotto il peso degli insuccessi e per tenere desta più che mai l’idea di comunità che occorre costruire proprio nel nome del Signore. Ecco un primo esercizio: facciamo di queste serate anche un’occasione per tenere sempre molto alto l’ideale a cui vogliamo giungere.

  • Sappiamo tenere vivo questo ideale?

La cura per le relazioni

Ancora mi pare che le Scritture ci dicano che le relazioni vanno curate. Noi possiamo attingere anche al bagaglio della nostra esperienza personale, perché sappiamo bene che le relazioni più forti sono anche quelle alle quali abbiamo dedicato una cura maggiore. Quelle a cui ci siamo dedicati meno, normalmente, sono anche quelle dalle quali abbiamo ricevuto meno. Questo secondo esercizio non può essere fatto questa sera, se non parzialmente. Solo come decisione iniziale può avvenire oggi. La cura per le relazioni si vedrà poi quando ci troveremo, quando faremo insieme, quando scommetteremo noi per primi sulla bellezza di una unione che diventa profondità di relazioni. Penso a qualche esempio liturgico: le processioni, specie quella di domenica prossima, la Madonna del Rosario; penso ad alcuni eventi culturali; penso alla realizzazione della sportiva unitaria. Ma siamo ancora troppo campanilisti e lasciamo perdere le feste, come occasione di unione, di incontro, di cura per le relazioni.

  • Quale decisione posso prendere io per vivere meglio la cura delle relazioni?
  • Cosa posso fare io per prendermi cura delle relazioni dentro la vita della comunità?

Il perdono

Un terzo esercizio lo legherei proprio al tema del perdono.

  • Quanto sono disposto io a perdonare ciò che mi sembra essere il peccato di un’altra comunità?
  • Quanto sono disposto a compromettermi?

La risposta che darà ciascuno di noi sarà il risultato che porteremo a casa! Vedo che ci sono molte persone che hanno fatto veramente pace con il passato e che si dispongono ad essere presenti qui e là dove occorre. Persone brave, generose, che hanno capito che la realtà importante per i nostri giorni è essere cristiani e non è più il campanile che conta! Per altro, proprio tra i collaboratori più stretti, vedo centri di potere, come ho già detto, persone che non hanno ancora digerito l’essere comunità unica; persone che collaborano solo per le cose che interessano a loro e non con quello stile di gratuità, altruismo, vicinanza che dovrebbe essere tipico di ciascuno di noi. Credo che sia San Paolo che San Matteo ci abbiano detto, con estrema chiarezza, che senza il perdono generoso, vicendevole, gratuito, infinito, non si va da nessuna parte. Questo è l’esercizio più difficile da vivere. Tutto dipenderà anche da come si evolveranno le cose nei prossimi anni. Tutto dipenderà anche da come vorremo far evolvere noi le cose nei prossimi anni, perché sarà solo la vita a dirci dove arriveremo. Io vi dico di che genere di cristiano abbiamo bisogno. Superando qualsiasi appartenenza, anche quella movimentistica, che è una ricchezza se vissuta per il verso giusto, ma che è un grande limite e anche un grande peso se prendiamo il versante sbagliato, costruiremo quella comunità fondata sul perdono del Signore di cui tutti abbiamo sempre grande bisogno.

La certezza della presenza

Questa sera vorrei terminare con un grande segno di speranza. Noi tutti che siamo qui, abbiamo bisogno di avere un segno di speranza. Questo segno siamo noi stessi. Noi che stiamo facendo questi servizi, noi che ci vediamo presenti in tante realtà della comunità per collaborare insieme, noi che siamo radunati per essere un cuor solo e un’anima sola, siamo e dobbiamo essere segno di speranza per la nostra comunità. Lo saremo non tanto perché siamo bravi, non tanto perché siamo disponibili alle cose che il Signore ci raccomanda, ma perché Cristo è presente in mezzo a noi. Questa è la verità fondamentale! Vorrei che sperimentassimo questa verità mentre siamo qui. Vorrei che sperimentassimo questa verità mentre facciamo questi esercizi. Ma vorrei ancor più che la sperimentassimo ogni volta che siamo in chiesa, ogni volta che ci disponiamo ad incontrare il Signore, ogni volta che vogliamo essere membra vive ed attente del Corpo di Cristo.

  • Siamo consapevoli di questa verità?

Esercizio finale e un invito

Vi invito a valorizzare tutte le forme di aggregazione, specie negli oratori, con le quali possiamo vivere bene il tema delle relazioni. Anche i gesti più informali possono essere molto utili per vivere bene una ripresa seria e intelligente delle relazioni tra noi.