La preghiera sacerdotale2022-05-05T16:54:50+02:00

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La preghiera sacerdotale

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La preghiera sacerdotale

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Introduzione

Il capitolo 17 conclude la scuola della Parola di quest’anno. Anche ad una prima lettura ci siamo subito resi conto della difficile costruzione di questo testo che, penso proprio tutti, abbiamo percepito come molto elaborato e molto complesso. Cerchiamo di entrare in questo testo per comprendere anzitutto cosa San Giovanni vuole comunicarci e per concludere la scuola della Parola di quest’anno.

La struttura

Per quanto riguarda la struttura di questa sezione del Vangelo, procederemo in modo molto semplice:

  • Vv 1-8: Gesù chiede al Padre la gloria e compie l’opera di rivelazione ai discepoli;
  • Vv 9-16: Gesù prega per tutti coloro che il Padre gli ha dato;
  • Vv 17-19: Gesù offre la consacrazione dei discepoli;
  • Vv 20-23: Gesù prega per l’unità di coloro che credono;
  • Vv 24- 26 Gesù desidera che coloro che il Padre gli ha dato siano con Lui.

Il contesto e le prime ipotesi

Inutile dire che questo testo, così complesso, è stato oggetto di grandissimi ed importanti studi fin dall’antichità. Il fascino che emanano queste parole, ma anche il desiderio di comprendere bene cosa San Giovanni abbia voluto trasmetterci, sono stati vissuti da sempre nella Chiesa. Ecco perché commentatori antichi e recenti si sono cimentati con questo testo. In sintesi possiamo introdurci dicendo che:

  • Questo testo è stato elaborato dalla comunità giovannea che ha scritto anche il prologo. Si tratta di una comunità che, con San Giovanni, ha avuto modo di vedere come si evolveva la diffusione del cristianesimo nei primi decenni dopo la risurrezione del Signore e come essa maturava lì dove fioriva. San Giovanni cerca di riprendere in sintesi tutti gli insegnamenti del Signore mentre la comunità si sta evolvendo e la comunità cristiana stessa lo aiuta in questa opera di discernimento e di interpretazione di ciò che lo Spirito offre alla Chiesa.
  • San Giovanni modella questo testo su un cliché molto conosciuto, il contesto del capitolo 32 del Deuteronomio che contiene i due discorsi di addio di Mosè. Esattamente come in quel testo del primo testamento, anche qui il Signore chiude i dialoghi e le preghiere dell’ultima cena con un discorso di addio che riguarda anzitutto Lui nel suo rapporto con il Padre e poi i discepoli che, nel suo nome, continueranno la sua opera.
  • Fin dal secolo V questo testo è stato intitolato: la preghiera sacerdotale di Gesù. È una preghiera scritta “sub specie aeternitatis”, cioè una preghiera fuori dal tempo, una preghiera che trascende l’ora storica in cui è stata pronunciata, ovvero il contesto dell’ultima cena. Gesù si immerge in un dialogo unico, intensissimo, profondissimo con il Padre e vive con lui un ultimo affidamento di sé stesso e delle persone a lui più care, i discepoli e, attraverso di loro, di tutta la Chiesa.
  • In questo testo troviamo tutti gli elementi tipici della preghiera di Gesù insegnati anche dai sinottici:
  • Gesù si rivolge direttamente al Padre;
  • Gesù ha lo sguardo rivolto al cielo come in tutti i vangeli nei quali Gesù si immerge in un dialogo unico con il Padre suo;
  • Gesù prega per i discepoli chiedendo che siano liberati dal maligno e dalla tentazione;
  • Questa preghiera non è solo preghiera di richiesta, ma è anche di rivelazione, perché tutti possano riconoscere la gloria del Padre e la gloria di Cristo suo figlio.

