La lavanda dei piedi2021-10-23T22:49:20+02:00

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La lavanda dei piedi

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La lavanda dei piedi

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Introduzione

Certamente la lavanda dei piedi è uno dei brani di San Giovanni più noti. Probabilmente sappiamo anche che, mentre i vangeli sinottici, dedicano ampio spazio alla istituzione dell’Eucarestia, il quarto Vangelo non ha il ricordo della cena. Il perché l’ho spiegato nella introduzione della volta scorsa: in sintesi estrema possiamo dire che Giovanni non ha più il problema di spiegare ciò che nelle comunità viene ormai vissuto ampiamente.
Entriamo, da subito, nel vivo del testo.

La struttura

È abbastanza visibile anche ad una prima lettura la struttura del testo.

  • v. 1: introduzione al libro della gloria.
  • vv.2-20: la lavanda dei piedi
    • vv. 2-3: introduzione al gesto
    • vv. 4- 5: la lavanda
    • vv. 6-11: il significato
    • vv. 11-20: l’insegnamento
  • vv. 21-38: il significato della lavanda dei piedi
    • vv. 21- 30: annunzio del tradimento di Giuda e reazione dei discepoli
    • vv. 31- 38: l’addio

Introduzione al libro della gloria

Come vi ho già spiegato la volta scorsa, il Vangelo di Giovanni è tutto un cercare di condurre il lettore alla “gloria” all’”ora”, cioè al momento massimo e finale della rivelazione del Signore: la sua morte in Croce. Il v 1 intende creare uno stacco rispetto al primo libro, vale a dire i primi dodici capitoli del Vangelo. Se i primi 12 capitoli sono stati un discorso rivolto a tutti, nel quale Giovanni ha proposto incontri e segni che permettessero di mettersi sulle tracce di Gesù per conoscere la rivelazione del volto del Padre, ora i destinatari sono “gli amici”, cioè coloro che stanno compiendo un itinerario di perfezionamento della loro fede e che, ad imitazione degli “amici” protagonisti di queste pagine, ovvero i discepoli, vogliono cercare un’intimità più intima e più vera con il Signore per rendere il proprio cammino di fede perfetto in Dio.

In un solo versetto vengono già dette tutte le verità che verranno sviluppate nel corso dei capitoli successivi: l’ora del Signore è un ora di amore; la manifestazione del Signore rivela la Signoria di Dio su tutte le cose; l’uomo è attratto alla Croce del Signore perché lì impara ad amare; Gesù morendo sulla Croce porta a perfetto compimento la volontà di Dio e la rivelazione del suo regno.

La cena

La cena è il contesto di questa pima pericope che leggiamo nella scuola della Parola. Di che cena si tratta? L’ultima viene da dire spontaneamente! Certo, eppure tutti noi abbiamo in mente la cronologia dei vangeli sinottici che è quella che seguiamo nella liturgia e che ha plasmato il sentire della Chiesa e il vivere dei fedeli. Eppure c’è una grossa problematica proprio riguardo alla datazione della cena pasquale del Signore. Giovanni, infatti, non la colloca al giovedì sera, come i sinottici, ma al martedì precedente. Il problema della cronologia dei sinottici lascia aperta una domanda: come fu possibile che nel giro di pochissime ore, si passi dalla cena all’arresto, dall’arresto alla condanna e dalla condanna alla morte, deposizione e sepoltura del Signore? In effetti i tempi sono molto ristretti. I sinottici ci dicono solo che quel giorno, il venerdì santo, il 14 di Nisan di quell’anno, era giorno solenne e che le cose subirono una accelerazione profonda proprio per via della festa: il giorno dopo era Pasqua. Giovanni, invece, anticipa la data della cena al martedì, risolvendo così tutti i problemi della “fretta” del triduo. La cena del Signore, dunque, avvenne nel contesto della Pasqua, ma non fu la cena della Pasqua ebraica. Perché? Perché Giovanni, che organizza la sua opera come un trattato di teologia, colloca la crocifissione del Signore in un’ora molto precisa della vita di Gerusalemme nel giorno del 14 di Nisan, ovvero nell’ora nella quale, nel grande tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli. Quell’ora è l’ORA della rivelazione. Al sacrificio di Mosè e all’agnello che doveva essere immolato in onore a Dio, si sostituisce il vero Agnello, Gesù Cristo. È lui che, morendo vittima innocente per il peccato del mondo, salva l’uomo da ogni colpa. Come vedete c’è una grossa differenza, seppure motivata da criteri narrativi diversi. Chi ha ragione? Chi colloca la cena nel giorno giusto? Noi non lo sapremo mai, il vangelo non ci dona criteri di oggettività tali da farci propendere per una versione cronologica o per l’altra. Forse è vero che Giovanni propone una cronologia più plausibile mentre i sinottici colgono meglio l’essenza del Giovedì santo. Del resto non è così fondamentale sapere con precisione: la verità è che il Sacrificio di Cristo toglie il peccato del mondo e redime l’uomo da ogni colpa. Ed è questo quello che celebriamo sempre, ogni volta che ci apprestiamo a celebrare la Messa, ricordo di quella cena e di quel gesto di amore che il Signore volle fare per i suoi discepoli. Così pure è importante che noi ricordiamo il significato di quel gesto, e non la sua ripetizione. Di fatti, come tutti sapete, vedete che la lavanda dei piedi non venne riconosciuta come un sacramento, ma solo come un sacramentale la cui ripetizione è suggerita una volta all’anno, proprio nel giorno del giovedì santo. L’Eucarestia, cioè la ripetizione della cena con le esatte parole di Gesù divenne invece Sacramento. Sacramento di vitale importanza della vita della Chiesa, dal momento che la Chiesa scopre in essa la sua origine e trae da esso la sua forza vitale.

