4° Serata – Quale servizio in una comunità?2023-10-02T16:52:54+02:00

Project Description

Introduzione

Siamo, ormai, alla quarta serata di esercizi spirituali e credo che sia bello fermarci, questa sera, per riflettere sul tema del servizio. Molte volte credo venga dato un po’ per scontato che ci siano alcune persone che hanno servizi all’interno della vita di comunità. Non tutti, però, vivono questa realtà. Sono moltissimi i fedeli che, pur avendo una vita di fede e pur partecipando all’Eucarestia domenicale, non hanno una vita dedicata al servizio. Naturalmente penso al servizio di qualsiasi genere o tipo, anche nelle diverse associazioni, gruppi, risorse che ci sono nella nostra società. Ovvio che, per il tema che stiamo vivendo e per la particolarità del corso di esercizi di quest’anno, penso poi, e più da vicino, al servizio all’interno della vita della comunità cristiana. Molti di voi sono qui proprio per questo motivo, proprio perché hanno un servizio all’interno della nostra vita comunitaria, dal consiglio pastorale ai consigli per gli affari economici, dalle catechiste alla sportiva, dal teatro e dalle risorse culturali della comunità, ai cori, da chi tiene gli ambienti aperti, puliti, ordinati, operando il più delle volte nel segreto, a chi ha servizi più visibili davanti a tutti. Con tutti voi mi piacerebbe riflettere, partendo, come ogni sera, da un piccolo esercizio.

Esercizio preliminare

Se ho servizi particolari in comunità:

  • Che tipo di servizio vivo in comunità?
  • Da quanto tempo lo vivo?
  • Come mi preparo al servizio che svolgo?
  • Sono possessivo rispetto a questo servizio?
  • Se ho già vissuto a lungo questo servizio, a cosa potrei passare?
  • Come coltivo la collaborazione con gli altri uomini e donne che vivono un servizio in comunità?
  • Quanto prego per il servizio che svolgo e per le persone a cui è diretto?

Se non sono partecipe di realtà di servizio:

  • Se non ho servizi particolari, perché?
  • Che cosa sarei disposto a fare?
  • Cosa penso di chi vive un servizio in comunità?
  • Quale critica mi sentirei di fare?
  • Mi pare che la comunità sia adeguatamente sollecitata e che la collaborazione sia incentivata?
  • Vivo servizi in altre realtà associative, caritative, ricreative del territorio?

Un caso concreto: At 9, 36-42

Mi piace molto questo piccolo brano degli Atti degli Apostoli perché è uno spaccato di comunità che ricorre spesso anche nelle nostre comunità. Si tratta di una storia molto semplice: la storia di Tabità, una donna della comunità che si dà molto da fare per essa, cuce, ricama, probabilmente mette in vendita le cose perché il ricavato possa essere donato alla comunità stessa. Una donna che non solo lavora, ma sa anche vivere quella maturità delle relazioni di cui parlavamo ieri. Questa donna è capace di farsi ben volere da tutti ed ha stretto amicizia con le altre che, come lei, lavorano per il bene di tutta la comunità. Tanto che è tutta la comunità di Giaffa che manda a chiamare Pietro, cioè addirittura il Papa. E Pietro va, è partecipe del dolore di questa comunità, si reca immediatamente a Giaffa, sale da lei e, con la sua autorità, pronuncia queste semplicissime parole: “Tabità, alzati!”. Il miracolo prende così forza che Pietro deve rimanere alcuni giorni a Giaffa, abitando presso questo Simone conciatore. Direi che il testo ci mette bene in evidenza un duplice servizio. Non solo quello di Tabità, che collabora al bene della sua comunità, ma anche quello di Pietro, che è il servitore del bene comune, della Chiesa in quanto tale e che sa essere veramente vicino a tutti, con la semplicità del pastore di uomini, con la forza del pastore. Un brano bellissimo, tra semplicità del servizio di una donna e autorevolezza nel medesimo servizio ecclesiale del pastore.