Come si vede anche in questa preghiera così difficile e così composta, ritroviamo tutti gli elementi del Padre nostro che, come sappiamo, è un metodo di preghiera. Introducendoci alla lectio potremmo dire che, come Gesù aveva insegnato a pregare, così vive la sua ultima preghiera al Padre. Ciò che, un giorno, nel ministero, aveva raccomandato ai suoi discepoli, diventa anche il modello della sua ultima preghiera e del suo ultimo insegnamento su di essa. Così incominciamo a capire come moltissimo materiale che anche gli evangelisti sinottici conoscono e utilizzano in modo diverso da San Giovanni, confluiscono nel 4° Vangelo, in questa ultima pagina prima che inizi il libro della gloria.

Vv 1-5: Gesù chiede la gloria

È la prima sezione in cui abbiamo suddiviso il testo. È chiaramente riconoscibile dalle altre perché Gesù parla al Padre si sé. Tutto il Vangelo di Giovanni è costruito sul tema dell’”ora della gloria” che è l’ora della Crocifissione. Gesù, dunque, pochi momenti prima del suo arresto, quando ormai si è conclusa la cena e tutto ciò che ne è seguito, chiede al Padre di essere glorificato, ovvero di portare a termine quella rivelazione della gloria del padre che era iniziata nel ministero e che aveva trovato il suo apice nei molti momenti di rivelazione della sua potenza. Ciò che era stato rivelato in ciascun “segno” del ministero, ora deve giungere alla sua pienezza. Quella gloria, cioè l’amore del Padre per l’uomo che è brillato in ogni relazione di Cristo, in ogni suo incontro con l’umanità ferita dal peccato e che è culminato nei miracoli, ora deve giungere alla sua rivelazione ultima e definitiva: la Croce. È sulla Croce che si rivela pienamente l’amore del Padre per gli uomini in Gesù Cristo. Gesù prega perché quel percorso di progressiva rivelazione che ha svolto nel corso del suo ministero, ora possa giungere alla sua pienezza di manifestazione. Nell’imminenza della morte, ovvero del suo ritorno al Padre, Gesù prega perché quel suo ultimo atto, che è al tempo stesso di massima obbedienza al Padre e di massimo servizio all’uomo, sia realmente la sua massima manifestazione al mondo, ovvero la sua gloria. La Croce è, per eccellenza, il momento della manifestazione di Dio al mondo attraverso Gesù Cristo.

Questa “gloria” è la “vita eterna”. Se la vita eterna è comunione con Dio, è conoscenza perfetta di Dio, la Croce di Cristo è un anticipo, per così dire della vita eterna, poiché è proprio dal mistero della Croce che Cristo regna sull’umanità e porta a termine la sua rivelazione di Dio Padre. Chi vede il Crocifisso, chi crede nel Crocifisso, chi onora il Crocifisso si avvicina alla vita eterna, che sarà, come vedremo poi, una contemplazione unica del mistero di Dio e dell’unione tra il Padre e il Figlio.

Vv 6-8: Gesù prega per i discepoli

Tutta questa preghiera è una preghiera con i discepoli al centro del pensiero di Gesù. Qui ne abbiamo la prima prova. Gesù, dopo aver pregato per sé nell’imminenza della sua ora di rivelazione, subito prega per i discepoli che lo stanno accompagnando e che saranno sconvolti nell’ora della Croce. Per loro Gesù chiede il dono dell’unità. Passato il disorientamento delle ore terribili della sofferenza e dell’abbandono, Gesù prega perché i suoi si possano riunire insieme e, insieme, possano continuare ad attendere la piena manifestazione del regno di Dio. È una preghiera molto corta ma molto intensa. Gesù prega per i discepoli perché loro hanno creduto “che tu mi hai mandato”. I discepoli hanno intuito qualcosa del mistero del Padre, ora, però, devono essere protetti nell’ora delle tenebre. Si intuisce quello che San Giovanni diceva già nel prologo. Poiché la storia è tutta un “teatro” nel quale si confrontano la luce e le tenebre, i figli della luce con i figli delle tenebre, ora, nell’ora massima delle tenebre, occorre pregare per i figli della luce, perché possano essere perseveranti e portare a termine il loro compito di primi annunciatori del Vangelo di misericordia e di salvezza. Al cuore della preghiera sacerdotale, quindi, c’è il discepolo. Ogni discepolo. I 12, certamente, compreso anche “il figlio della perdizione”, ma, attraverso di loro, tutti i discepoli, anche quelli 2di seconda mano”, ovvero tutti i credenti in Cristo che sarebbero venuti nel corso dei secoli grazie all’opera di evangelizzazione della Chiesa. Gesù prega per tutti loro, ovvero prega per tutti noi che, adesso, siamo gli ultimi eredi di questa preghiera. Potremmo dire, concludendo questa prima sezione, che nella preghiera di Gesù siamo compresi noi. Gesù prega per noi. Questa è la prima grande consolazione che ci viene proposta in questo testo.

