1° Incontro – Introduzione2021-11-26T16:00:39+01:00

Project Description

Introduzione

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Un corso di formazione liturgica

Anche quest’anno propongo un corso di formazione liturgica, dal momento che non sono pochi coloro, e cioè voi qui presenti, che amano la liturgia, desiderano conoscerla e mantenere alta la propria formazione. Poiché poi molti sono inseriti nei diversi gruppi di volontariato per la buona celebrazione della Messa, credo che sia molto opportuno continuare con una serie di incontri che ci aiuti a conoscere sempre meglio la celebrazione liturgica. Per questo vorrei partire con qualche incontro sul tema della preghiera eucaristica. Credo che ci sia stato insegnato fin da bambini che la parte più sacra della Messa è la preghiera eucaristica. Non so se si può dire proprio così, giacché le azioni della Messa formano una unità singolare e, togliendone una sola, si toglie valore all’intera celebrazione, così come pure non si può coglierne il senso. Forse alcuni di voi ricordano ancora che, prima del concilio, si diceva che la Messa era “valida” se si ascoltavano le parole della consacrazione. Per questo era stato inserito, tra l’altro, il suono della campanella all’inizio della preghiera eucaristica cosicché gli uomini, generalmente fino a quel punto fuori dalla chiesa, potessero entrare per “prendere” Messa! Era, tuttavia, una forma per vivere la celebrazione molto diversa dalla nostra. Il tiro, in latino, era, in buona sostanza, “affare del prete”. Le donne dicevano il rosario, gli uomini, per l’appunto, potevano entrare più tardi, proprio per le parole dell’istituzione…

Al di là di questo ricordo storico, appare però evidente che siamo proprio nel momento in cui la celebrazione raggiunge il suo apice, il suo culmine, quando il sacerdote, ripetendo le parole e i gesti del Signore, invoca lo Spirito perché il pane e il vino che sono stati presentati all’offertorio diventino il Corpo e il Sangue di Cristo. Ecco perché desidererei farvi conoscere perché ci sono queste preghiere, cosa dicono, perché agiscono in modo tale che si consumi il sacramento. Così che una conoscenza e una formazione sempre più profonda, permettano anche una preghiera sempre più intensa quando siamo in presenza del Sacramento.

Così per iniziare potremmo chiederci:

  • Quante sono le preghiere eucaristiche?
  • In base a che cosa si scelgono?
  • Sono tutte uguali e il loro utilizzo è indifferente?
  • Quando sono nate?
  • Sono testi stabili o in continua evoluzione?
  • Sono obbligatorie o il sacerdote potrebbe introdurre parole sue?
  • Da dove è nata l’idea di una preghiera eucaristica?
  • Perché sono davvero così importanti?

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La struttura

Anche ai fedeli più distratti capita di sentire testi diversi per la consacrazione eucaristica! Dunque, credo che ogni fedele sia consapevole che ci sono diverse preghiere eucaristiche. Nel rito ambrosiano, che anche in questo è leggermente differente dal rito romano, ci sono 6 preghiere eucaristiche, più due dette “della riconciliazione”. Accanto a queste ci sono poi le preghiere eucaristiche dei fanciulli, che hanno conosciuto un momento di loro vitalità negli anni 70 e 80, e, anche se poi sono cadute un poco in disuso, è possibile che noi le ricordiamo e che siano rimaste nel nostro orecchio.

Quale struttura hanno in comune queste preghiere eucaristiche? Perché, al di là delle parole, dovendo tutte produrre lo stesso effetto, e cioè la consacrazione del pane e del vino, devono anche avere una struttura in comune per ottenerlo.  La struttura di ogni preghiera eucaristica potrebbe essere così riassunta:

  • Dialogo introduttorio (prefazio) dove si annunciano le grandi opere compiute da Dio e, quindi, il motivo per esprimerGli la nostra gratitudine;
  • Il canto del Santo;
  • La prima epiclesi o post sanctus, che può essere una introduzione alla preghiera che continua il motivo di ringraziamento del santo oppure una invocazione al padre perché mandi lo Spirito perché il pane e il vino si trasformino nel sacramento di salvezza;
  • Il racconto della istituzione della Eucarestia;
  • L’anamnesi, ovvero il “riassunto” del mistero di salvezza nei suoi elementi fondamentali, ossia la morte e la risurrezione di Cristo;
  • La seconda epiclesi che consiste generalmente in una invocazione per l’unità e per la santificazione di coloro che partecipano all’offerta del sacrificio eucaristico;
  • Il “memento”, ovvero il ricordo dei vivi e dei morti
  • La dossologia finale, ovvero la proclamazione del nome della Trinità di Dio.