La grandezza di chi serve Mc 9, 33-37

Il Vangelo è arcinoto a tutti, anche perché lo leggiamo molto spesso nella liturgia. È un brano che ci spiega che tutti corriamo il rischio di pensare che il servizio a cui attendiamo nella comunità sia migliore di altri e più importante di altri. Se perfino nel gruppo apostolico, dove si vivevano comunque compiti e responsabilità diverse, ci fu il rischio di dividersi pensando che qualcuno fosse più importante di altri, figuriamoci nelle nostre piccole realtà ecclesiali. Figuriamoci nelle “beghe” di ogni parrocchia. Cosa fa il Signore di fronte ai discepoli che, quando ormai siamo a metà del suo ministero, non hanno capito ancora nulla di quello che egli va insegnando? Parla con carità! Poiché non hanno capito molto delle parole, poiché non hanno compreso molto di quei segni di passione ai quali egli sempre si riferisce, ecco che Gesù parla con un gesto. Il gesto di prendersi un bambino, il gesto di indicare la piccolezza, la semplicità, la fiducia, l’innocenza di cui è capace un bambino come esempio per tutti, come modello per tutti, come realtà alla quale sempre ispirarsi. Il modello di cui parla il Signore è il modello di accoglienza che vorrebbe nella comunità cristiana. Gesù sa bene, quando spiega queste cose, che nuovamente verrà frainteso, sia da coloro che sono più vicini a Lui, sia da coloro che sarebbero venuti molto tempo dopo. Eppure il suo gesto e quello che compirà alla fine della sua vita, e cioè la lavanda dei piedi, rimarranno punti fermi in assoluto per tutti coloro che vorranno dedicarsi al servizio nella comunità cristiana e per la comunità cristiana.

La gerarchia dei carismi 1 Cor 14, 1-5

La cosa è così delicata e così presente nella vita di ogni comunità cristiana che anche San Paolo ha dovuto intervenire, con la sua autorità e la sua illuminazione, nella vita di una delle comunità più amate dall’apostolo: la comunità di Corinto. Nella comunità primitiva e soprattutto a Corinto, il tema dei carismi era molto forte e molto sentito. La discussione era accesa soprattutto a proposito dei carismi maggiori, specie la profezia, cioè il dono di saper dire le cose che sarebbero accadute in futuro e circa il “parlare in lingue”, ovvero il parlare, per dono dello Spirito Santo, lingue sconosciute, non in uso tra gli uomini, lingue angeliche. Evidentemente qualcosa che doveva fare molto colpo e che doveva avere un certo effetto sulla vita di tutta la comunità. Paolo ne è al corrente e per questo interviene. In una comunità tutti contribuiscono al bene comune, se vivono con spirito di carità e unione con gli altri membri della comunità stessa. Ecco perché Paolo richiama fortemente il criterio guida di ogni carisma: la carità. Manifestazioni, anche particolari, anche appariscenti, di doni privati non sono certamente da ritenersi cose ottime. I carismi personali sono un dono di Dio che si manifesta alla singola persona, sono un dono di Dio che viene dato al singolo, ma se questo dono non trova un’utilità comune, quale scopo può avere in una comunità? Ecco perché Paolo dice di preferire carismi minori, ma per l’utilità comune, che non grandi doni personali dati ai singoli, ma fini a sé stessi. È l’utilità comune, la crescita della comunità ciò che conta, non lo sfoggio personale! Paolo è molto chiaro e, come sempre, anche molto diretto e anche molto duro. Certamente qualcuno avrà preso male le sue parole, ma Paolo non si interessa di tutto questo: ciò che conta è che cresca la comunità grazie al lavoro di tutti.

Per la vita della nostra comunità

  • Come ci regoliamo noi tutti da questo punto di vista?
  • Cosa pensiamo sul tema?
  • Come viviamo in comunità i nostri servizi?

Credo che ci sia qualche riflessione da fare.

Il criterio del servizio e della responsabilità

Credo che a tutti sia chiesto di entrare nell’ottica della vita comunitaria nella quale sono assolutamente necessari servizi ed attenzioni. Questo, se è vero in generale per ogni comunità cristiana, è ancor più vero oggi. Dal momento che molti sacerdoti vengono meno, in ogni comunità non è più possibile, ormai da tempo, pensare che siano solo i sacerdoti responsabili di tutto. Questa “scoperta” è stata portata avanti ormai da molti anni. Abbiamo avuto momenti di vita ecclesiali molto forti, nei quali abbiamo potuto fare molti passi avanti dal punto di vista della partecipazione dei laici alla vita della Chiesa. Credo che il passaggio da fare ora sia quello non solo di vivere una “delega”, ma di assumere una “responsabilità”. È un cambiamento di ottica notevole: in una comunità abbiamo bisogno di tutti, abbiamo bisogno di gente che ci dica: io mi rendo disponibile per questo o quest’altro! Ma abbiamo anche bisogno di uomini e donne che ci dicano di voler essere responsabili di un servizio piuttosto che di un altro. Questo accade in parte. Abbiamo questa realtà per esempio nella Caritas, nei settori di vita culturale, come per esempio il cinema, ma non in altri, come per esempio quello educativo. Servizio e responsabilità mi sembrano le due parole da tenere insieme, in questa nostra riflessione, guardando alla Chiesa del futuro!