La lavanda: il gesto

Avrete senz’altro già sentito dire che il gesto è il gesto di umiltà massima. Tutti sapete che il gesto di questa forma di abluzione, era il gesto dell’ultimo servo della casa, il più giovane, l’ultimo arrivato, quello che, insomma, contava di meno. Un gesto di cortesia, per togliersi la polvere della strada prima di entrare nella casa. Su questo gesto si è discusso parecchio. Chi è stato in un pellegrinaggio in terra santa ed ha letto il Vangelo con una minima attenzione, sa che il problema della purificazione rituale era molto sentito dagli ebrei, ma non solo da loro. Tutti coloro che avevano un minimo cammino di fede a quel tempo, sentivano, in qualche modo, il dovere di purificarsi prima di pregare. Di qui il complesso sistema di Piscine e vasche di abluzione che venivano costruite. Una comunità in particolare, la comunità degli Esseni, un gruppo di persone che si ritenevano pure e che vivevano sulla riva del mar morto, aveva sviluppato un sistema di continue purificazioni rituali per accedere alla preghiera e per mantenere alto il tenore della vita comunitaria. Gesù conosceva queste pratiche? Ha voluto, in qualche modo, riproporle nella sua ultima cena? Certamente il Signore conosceva queste comunità, come anche i suoi discepoli conoscevano questo genere di pratiche religiose. Certamente il Signore ha voluto, però fare altro. Ha voluto ricordare il gesto di umiltà con il quale Dio si umilia davanti agli uomini. Chi ha capito nel profondo questo gesto è San Paolo. Ce ne dà traccia nella lettera ai Filippesi, che noi abbiamo già commentato, nell’inno cristologico con il quale San Paolo apre la lettera, ricordando che “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso,  facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce”. Il gesto della lavanda dei piedi, che apre i gesti della Pasqua, è, quindi il gesto eloquente che dice quale abbassamento ha prodotto il mistero dell’incarnazione. Cristo, che si era abbassato già nel Natale venendo ad assumere la natura dell’uomo, ora porta a compimento quel gesto, mettendosi tutto a disposizione degli uomini, fino a subire la sorte di condannato per amore di ogni uomo. Anche il gesto di spogliazione della tunica e di presa di un asciugatoio, indica già quella spogliazione del corpo che si compie sula Croce e nella sepoltura.

La reazione al gesto: Pietro

Due sono i protagonisti fondamentali, accanto al Signore, di questa pagina. Protagonisti che si rincorrono per tutto il testo, intrecciando le loro vicende l’una con l’altra in maniera indelebile. Il primo è Pietro. Pietro che tenta di reagire a questo gesto. Perché? Pietro ha capito benissimo quello che sta succedendo. Lo ha capito perché, con la mente, è andato a tutti quei momenti del ministero del Signore nei quali il Signore stesso aveva annunciato ai discepoli la sua morte di croce, la sua sofferenza, il suo patire per condurre a salvezza l’uomo. Pietro non aveva mai reagito bene in quei momenti. Ricorderete l’episodio di Cesarea, nel quale Pietro, addirittura, era stato indicato come strumento di scandalo e anzi come demoniaco nel suo modo di pensare. Pietro aveva capito la lezione, ma, in fondo, non si era mai arreso all’idea di un Messia debole che avrebbe dovuto soffrire. Ecco, quindi, il perché della sua reazione, anche in questa occasione, al progetto del Signore, al progetto di Dio. Egli non vuole sentire nemmeno parlare della sofferenza del suo maestro, e tenta di resistere a quel gesto. Reazione nella quale non pochi padri e non pochi commentatori, cercano di vedere anche un sottile riferimento alla differenza tra il Battesimo e la confessione. Chi viene battezzato, chi viene inserito in Cristo, chi viene inserito nella Verità della sua esistenza, è puro. Ha ottenuto il perdono dei peccati. Tuttavia la libertà del credente rimane una libertà peccatrice, una libertà che si macchierà di molti altri peccati. Ecco il significato di quel tornare a lavarsi i piedi, anche dopo il bagno. Se il battesimo è dato una volta e una volta per sempre, ci sarà continuo bisogno di una purificazione meno solenne e, però, non meno vera. La purificazione delle colpe della confessione, infatti, farà rivivere quel battesimo dopo che altra polvere avrà intaccato i piedi degli uomini.