Vv 9-16: Gesù prega per coloro che il Padre gli ha dato.

Questa seconda sezione ha fatto molto discutere. Come è possibile che Gesù preghi per il discepolo e non per il mondo? Non è venuto per salvare il mondo? Perché Gesù dice che non vuole pregare per il mondo? San Giovanni considera il mondo come il grande scenario in cui regna il potere delle tenebre. Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nel regno delle tenebre per sfidarle. Ogni atto del ministero di Gesù, ogni suo incontro, ogni suo “segno”, vale a dire ogni suo miracolo, è un atto di luce che intende sfidare il potere delle tenebre, il potere di satana. L’ora della Croce sarà l’ultimo e il più grande di tutti i segni che Dio ha dato in Gesù Cristo, l’irruzione più forte di luce che Dio potesse pensare per il mondo. Il discepolo, che deve imitare Gesù, non dovrà fare altro che continuare la sua opera, ovvero tutto il bene che i discepoli faranno non sarà altro che un far continuare l’irruzione di luce che Cristo ha iniziato. Per questo anche la missione dei discepoli sarà un continuo atto di sfida al potere delle tenebre che regna sul mondo. È per questo che il discepolo ha bisogno di una preghiera che lo accompagni. Questa preghiera, ci dice il testo, c’è sempre stata ed ha sempre accompagnato tutti, anche Giuda, fino all’ultimo, anche se la sua libertà si è determinata in maniera diversa rispetto a quel segno di luce che avrebbe dovuto essere. Ora, nell’imminenza della sua morte che è anche la sua dipartita, la preghiera di Gesù si fa, se così possiamo dire, più intensa, perché Gesù sa benissimo che il discepolo sarà solo a lottare contro il mondo, sarà solo a sfidare il mondo. Il discepolo, che ha creduto nell’unione del Padre con il Figlio, che ha visto nell’opera del Figlio la gloria del Padre, sarà protetto dallo Spirito Santo, che gli permetterà di ricordare tutto ciò che Cristo ha detto ed ha fatto e gli donerà di continuare la sua opera nel mondo, perché la Parola di Cristo possa continuare a trionfare nelle coscienze di coloro che hanno fede, che credono e che crederanno.

Il discepolo è pur sempre, “nel” mondo ma non devono essere del” mondo. Con questa distinzione molto chiara, San Giovanni ricorda a tutti che ogni discepolo, non solo i 12, partecipano di tutte le realtà del mondo e vivono immersi in quello che il mondo da un lato offre e da un lato riserva. Tuttavia, anche se essi sono “fratelli in umanità” con tutti gli uomini, essi non devono essere “del” mondo, cioè non devono vivere con la logica di chi è sotto il “potere di Satana” o “del regno delle tenebre”. Chi è stato illuminato da Cristo, chi ha accolto la sua parola, chi è divenuto discepolo e crede alla rivelazione del Padre, deve vivere con un’altra logica, quella del Vangelo. Gesù prega per questo. Tutta la sua forza, quella forza che si manifesterà con il dono dello Spirito Santo, servono per fare del discepolo un uomo che condivide la storia con tutti gli altri uomini ma ha il cuore e la mente proiettati nel mistero di Dio. Solo a questa condizione essi riusciranno a resistere a tutto e a portare avanti nel mondo la rivelazione del nome di Dio.