Questi elementi si trovano sempre in ciascuna delle singole preghiere eucaristiche, come vedremo e non possono mai mancare, sebbene siano più lunghi o più corti, più solenni o meno solenni, a seconda anche delle circostanze che vengono celebrate. La linea celebrativa è, dunque, quella della chiesa che si rivolge al Padre per chiedere il dono che più ha a cuore, ovvero la presenza del Figlio, nelle specie eucaristiche, il pane e il vino, che devono essere consacrate. Sottolineo subito che non è affatto “affare del sacerdote”, ma è tutta la chiesa che, per mezzo del sacerdote, ovvero del ministro tipico di questo sacramento, chiede a Dio il dono senza il quale non esisterebbe nemmeno la chiesa. Il compito dell’assemblea non è, dunque, un passivo silenzio, ma una comprensione e una partecipazione attiva alla preghiera espressa dal sacerdote che presiede l’Eucarestia, perché il dono di salvezza del Sacramento, sia per tutti. Da dove viene questa forma liturgica? Quali sono gli elementi biblici ai quali ci si può appellare?

la berakà ebraica

Impossibile non richiamarsi alla “Berakah” ebraica, ovvero alla benedizione che, in molti passi della Bibbia è proposta come forma di preghiera autentica di Israele. Ci sono diverse “berakot” nella scrittura. È attestata la forma di benedizione a Dio per qualche cosa che accade –  pensiamo all’inizio del Benedictus: “Benedetto il Signore Dio di Israele perché ha visitato e redento il suo popolo…” – ma anche sono attestate forme di benedizioni meno solenni ma ugualmente efficaci, per lodare indirettamente il nome di Dio e la sua presenza, o la sua potenza, partendo dalle singole circostanze della vita – come per esempio la benedizione ad un figlio, pensiamo, per esempio alla benedizione che Booz pronuncia su Rut: “benedetta tu figlia mia perché non sei andata a lavorare nel campo di un altro uomo..”.

La benedizione ebraica conosce anche una particolare espressione per la tavola, per il cibo. Occorre ricordare, anzitutto, che per il pio ebreo ogni pasto è qualcosa di sacro. La nostra moderna mentalità, specialmente quella del fast food, è lontana anni luce dalla mentalità ebraica che esprime sempre, in ogni pasto, qualcosa di rituale, qualcosa di sacro. Sacro è il cibo che Dio dona, sacra è la condivisione, e, difatti, non si prende mai cibo con qualche sconosciuto. Sacra è la famiglia con cui si cena, sacra è ogni singola occasione solenne di prendere cibo insieme. Prima di ogni pasto si prega e si ringrazia Dio, si pronuncia una berakah sul cibo, perché si avverte che ciò che si sta per prendere è suo dono e frutto della terra, ovvero della creazione. Queste considerazioni ci portano subito ad una questione essenziale. Che tipo di cena ha consumato Gesù nell’ultima cena? Se l’Eucarestia dipende dall’ultima cena, che richiama esplicitamente, se il modello evangelico sul quale si fonda la Messa è quello ebraico, che tipo di cena ha consumato Gesù? Si trattava della cena pasquale ebraica, oppure era una cena comune resa solenne dalle parole di Gesù? La domanda ha un suo fondamento biblico, perché se noi confrontiamo i vangeli sinottici con Giovanni, ci accorgiamo di una differenza lampante e grande. I racconti evangelici dei sinottici parlano della cena pasquale di Cristo, dunque quella di Gesù fu una vera cena pasquale secondo il rituale ebraico, con tuti i riti e con tutti gli alimenti tipici di quella cena solenne che si ripeteva di anno in anno, alla celebrazione della Pasqua. Giovanni, invece, che, come sapete, non scrive il racconto della istituzione dell’Eucarestia, propende per una cronologia diversa. Poiché la Pasqua, il momento dell’immolazione del Cristo, deve coincidere con l’ora della immolazione degli agnelli nel tempio, è chiaro che la cena a cui egli fa riferimento non sarebbe una cena pasquale. Gli esegeti da molti decenni discutono se sia giusta la cronologia dei sinottici o quella di Giovanni, senza tuttavia trovare risposta al problema. È chiara però una cosa che gli evangelisti rispondono, nel loro modo di scrivere, a due logiche diverse. I sinottici vogliono rendere l’idea della cena pasquale nella quale all’agnello immolato si sostituisce il Cristo; Giovanni vuole sottolineare con forza la teologia dell’immolazione del Cristo, lasciando poi sullo fondo le questioni legate all’istituzione dell’Eucarestia. Ricordiamo che Giovanni non avverte più questo problema, dal momento che vive ed opera in una comunità che già da tempo celebra il Sacramento Eucaristico come suo centro e come suo fulcro. Al di là di queste questioni che lasciamo ai teologi e agli esegeti, in questa sede liturgica vogliamo solo ricordare che l’Eucarestia intende ripetere quelle parole stesse che Gesù ha pronunciato sul pane e sul vino. Ci fossero stati pure tutti i riti della cena pasquale ebraica, oppure non ci siano stati quei riti unici e solenni, a noi interessa affermare e ricordare che la preghiera eucaristica intende ripetere le parole e i gesti di Gesù. È proprio in questo momento che il sacerdote celebrante agisce “in persona Christi”, cioè essendo Cristo stesso. Non si dà altra forma per celebrare validamente l’Eucarestia. Ecco perché il sacerdote non può assolutamente utilizzare parole proprie, ma deve ripetere il testo così come la tradizione della chiesa l’ha formulato, obbedendo al comando espresso da Cristo in quell’ultima cena pasquale – eucaristica. Il modello di benedizione ebraica è quindi uno degli elementi che sottostanno alla preghiera eucaristica, ma non è il solo. Vale la pena di ricordarlo, ma non è l’unico elemento dal quale far dipendere la forma della celebrazione della Santa Eucarestia.

