5° Serata – Quale futuro per la vita della nostra comunità?2023-10-02T16:52:54+02:00

Project Description

Introduzione

Siamo alla fine di questo corso di esercizi e siamo ormai prossimi alla celebrazione solenne della festa della Madonna del Santo Rosario.  Abbiamo percorso queste strade:

  1. Consapevoli o nostalgici? Per interpretare il tempo in cui viviamo nella nostra comunità
  2. Cosa c’è al centro? L’Eucarestia, fonte della vita comunitaria
  3. Quali relazioni in una comunità? Per non essere credenti solitari
  4. Quale servizio in una comunità? Perché l’appartenenza non sia formale.

Questa sera vorrei concludere con un ultimo tema:

  1. Quale futuro per la nostra comunità? Per sapere dove stiamo andando.

Credo che questo tema sia importante perché, dopo aver ripercorso i tratti fondamentali di vita di questi 15 anni, dobbiamo avere la forza e il coraggio di guardare al futuro, per capire cosa ci chiede il Signore. Potremmo svolgere in modi molto diversi questa ultima riflessione. Certamente anche noi potremmo affidarci agli studi e alle statistiche che non mancano anche nella nostra Chiesa. Preferisco però e come sempre affidarmi alla Parola di Dio, per capire bene cosa essa ci chiede, cosa ci dice, cosa ci raccomanda. Come sempre svolgiamo però un

Esercizio preliminare

  • Cosa ci ha colpito di queste serate?
  • Come vorremmo guardare al futuro di questa nostra comunità?
  • Cosa ci preoccupa?
  • Cosa ci sembra essere assodato?
  • Come vorremmo guardare al nostro futuro?

La consapevolezza iniziale: Rm 8, 14-17

Quale deve essere la consapevolezza iniziale se non vogliamo subito cadere nella trappola che sta attanagliando non pochi cristiani e che ci porta a chiederci continuamente: dove andremo? Perché il cristianesimo continua a diminuire? Cosa faranno le generazioni giovani?

Credo che questa consapevolezza sia ben espressa nel capitolo 8 della lettera ai Romani.

“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio!” Il punto di partenza fondamentale mi sembra proprio questo. Noi ci poniamo a guardare al futuro della Chiesa e della nostra comunità partendo dalla consapevolezza di avere lo Spirito di Dio, semplicemente perché siamo battezzati. Questo Spirito è quello che rinnoviamo ogni volta che ci disponiamo alla preghiera e ogni volta che celebriamo la S. Messa. Quindi potremmo dire che questa settimana è per tutti noi una settimana importante da questo punto di vista perché abbiamo ricevuto un’abbondante effusione dello Spirito.

“Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per rimanere nella paura…”. Anche questa sottolineatura di San Paolo mi sembra fondamentale. Noi non abbiamo ricevuto uno spirito di paura. Il che significa che, guardando a tutte le cose della vita del mondo, sia in senso personale, che in senso politico, che in senso sociale, che anche in senso ecclesiale, noi non dobbiamo avere paura. Noi guardiamo alla storia sia personale che comunitaria sapendo che lo Spirito non ci abbandona. Questa deve essere la prima e fondamentale consapevolezza che non ci abbandona mai.

“… ma uno Spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà! Padre!”. Questo è lo Spirito che abbiamo ricevuto! Dovremmo tornare, almeno con la memoria, al corso di esercizi dello scorso anno sul Padre nostro. Noi, e più in generale tutti i cristiani, guardiamo al futuro non oppressi, non delusi, non preoccupati, ma avendo nel cuore la promessa di Dio che ci guida con il suo Spirito che è Spirito del Padre. Noi attraversiamo la storia e, quindi, anche qualsiasi stagione di vita ecclesiale, consapevoli di questa verità.