Gesù non prega che siano “tolti dal mondo”, sarebbe troppo facile e sarebbe inutile per il mondo stesso. Dio vuole che essi rimangano nel mondo come testimoni di quella Luce che è brillata in Cristo. Gesù, piuttosto, prega perché siano resi forti per resistere al maligno. Questo è il cuore della preghiera sacerdotale. All’uomo, che è sempre debole, che è sempre uno che soccombe di fronte agli assalti del maligno, Dio offre la forza che viene dallo Spirito Santo perché, nel teatro del mondo, possa continuare la sua rivelazione.

Vv 17-19: la consacrazione nella Verità

Così si arriva al culmine della preghiera, la consacrazione nella verità.

La preghiera non si rivolge solo al Padre, ma al “Padre Santo”. Gesù aggiunge questa connotazione che ha un retroterra veterotestamentario importantissimo. Santo è solo Dio. La santità di Dio consiste propriamente nell’essere separato da tutto ciò che appartiene all’ordine della creazione che è sotto il dominio del peccato. Gesù si rivolge al Padre Santo perché anche i discepoli siano attratti in questa dimensione di “separazione”. Separazione non è “opposizione”, ma è in “alternativa”. Il discepolo non si oppone al mondo, perché è il creato di Dio. Piuttosto è in alternativa con esso. Il discepolo vive nel mondo come un “consacrato nella verità”, cioè come uno che pur avendo a dover condividere tutte le cose che fanno parte del mondo con tutti gli altri uomini, vive pienamente immerso nel mistero di Dio, di cui continua, come può, con le opere che lo Spirito Santo gli ispira, la rivelazione. Questa è l’identità del discepolo secondo San Giovanni. Uno che vive nel tempo, accettando le cose che capitano a tutti, ma con lo sguardo completamente immerso nel mistero di Dio che lo fa essere come un profeta, un uomo che, dal tempo, rimanda alla Verità di Dio. Questo tema è variamente ripreso nelle lettere del nuovo testamento e certamente indica anche a noi come il cristiano deve vivere: nel mondo ma non del mondo.

Vv 20-23: l’unità di coloro che credono in Gesù

Il pensiero, ora, si allarga. Qui non si fa più riferimento solo ai discepoli che il Signore ha nominato e costituito, ma si fa riferimento a quelli che sarebbero arrivati dopo, attraverso l’opera degli apostoli. È ben comprensibile, dal momento che San Giovanni parla per una comunità cristiana che, ormai, si è assestata e che, ormai, vive già il proprio riferimento a Cristo. Il discorso non riguarda l’organizzazione comunitaria, come molte delle lettere che San Paolo aveva scritto raccomandavano, ma è da intendersi in maniera molto più generale. È l’unità dei cristiani che deve essere provocatoria per il mondo. Potremmo dire, continuando a rileggere queste parole con quelle della sezione precedente, che essere “nel” mondo ma non “del mondo” implica, per tutti i credenti di tutte le epoche, il desiderio di essere costituiti in unità. È l’unità il segno che non permette di consegnarsi alla logica del mondo, che è sempre una logica di divisione, di confronto, di sopraffazione. Solo la logica dell’unità nella Chiesa, che deve essere un riflesso dell’unione tra Gesù e il Padre, diventa segno, provocazione, richiamo, profezia per il mondo. Potremmo anche dire che, per il cristiano che ha come modello l’unione del Padre e del Figlio nella potenza dello Spirito Santo, l’unità della Chiesa è assegnata come un compito, come una profezia. Non un mero dovere, ma un segno del realizzarsi del mistero del Padre tra gli uomini.