  • Abbiamo desiderio di servire con responsabilità?

La visione di Chiesa

Al di là di questo, ed è la cosa che riterrei più importante, io credo che tutti ci dobbiamo seriamente interrogare:

  • Quale visione di Chiesa abbiamo?
  • Abbiamo la visione di una Chiesa da edificare e da servire o chiediamo alla Chiesa cose e servizi?

Forse sarò un po’ amareggiato da alcune cose accadute, ma io non credo che tutti abbiamo la visione di Chiesa come di una realtà alla quale apparteniamo e che dovremmo tutti amare con vivo e profondo affetto, desiderando di servirla e di edificarla. Mi pare che siano in molti a chiedere servizi, perfino ad avere pretese. Lo si vede benissimo, anche nella differenziazione, che spesso diventa divisione, di movimenti che non hanno, come criterio ultimo, quello di edificare la Chiesa ma, piuttosto, quello di edificare sé stessi. Io vorrei che tutti guardassimo alla Chiesa con gli occhi di san Paolo VI, ovvero con gli occhi di chi sa contemplare, gli occhi di chi sa che la Chiesa non è una realtà umana, non è al pari di altre organizzazioni, come il Papa ci dice spessissimo, ma una realtà voluta da Cristo, da lui edificata, da lui amata, da lui servita. Chi ha questo sguardo, chi contempla la Chiesa voluta ed edificata ed amata da Cristo, non potrà che fare altrettanto. Non potrà che amare, edificare la Chiesa che vive, che sperimenta, nella quale si dà da fare. Siamo molto lontano da questo sguardo. Siamo tutti succubi anche di questo tempo e di questa cultura che non ama la Chiesa, anzi che ne prende le distanze, che la critica, che la accusa, che la mette sotto giudizio sempre. Il frutto di questa settimana di esercizi potrebbe essere proprio questo: impariamo ad amare la Chiesa con le forze che abbiamo, con le capacità che abbiamo, con il bene che sappiamo fare, con quanto è in nostro potere vivere, ma amiamo la Chiesa! Impariamo a contemplarla! Impariamo, soprattutto, a servirla e non a servircene.

Se entriamo in quest’ottica, qualsiasi servizio faremo ad essa, qualsiasi ruolo avremo in essa, sarà vissuto con carità, come ci ha detto San Paolo o con quello spirito di servizio di cui la lavanda dei piedi è emblema perenne. Credo che sia questo ciò che il Signore si aspetta da noi in questo particolare momento storico. Il Signore chiede questo a chi, oggi, vuol far parte della Chiesa. È una piccola rivoluzione, è una piccola novità, ma che dice molto dell’occhio con il quale noi tutti possiamo far parte di essa.

  • Sono disposto a questo?
  • Amo la mia chiesa?
  • La contemplo?

Per il bene di tutti

Inoltre vorrei anche aggiungere che, al di là delle appartenenze personali, che possono essere sia parrocchiali, sia movimentistiche, sia di altri gruppi ed associazioni, tutti dovremmo crescere nell’amore per la Chiesa cattolica senza ulteriori specificazioni. Credo che, se guardiamo al futuro, tutti dobbiamo preoccuparci di cosa sarà del cristianesimo tra 10, 20 o 30 anni. Cosa rimarrà dopo questa stagione di disfacimento? Cosa rimarrà dopo tutta questa lunga stagione di attacco alla Chiesa e di svilimento della fede? Cosa rimarrà dopo la derisione dei valori cristiani, lo svuotamento dei seminari e dei conventi, la derisione della vita consacrata? Cosa rimarrà? Leggendo la Scrittura io credo che possiamo anche dare una risposta. Rimarrà il “resto fedele” come ai tempi dell’antico Israele quando, dopo la purificazione dell’esilio, rimase il resto fedele che riedificò lo stato di Israele. Così accadrà, io credo, anche a noi, come ebbe a dire un Joseph Ratzinger nel 1969, lontano da tutti i clamori e le posizioni altissime a cui sarebbe stato poi chiamato. Egli intravvide la possibilità di una progressiva perdita di consensi nella Chiesa, di un progressivo assottigliamento della sua posizione sociale e del suo ruolo. Eppure non ebbe mai a tergiversare. Con forza egli indicò nel resto fedele che ne sarebbe rimasto, quel gruppo che avrebbe riedificato la Chiesa. Partendo da relazioni vere, profonde, incisive. Passando per un servizio responsabile, gratuito, disinteressato. Proprio come abbiamo detto noi in queste sere di preghiera e di meditazione. Quindi non si tratta di essere pessimisti o ottimisti. Piuttosto si tratta di saper guardare alla Chiesa con gli stessi occhi di Dio e di vederla come egli la vuole: santa, vera, povera, fedele, capace di seguire Cristo. È per questo che io vorrei che ci chiedessimo:

  • Qual è il bene generale della Chiesa che riesco ad intravvedere?
  • Cosa posso fare io per realizzare un poco di questo progetto?

Credo che la risposta possibile sia quella di impegnarsi gratuitamente, responsabilmente per la Chiesa di cui facciamo parte, avendo a cuore che a parlare al cuore di tutti e ad attirare a sé sia Cristo, sia il Vangelo, non una realtà umana piuttosto che un’altra, non un gruppo piuttosto che un altro, non una comunità piuttosto che un’altra. Credo che questo sia il vero bene al quale dobbiamo mirare e la meta che tutti dovremmo sentire come nostra.

Qualche concretezza

Vorrei infine indicare un criterio di servizio veramente grande. Credo che il rischio di considerare alcuni servizi come “proprietà” lo corriamo tutti. Vorrei indicare a tutti che ci sia un tempo in cui vivere un servizio, una stagione, poi, ciascuno dovrebbe rimettersi in discussione e, magari, cercare altri servizi dentro la vita di comunità lasciando il passo ad altri. A parte la catechista, che essendo un ministero deve avere un tempo più lungo ed abbondante di servizio, tutti gli altri servizi comunitari dovrebbero essere vissuti così. In aggiunta direi anche che quando uno incomincia a percepire che arriva il tempo di passare ad altri, dovrebbe essere responsabile nel cercarsi un sostituto e nel passare le consegne per tempo, per evitare che uno lasci il servizio che sta compiendo abbandonando sulle spalle del parroco quello che faceva. Non credo che questo modo di fare sia molto responsabile. Piuttosto invito davvero a fare del proprio tempo un oggetto di discernimento e del proprio servizio da passare ad altri un altro oggetto di discernimento, con chi della comunità è il responsabile ovviamente, per il bene di tutti. Così si edifica e cresce una comunità! Voi capite che è davvero necessaria una riforma culturale. La riforma di chi vive in una comunità come in una casa e non in un’azienda. La riforma di chi prende a cuore e vive con responsabilità grande il proprio servizio, pur rimanendo da esso assolutamente distaccato. La riforma di chi edifica e non di chi vive di confronti, di ripicche, di sotterfugi, di cose dette a metà e male. Non è un cambio da poco. È quel cambio di mentalità che vi ho chiesto per passare da una mentalità attiva e attivistica ad una mentalità di contemplazione e di amore.

Credo che non ci sia altro da fare che chiedere a Maria, Madonna del Rosario, di intercedere per noi. Ovviamente tutte queste cose non avvengono nell’arco di un tempo ridotto, ma chiedono tempi lunghi. Io credo che a noi, in questa comunità pastorale, dopo 15 anni di vita, sia chiesto di iniziare questo processo. Poi tutti andremo a fare altro, finché saremo qui! Ma avremo iniziato un processo che altri finiranno e per il quale, io credo, ci ringrazieranno. Differentemente se avremo pensato solo a noi, solo al nostro momento storico da portare avanti come possiamo, alle nostre esigenze da vivere in senso privato.

Lascio alla vostra contemplazione, alla vostra preghiera il tempo per approfondire con il cuore e davanti al Signore quanto la Scrittura, anche questa sera, ci ha consegnato.

Esercizio finale

  • Quale servizio potrei assumere?
  • Quale servizio potrei cambiare?
  • Quale servizio potrei proporre a qualcun altro?
  • A chi potrei lasciare il mio servizio?