“Se siamo figli, siamo anche eredi. Eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per essere partecipi anche della sua gloria”. Come sempre la Parola di Dio ci ricorda che noi siamo partecipi della gloria del Signore se adesso accettiamo di essere partecipi anche delle sofferenze che ci possono essere nella vita di una comunità o, più in generale, della vita della Chiesa. Se dunque siamo preoccupati per il futuro, non dobbiamo angustiarci. Cerchiamo di coltivare uno sguardo limpido e disincantato su di esso, ma cerchiamo anche di procedere in esso sentendoci sostenuti dal Signore, che ci guida con il dono del suo Spirito di fortezza, consiglio, timor di Dio…

Pascere: Gv 21, 15-23

Con quale stile fare tutto questo? Con quale stile vivere continuamente nella ricerca di nuove effusioni dello Spirito Santo mentre procede la storia? Credo che la pagina fondamentale alla quale guardare sia proprio quella del capitolo 21 di Giovanni. Siamo nel contesto post pasquale. La Chiesa sta già riflettendo sulla sua missione nel mondo. Ci si interroga, come piccola comunità di fedeli, anche sul ruolo di Pietro nella comunità. Non sono poche le voci di chi sostiene che chi ha rinnegato il Signore non possa, ora, essere maestro, esempio, punto di riferimento. Questa pagina di Vangelo intende proprio rispondere a questa obiezione. Il cammino di tutti i cristiani è cammino di peccatori che sono perdonati. Non ci sono eccezioni. È così anche per la vita degli apostoli, è così anche nella vita di Pietro, il primo Papa. Lo Spirito di Dio accende nel cuore di chi si converte lo Spirito di amore. Pietro viene interrogato su questo. Non sa cosa farà, non sa cosa accadrà. È ancora sulle rive del lago di Tiberiade, non sa che lo Spirito lo porterà a Gerusalemme, ad Antiochia, a Roma. Non sa che sarà guardato con rispetto e quasi con venerazione, come il Vicario di Cristo in terra. Non sa tutto questo. Non gli viene chiesto cosa sa fare, non quali strategie adottare, ma solo quanto ami. “Mi ami tu?”. È la domanda che viene posta per tre volte, per creare un parallelo con il triplice rinnegamento, come a dire una triplice conferma necessaria dopo quell’episodio, dopo quell’evento. Insieme alla domanda l’assegnazione di un compito: “Pasci”. Come a dire che il compito di prendersi cura, il compito di pascere, nasce proprio dall’amore; quando uno ama, si dispone a pascere. Quando uno ama, poi trova le risorse, poi impara a fare le cose, poi trova il modo per donarsi agli altri, generosamente, secondo quello che ciascuno ha bisogno. Quando uno ama tutte le cose vengono di conseguenza. Pietro ha fatto, in fondo, questo. Ha amato la Chiesa. L’ha amata per quello che era e nei diversi luoghi dove si è trovato ad operare. Senza chiedersi altro che questo: come il Signore mi chiede di amare le persone che mi vengono date? Pietro ha fatto questo per tutta la sua vita, vivendo appieno il suo ministero, ma anche permettendo alla Chiesa di nascere, di fortificarsi, di espandersi. Se Pietro si fosse chiesto di più, probabilmente non avrebbe fatto molto. Pietro ha amato e, per questo, ha governato una Chiesa perseguitata eppure in fortissima espansione. Il che non significa, per noi, il non fare piani, previsioni, studi… Tutte queste cose vanno bene dentro un contesto di amore. Se c’è questo amore per Cristo, le cose verranno tutte utili per l’unica missione della Chiesa. Se manca l’amore per Cristo, ogni cosa risulterà più o meno inutile.

È questa la grande lezione di Pietro: imparare a guardare in avanti e con amore. Questo è il compito reso possibile dallo Spirito di Dio che opera nei cuori, come San Paolo ci ha permesso di meditare.

Marana thà: Vieni Signore Ap 22, 16-20

Vorrei terminare con un ultimo branetto che prendo dall’Apocalisse. È l’ultimo capitolo dell’ultimo libro della Bibbia e quelle che leggiamo sono proprio le parole finali della Scrittura. Come guarda al futuro della Chiesa San Giovanni che ha scritto le parole di questa rivelazione? Come conclude la sua riflessione San Giovanni in questo libro che è stato scritto per la consolazione dei credenti, specie di quelli perseguitati?

“Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare…”. San Giovanni intuisce di non essere solo. Nell’opera di testimonianza della Chiesa, non si è mai soli. Intanto perché ci sono molti altri uomini e donne dello Spirito che testimoniano la propria fede. Poi, e soprattutto, perché ci sono gli angeli che vegliano sul cammino, accompagnano con la loro presenza, sostengono con il loro aiuto. La fede è fatta di tutte queste cose. La testimonianza di fede si compone di tutte queste cose. Testimoniare la fede significa prendere parte a tutto questo: vivere una responsabilità portando il peso con altri, sostenuti dalla grazia di Dio che accompagna i credenti con il suo angelo.