Il significato

Così, dopo questi fatti, si può passare alla spiegazione del gesto. Gesù dice apertamente che ciò che è stato fatto in quel cenacolo, mentre si sta consumando quella cena, è la regola da seguire. Non un gesto straordinario, non un gesto rituale, un gesto che deve prendere il posto della vecchia ritualità per garantire la purezza dei singoli, ma un nuovo gesto di amore che va imitato nella sua essenza e non nella sua lettera. Così chi vuole seguire Cristo dovrà fare, mettendo gesti di amore nella vita di ogni giorno. È così che ci si purifica dall’egoismo che insidia la vita. Solo nel gesto di una donazione sempre più autentica, generosa e simile a quella del Signore, si potrà continuare la propria sequela di Cristo, umile fino alla fine, sempre pronto a donarsi per il bene di tutti.  Questo è lo spirito della beatitudine. Se vogliamo questa è anche la sintesi delle “beatitudini”, cioè di quel testo che noi leggiamo nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo. Come si possono riassumere tutte le diverse beatitudini dettate sul monte? Con questo gesto: il gesto di una donazione continua, nei piccoli gesti di ogni giorno.

La seconda reazione al gesto: Giuda

Il tradimento di Giuda aveva già tenuto banco in molte occasione. Il traditore era più volte stato introdotto da Gesù nei racconti della sua passione della predizione della sua morte. Ora quei discorsi assumevano un tono molto più drammatico. Era l’imminenza dell’ora. Ora quelle cose si stavano realizzando. Come reagisce Giuda all’ultimo gesto di donazione di Gesù? Abbandonandolo, staccandosi da quella rivelazione che introduce l’ultima viva e vera rivelazione, quella della Croce. Giuda non può arrivare a sentire quelle parole, ma così perde la sintesi della rivelazione. Gesù ha appena detto “ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché quando accadrà sappiate che io sono!”. Quell’ “Io sono”, è la citazione dell’Esodo, è la citazione del roveto ardente. È come se il Signore avesse detto: Colui che ha parlato a Mosè sono io. Ora si compie il senso di quella rivelazione. Colui che ha suscitato la vocazione di Mosè e tutte quelle di chi è venuto dopo di lui, sono io, che ora ho suscitato la vostra vocazione e che ora mi rivelo a voi in questa piena, ultima, definitiva rivelazione del mio amore. Giuda si è sottratto per sempre da quelle parole, il che significa che si è sottratto per sempre a quella rivelazione. La sezione conclude con una notazione che appare poco significativa, di per sé, e che, invece, è ricchissima di senso: “ed era buio”. È certo buio perché è notte. È buio perché non c’è la luce del sole. È buio perché è nelle tenebre che si compie il mistero del tradimento. Ma il vero buio è quello interiore di Giuda. È il buio di chi non ha guardato in faccia alla Luce e non ha accolto la sua rivelazione. È il buio della sua coscienza, quella coscienza che rimarrà sempre ripiegata su sé stessa e che, quando entrerà nel pianto del pentimento, non saprà più nemmeno cercare quella luce che salva tutti, quella luce che ha salvato anche Pietro. Il suo pianto disperato e il tentativo di cancellare ciò che è stato fatto, lascerà spazio solo alla disperazione, la disperazione di chi si è chiuso e vuole chiudersi nelle tenebre del proprio cuore e non accetta nessuna rivelazione di Luce. Questo è il mistero di Giuda, il mistero di chi rimane chiuso nel male, il mistero di chi non sa guardare in faccia Gesù. È il mistero del peccatore che non si arrende all’amore di Cristo. Giovanni ne riparla, poi, anche nelle sue lettere, ricordandoci che se è vero che non ci sia uomo che non abbia peccato, è vero anche che l’amore del Signore vince tutto. Anche le tenebre più difficili, come dirà Sant’Agostino.