Vv 24-26: l’ultimo desiderio di Gesù

Il discorso giunge al suo compimento e, in realtà, giunge al compimento anche il primo libro in cui il vangelo di Giovanni è suddiviso, il libro dei segni. Si apre, con l’inizio del capitolo 18, il libro della gloria, ovvero il racconto della passione, morte e risurrezione del Signore. Chiudendo questa sezione, San Giovanni pone sulle labbra del Signore rivolto in preghiera al padre un ultimo desiderio: il desiderio di associare i suoi a quella rivelazione di gloria che sta per giungere, ovvero la rivelazione finale del suo ministero. È esattamente quanto ci viene detto anche nei Vangeli sinottici: la preghiera di Gesù nell’orto è preghiera per i discepoli, perché possano essere sostenuti nell’ora terribile che sta per arrivare e possano poi, ristorati dalla Pasqua, confortare, a loro volta, i loro fratelli. Da ultimo, ancora una volta, il Signore Gesù parla apertamente del suo amore per i discepoli che, ora, nel momento massimo delle tenebre, stanno per ricevere quell’ultima rivelazione di amore che è la crocifissione. Il Signore che muore per tutti gli uomini, ma in particolare anche per loro, prega perché questo amore trovi frutto nei loro cuori. Il frutto sarà nella Risurrezione, dopo la quale, i discepoli, colmi dell’amore del Signore, inizieranno la loro missione di testimonianza e di annuncio.

Per noi

Credo che noi tutti possiamo raccogliere gli ultimi due spunti spirituali di questa lectio divina che corrispondono a due fortissime provocazioni per noi: l’una di carattere più generale, l’altra di carattere più ecclesiale.

Anzitutto quella più generale e personale: noi siamo “nel” mondo ma non “del mondo”? credo che la questione che qui si apre sia davvero profondissima, perché incrocia il tema del nostro stile di vita. Noi tutti siamo chiamati a dare questa testimonianza di appartenenza a Gesù Cristo, pur vivendo nel tempo e in comunione con tutti gli uomini e le donne che sono sulla faccia della terra. Noi siamo chiamati a non assumere il criterio di giudizio della storia, del mondo, della vita, che hanno tutti ma, proprio perché illuminati dalla fede, abbiamo bisogno di esprimere qualcosa di diverso, abbiamo bisogno di essere, in un certo senso alternativi.

  • Avvertiamo questa responsabilità?
  • Abbiamo questa forza?

Quella di carattere più ecclesiale. Anche a noi fa bene sentire che l’unione che siamo chiamati a coltivare deve nascere non da uno sforzo umano ma da una contemplazione, la contemplazione dell’unità di Cristo con il Padre. Questo è segno di quello che dovremmo essere noi. A tutti i livelli, partendo dalla nostra comunità pastorale per salire, poi, a tutti i livelli di vita della Chiesa.

  • Stiamo vivendo questo percorso?
  • Viviamo l’unità della chiesa come una contemplazione e come un impegno da assumerci?

Per la preghiera:

Sono queste le domande che vi lascio per concludere la preghiera di quest’anno.

Impegno del mese

Chiudiamo anche, con questo incontro, la lectio divina di quest’anno pastorale. Credo che l’Arcivescovo ci abbia chiesto di sostare su questi testi difficili ma bellissimi e centrali per la nostra vita di fede, proprio perché tutti dobbiamo prendere sempre maggiore consapevolezza di quanto sia urgente ed importante riflettere sui testi ultimi della preghiera del Signore e sui suoi gesti ultimi, quelli che conosciamo molto bene ma che, proprio per questo, rischiano di diventare usuali e non un appello alla nostra coscienza. Credo che ci sia un ultimo impegno che possiamo vivere insieme, per concludere questa serie di lectiones. Potremmo riprendere tutti i capitoli dal 13 al 17 del Vangelo di Giovanni, quelli che abbiamo riletto insieme e, dopo l’approfondimento che abbiamo fatto, potremmo chiederci:

  • cosa rimane di questa lectio?
  • Come mi hanno nutrito questi testi?
  • Cosa porto a casa da questa lectio divina?

Così, per concludere, nell’attesa che l’Arcivescovo ci dica cosa fare il prossimo anno.