“Lo Spirito e la sposa dicono vieni”. C’è una seconda consapevolezza con cui occorre guardare al futuro: la sposa, cioè la Chiesa stessa, guarda al futuro sostenuta dallo Spirito Santo. È proprio lo Spirito ad illuminare la Chiesa – sposa perché si rivolga al Signore dicendo: vieni! Cristo ha promesso il suo ritorno alla fine dei tempi. La Chiesa non solo vive nella speranza di questo ritorno, ma continuamente invoca Cristo perché questo ritorno ci sia, perché questo ritorno prenda piede. La Chiesa chiede allo Spirito di rivolgersi a Cristo perché torni presto. Io credo che questa sia una visione della storia del tutto singolare e propria del cristianesimo. Noi guardiamo al futuro della vita della Chiesa e non facciamo solo progetti, propositi, o non pianifichiamo solo strategie. Noi guardiamo al futuro sapendo che nel futuro avviene quell’incontro con Cristo che dai credenti di tutte le generazioni è tanto sognato e atteso. Noi guardiamo al futuro sapendo che il futuro è l’incontro con il Redentore. Non è un futuro che va a finire nel nulla! Non sappiamo quando avverrà, non sappiamo come avverrà, ma siamo assolutamente certi del realizzarsi di questa promessa. È per questo che il credente tiene fisso lo sguardo sul Signore e continua la sua opera nel mondo, chiedendo che ci sia questa manifestazione del Signore. Anzi, propriamente, il credente dovrebbe anticipare con il suo desiderio questo ritorno di Cristo. La speranza del credente è così forte che basta questa per tenere vivo il cammino di tutti.

“Colui che attesta queste cose dice: sì, verrò presto! Amen! Vieni Signore Gesù!”. Ecco la parola finale non solo di questo corso di esercizi, ma di tutta quanta la Scrittura. La Scrittura finisce con un invito al Signore perché ritorni. Marana thà! Era questa l’invocazione molto usata nella primissima Chiesa apostolica. Nei primissimi anni di vita della Chiesa, nei primi decenni era molto atteso il ritorno del Signore. Si viveva come se il Signore dovesse manifestarsi da un momento all’altro. L’invocazione Marana thà aveva preso così piede che i cristiani si salutavano così, invocando il nome del Signore. Poi, progressivamente, si è avvertito sempre meno il ritorno imminente del Signore. Noi comprendiamo che non ci sono previsioni per il suo ritorno. Anzi, nel Vangelo Gesù stesso attesta che quest’ora è solo nelle mani del Padre, è solo conosciuta da Lui. Il cristiano vigile attende questo incontro, si relaziona con Cristo ben sapendo che tutto proviene da Lui e che tutto ritorna a Lui. Il cristiano guarda al futuro sorretto solamente da questa certezza. Tanto gli basta.

Per il nostro cammino di Chiesa

Io vorrei che noi tutti guardassimo al nostro cammino di Chiesa esattamente come queste Scritture ci hanno indicato, per quello che ci è permesso vivere.

Credo che la prima sottolineatura per noi sia proprio quest’ultima: impariamo a dire “Marana thà, vieni Signore Gesù”. Questa invocazione deve sostenere, anzitutto, la nostra fede personale. Noi dobbiamo essere uomini e donne che sanno bene che il Signore li sostiene. Vivere nell’attesa del ritorno del Signore, vivere nell’attesa di questo incontro, cambia davvero l’esistenza. Dà un ordine di priorità nuovo e diverso, ci permette di capire che noi non viviamo in attesa del nulla, o finendo i nostri giorni nel nulla, ma consegnandoci alle mani del Padre che è misericordia e amore. Se la nostra vita ha questa meta, se la nostra vita ha questo scopo, allora risulta chiaro che c’è un modo di intendere, di volere, di vedere le cose che deve essere tipico del cristiano che si dirige verso questa meta.

  • Abbiamo questa certezza?
  • Sapremmo dire anche noi “Vieni Signore Gesù”?

Suggerirei, all’atto pratico, di ripeterci questa invocazione, di saper dire anche noi “Marana thà”. Potrebbe essere un canto da imparare, una preghiera da ricordare, una invocazione da ripetere con forza. Signore vieni! Signore torna a noi!