L’addio

È l’ultima parte del capitolo 13. Si comprende bene che si passa subito ad un altro livello del discorso. Dopo i fatti, dopo le due reazioni di Pietro e di Giuda di fronte al gesto della lavanda, ecco ora un insegnamento più alto e più forte. Gesù parla, nell’intimità del cenacolo, al cuore del discepolo. Gesù sa e il discepolo riconoscerà poi che quella è stata l’ultima occasione di insegnamento del Maestro. Ecco il contesto del “comandamento nuovo” che altro non è se non un ulteriore sottolineatura, un ulteriore richiamo al gesto della lavanda dei piedi colto nella sua essenza. Tutta la vita del cristiano dovrà diventare un atto di amore, tutta la vita del cristiano dovrà essere solamente un progressivo abbassamento, nelle intenzioni e nelle opere, perché tutti possano riconoscere, dall’amore profuso dai discepoli di Cristo e nel suo amore, che, in quei gesti, continua a risplendere quell’abbassamento di Dio sulle ferite dell’uomo.

Questa è l’unica condizione per entrare nella vita eterna. Chi entra nella vita? Chi si salva? Si salvano, entrano nella vita eterna, tutti coloro che, ad imitazione del Signore, sanno compiere continui gesti di abbassamento, di donazione, di prossimità. Sostenuti dall’Eucarestia, che è la linfa vitale di ogni comunità cristiana ma anche di ogni anima, i credenti si abbasseranno ogni giorno sulle ferite degli uomini nel nome di Colui che, per primo, si è abbassato sulle ferite di ciascuno. Questo sarà il modo di amare di coloro che si dicono amici del Signore, di tutti coloro che hanno fatto proprio questo suo testamento spirituale.

Il tutto, però, nel tempo. Ecco il senso profondo dell’ultimo colloquio tra il Signore e Pietro. Pietro si dichiara pronto a difendere il Signore, cosa che non avverrà, come tutti sappiamo molto bene e a seguirlo fino a donare la vita. Accadrà così. Ma non ora. Pietro sarà effettivamente in grado di donare la vita per Cristo, ma non in questo momento, non in questa occasione. Altra è l’occasione che Dio riserverà a questo, come anche la finale del Vangelo del capitolo 21 lascia percepire. Il tutto avverrà in un altro tempo, nel tempo che il Signore avrà scelto e che il Signore ha già predisposto e che già custodisce nel mistero del suo amore infinito, ma non sarà ora. Ora è il tempo della vittoria di Cristo sulla morte, passando attraverso la sua donazione generosa, unica, completa, definitiva. Al discepolo, per ora, è chiesto di contemplare, per vivere dopo, in un altro tempo, la propria conformazione al Signore. Solo quando si sarà stati capaci di imparare la vera immagine della donazione del Signore, si potrà imitarla ed entrare, con Lui, da risorti, nella gloria di Dio.

In sintesi

È abbastanza chiaro, credo, al termine di questo piccolo approfondimento teologico, il significato della lavanda dei piedi. Noi impariamo da un gesto del Signore come vivere l’umiltà. C’è un sacramento della donazione, c’è un sacramento dell’abbassamento continuo, c’è un sacramento della donazione costante alle anime, che non si  impara che contemplando il gesto di donazione di Gesù, quel gesto che ebbe il suo culmine proprio nella lavanda dei piedi. È, poi, solo nel Sacramento dell’Eucarestia, cui questo gesto della lavanda rimanda, che si può ottenere quella forza senza la quale sarebbe assolutamente impossibile essere immersi nella rivelazione di amore che diventa custodia di sé stessi, dei propri sentimenti, delle proprie emozioni, dei propri affetti, in vista di quel comandamento, che è il comandamento nuovo, che rende piena la vita di chi lo segue, di chi lo vive.

Per la preghiera:

  • Come mi accingo a leggere questo libro della gloria?
  • Cosa mi attira di più del mistero della cena di Cristo?
  • Mi dispongo a pregare davanti al Signore che si abbassa per me?
  • In che rapporto sta il mio battesimo rispetto alla mia confessione?
  • Come permetto alla confessione di far rivivere il mio battesimo?
  • Come faccio rivivere questo gesto nei gesti di donazione di ogni giorno?
  • Resisto alla luce e all’amore del Signore o vedo anche io la luce nei miei tradimenti?
  • So arrendermi, docilmente, a quella luce?
  • Che tempo è questo per me?
  • Vivo il mio tempo come una serie di donazioni che mi aiutano a donare la vita dopo averla messa nelle mani di Dio?

Impegno del mese

Mi impegno a cercare o a riconoscere e a vivere le occasioni di abbassamento che la vita mi donerà. In esse invoco la forza dello spirito di Dio, perché io possa crescere in quella dimensione di donazione che il Signore ha predisposto perché ciascuno di noi possa avvicinarsi alla vita eterna, alla vita da possedere in pienezza solo nella manifestazione finale del Signore.

Buona preghiera.