Da qui deriva anche una riposta importante alla domanda che spesso fanno i ragazzi del catechismo: perché non si spezza il pane nel momento stesso in cui il sacerdote dice: “prese il pane e lo spezzò?”.

La risposta è molto semplice. Poiché si tratta di una preghiera, cioè di una azione liturgica che intende ripetere il gesto e le parole di Cristo nell’ultima cena, non è possibile spezzare il pane fino a che tutta l’azione liturgica sia terminata. Non è possibile, detto altrimenti, interrompere la preghiera con un gesto che altererebbe, scompaginerebbe ciò che fece il Cristo nell’ultima cena. Occorre che l’azione di preghiera sia finita e che il Cristo sia realmente presente nel pane e nel vino che sono stati consacrati perché si possa compiere quel gesto che è in ordine alla riunificazione del pane – corpo e del calice – sangue. Il gesto della “frazione del pane”, è, in fatti, in vista della “immixtio” cioè della rottura di una particella di ostia consacrata che viene inserita nel calice, di modo che il corpo e il sangue di Cristo siano riuniti insieme, sacramento per la salvezza del mondo e di ogni anima. Il rito ambrosiano sottolinea particolarmente questo momento, avendo previsto anche un’apposita “antifona”, il canto allo spezzare del pane, che può essere letto o cantato.

la birkat ha mazon

Anche un altro testo è significativo in questo momento di formazione nel quale stiamo risalendo un poco agli “antenati”, ai modelli ai quali hanno attinto gli autori ecclesiastici per dare luce alla preghiera eucaristica. La “birkat-ha-mazon” è un testo talmudico che ha cristallizzato la benedizione di Mosè nel momento in cui egli ricevette come dono e come segno la manna per proseguire il cammino verso la terra della promessa. È un testo composito che si compone di tre parti: la birkat-ha-zan, che è propriamente la benedizione sulla manna, “man hu?”, “che cosa è?”, che cadde per sostenere il popolo di Israele nel deserto; la benedizione alla terra, la Birkat-ha-arez che è la benedizione originaria per la creazione, ed è la benedizione per la terra che ospita gli ebrei, il popolo della alleanza, che sta peregrinando vero la “terra” che Dio dà come dono al “suo” popolo; la benedizione su Gerusalemme, la birkat Yerusalaym, che, ovviamente non può essere stata pronunciata da Mosè, ma sono parole che vengono attribuite al profeta massimo di Israele, l’uomo che non ha pari, per dire già la benedizione per il centro futuro di tutta la vita politica, sociale e religiosa del popolo santo dell’Alleanza. Come si vede questo prototipo di preghiera, attribuisce a Dio la lode per ogni beneficio recato al popolo santo. È Dio che raduna il suo popolo, è Dio che lo sostiene, è Dio che gli permette di camminare nell’aspro deserto della storia, è Dio che gli dona ogni benedizione perché il cammino continui.

Conclusione

Ovviamente, questa sera non possiamo arrivare ad una conclusione vera del discorso. La nostra è una introduzione ad un tema, credo, affascinante. Con questa serata introduttiva, infatti, vogliamo dire che la tradizione di preghiera che la chiesa ci propone, è molto ricca, composita, ha delle radici che è bene conoscere, apprezzare, far conoscere. Per non essere noi, cristiani ferventi e praticanti, i primi a dire che i riti sono ripetitivi e pesanti! Se si comprende il loro perché, se si capisce la loro origine, si comprende anche la ricchezza del ripeterli e del trasmetterli a chi viene dopo di noi.