Un secondo esercizio lo prenderei dal Vangelo. Chiederei a tutti:

  • Amiamo la Chiesa?
  • Amiamo la nostra fede?

Se manca l’amore, come ci ha detto il Vangelo, è inutile fare qualsiasi altra cosa. Spesso mi pare che, specie in relazione ai giovani, si tenda molto a progettare, a programmare, a fare… Tutte cose buone e doverose, ma se manca l’amore, tutte cose che non avranno successo. Amare la Chiesa, attendere il ritorno del Signore, costruire qualcosa è un’operazione che si può fare solo dove e quando c’è lo Spirito della fede.  Se manca questo, tutto il resto è piano industriale, non vita ecclesiale!

  • Cosa vogliamo per la nostra comunità?
  • Cosa sogniamo per la nostra Chiesa?

Un terzo esercizio. Noi tutti abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio, lo Spirito del Padre, per invocarlo, per lodarlo con la nostra voce, con le nostre parole, così come siamo capaci, senza pretendere altro. Qualche volta ho l’impressione che facciamo tutto quello che facciamo solo per fare qualcosa, o per apparire, o per dare l’impressione di una comunità che è ancora viva, capace di una sua vivacità. Il che è una cosa vera, innegabile, ma se mancherà la fede, tutto sarà ridotto ad una pura dimensione umana che non avrà alcun senso di essere. Noi non abbiamo ricevuto uno spirito di paura, abbiamo detto, ma lo Spirito dei figli che invocano il Padre perché vogliono sentirlo vicino, perché vogliono incontrarlo sul proprio cammino, perché vogliono esprimergli tutto ciò che hanno nel cuore.

  • Viviamo questa preghiera?
  • Invochiamo il Padre per questo?
  • Lo Spirito di preghiera è così forte dentro di noi?
  • Non è forse vero che, su tutte queste cose, prevale un pessimismo cosmico?

Per uscire dagli esercizi

Così, sera dopo sera, siamo arrivati al termine di questa settimana di esercizi spirituali nel 15o anno di fondazione della nostra comunità. È un anno importante, è un anno per riflettere, è un anno per dire dove vogliamo andare, come vogliamo prendere in mano il timone per i prossimi anni. È un momento anche di verifica, per riprenderci dalle nostre stanchezze, delusioni, contrarietà della vita, e per riprendere il cammino.

Io suggerirei, come esercizio finale, quello di riprendere davvero in mano, nei prossimi giorni, tutti i testi biblici che abbiamo affrontato per ringraziare il Signore. Vogliamo dire al Signore il nostro grazie per quello che è avvenuto tra noi, per il cammino che abbiamo fatto. Magari non è sempre stato quello che avremmo voluto percorrere, magari non è quello che ci stava a cuore, magari abbiamo anche l’impressione di aver perso qualcosa nell’unione pastorale…

Tutto può essere lecito ma, se troveremo il giusto spirito di riflessione e di preghiera, comprenderemo che nulla è mai dato come stabilito, fermo, da eseguire. Piuttosto tutto si costruisce con il contributo di tutti. Spero che questi esercizi contribuiscano:

  • A far nascere una conoscenza vera tra tutti noi che frequentiamo la Chiesa.
  • A stimare il cammino che tutti stiamo facendo, sia come singole persone, sia come parrocchie, sia nei gruppi e nei movimenti.
  • A lasciar definitivamente perdere la difesa strenua di cose del passato che vengono meno, per costruire insieme una nuova realtà che è la Chiesa di oggi, che lo Spirito ama, sostiene, guida.
  • Ad abolire ogni campanilismo, per dirci cristiani tutti.
  • Ad attendere insieme il ritorno del Signore edificando la Chiesa.

Segno di tutto questo sarà la formazione degli adulti, ovvero la lectio divina che ci farà rileggere alcune pagine degli Atti degli Apostoli per continuare la nostra esperienza di Chiesa.

Al Signore chiediamo questa grazia e a Maria, Santa Vergine del Rosario, perché il cammino da fare insieme sia sempre meno quello di tre comunità che si accostano e si sopportano e sempre più quello di un’unica realtà ecclesiale che, insieme, unita, spera, lotta, soffre, ama, attende.

Marana thà, vieni Signore Gesù.