Giuda2021-11-20T15:43:13+01:00

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Giuda

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Introduzione

Anche in questo terzo incontro vogliamo sostare sul capitolo 13, ovvero su quelle “conseguenze della lavanda dei piedi sulla quale abbiamo meditato la scorsa volta. Direi che questo e il prossimo incontro sono due incontri paralleli, perché ci indicano la reazione diversa di due discepoli: Giuda e Pietro. Indubbiamente, per come è andata la storia, questo incontro su Giuda riscuote in noi un immediato interesse. La domanda che tutti si pongono è immediata: Giuda, alla fine si è salvato o no? C’è un disegno di redenzione anche per lui? La libertà di Giuda è stata, in qualche modo, condizionata e piegata? Sono domande, anche scomode, alle quali sappiamo di dovere una risposta. È la risposta che cerchiamo proprio nei versetti che questa sera diventano l’oggetto della nostra lectio divina.

Richiamo brevemente la struttura del capitolo 13 che già abbiamo studiato la volta scorsa.

La struttura

È abbastanza visibile anche ad una prima lettura la struttura del testo.

  • v. 1: introduzione al libro della gloria.
  • vv.2-20: la lavanda dei piedi
    • vv. 2-3: introduzione al gesto
    • vv. 4- 5: la lavanda
    • vv. 6-11: il significato
    • vv. 11-20: l’insegnamento
  • vv. 21-38: il significato della lavanda dei piedi
    • vv. 21- 30: annunzio del tradimento di Giuda e reazione dei discepoli
    • vv. 31- 38: l’addio

La profezia.

Come vedete siamo nella seconda parte del capitolo, quella che abbiamo intitolato “il significato della lavanda dei piedi”. Dalla scorsa lectio dovrebbe essere chiaro che il gesto che Gesù ha compiuto si mette in diretta linea di successione con i gesti dei profeti. La sua azione è un’azione simbolica, che intende insegnare al discepolo come agire nell’oggi della storia che è il tempo nel quale ciascuno vive. Con questa parte del capitolo, invece, si cambia profondamente tema. Non è più il gesto a parlare ma il suo significato. Detta altrimenti Gesù passa dall’agire profetico alla profezia. Se il gesto era un modo per provocare la riflessione, ora Gesù dice con chiarezza quello che sta per succedere prima che accada. Il discepolo, che era presente e che rilegge questi fatti alla luce della Pasqua, comprende il valore della parola di Gesù e lo trasmette.

Il turbamento.

In quale contesto avviene la profezia di Gesù? Il contesto è quello che viene descritto immediatamente al v. 21: “Gesù si commosse profondamente”. Credo che anche a voi venga spontaneamente in mente un altro momento della vita del Signore in cui si parla della sua commozione. In realtà ve ne sono stati tanti di momenti che vedono la presenza di un Gesù commosso, ma il riferimento ultimo è proprio alla morte di Lazzaro. Leggiamo in quaresima il lungo brano che Giovanni ha dedicato a questa scena, ma, a titolo di esempio, potete andare sulla vostra bibbia e leggere Gv 11, 38. Gesù, dunque, vive lo stesso turbamento interiore. Perché? Perché Gesù è turbato? Come nel contesto della scena di Lazzaro anche qui siamo in un contesto che prelude ad una morte. Là era già morto Lazzaro e la scena era quella di una tomba, in un cimitero. Qui il contesto allude alla sua morte. Gesù sa cosa sta per avvenire, conosce perfettamente la volontà del Padre alla quale si sta consegnando. Ogni particolare, ogni momento di quella sera è, per Gesù, occasione per esprimere la sua commozione interiore, il suo turbamento interiore che, poco dopo, diventerà anche “tristezza e angoscia” come leggiamo a proposito della scena nell’orto degli ulivi. Ecco, dunque il contesto della profezia.

C’è di più. Giovanni è molto esplicito nel dire che in tutta la passione del Signore, Satana è presente. Gesù avverte questa presenza. Sa che il maligno, che ha insidiato tutta la sua vita, fin dal giorno delle tentazioni e che è sempre stato presente per “rovinare” il suo ministero, ora è presente con tutta la sua potenza, quella che egli ha perché “concessa” da Dio. Gesù sa bene che con quella potenza il maligno si insinuerà nel cuore del discepolo e tenterà di strappare il discepolo dalla sua presenza e dal suo amore. Come già vi ho spiegato la volta scorsa la notte, alla quale si fa cenno proprio nella fine del brano che stiamo rileggendo, indica l’impero delle tenebre, il regno di Satana, la sua stessa presenza fisica. Vi faccio notare che questa presenza e questa oscurità dureranno fino alla domenica di Pasqua mattina, quando Maria di Magdala andrà per l’unzione del corpo e troverà la tomba vuota. Allora, lì, in quel momento, sorgerà la luce e risplenderà la gloria di Dio. Per il resto è tutto il dominio delle tenebre, anche in pieno giorno, quando Gesù muore.

Il boccone.

Anche questa profezia si accompagna ad un gesto. Gesù dice che “colui che lo tradirà”  è “colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò” (v 26). Se proviamo a guardare i paralleli dei sinottici vediamo che il contesto è sempre il medesimo, con accenni differenti.

Marco 14, 19 registra che di fronte alla medesima parola del Signore i discepoli cominciarono a interrogarsi personalmente, chiedendo al Signore “sono forse io?”;

Matteo 26, 20 dice che ciascuno chiese “sono forse io?”;

Luca 22,23 precisa che i discepoli cominciarono a chiedersi “chi avrebbe fatto ciò”.

Sono accenti diversi ma unica è la questione. Il Vangelo di Giovanni ci presenta un altro gesto simbolico: colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò. Conviene precisare che il dovere dell’ospitalità è sacro fin dai tempi di Abramo, per gli ebrei e che nella cena pasquale il padrone di casa intinge il boccone per l’ospite più ragguardevole. Questo gesto si compie prima della benedizione sul pane e sul vino e comporta il fatto che il pane venga intinto nella salsa “Keroset”, quella salsa che accompagna la cena e che ricorda la schiavitù in Egitto. Dunque Gesù vuole dare continui segni di amicizia a Giuda e, anche nel contesto dell’ultima cena che è il contesto del tradimento, non manca un segno di amicizia, di distensione, di avvicinamento a Giuda. Questo particolare è molto importante, poi vedremo il perché.

Giuda, come è ben capibile, è “sotto il dominio di Satana”. Come abbiamo detto il maligno è presente alla scena e attira a sé il cuore di chi è debole e di chi non si vuole consegnare a Gesù. Giuda è questo: il mistero di un uomo, amico del Signore, uno di quelli che lo hanno accompagnato nel corso del suo ministero e che ora si chiude a questa rivelazione. Giuda “si consegna” alle tenebre, come cantiamo anche nell’inno del giovedì santo e “consegna” il Signore a coloro che lo porteranno fino alla Croce.

Quello che devi fare…

Ancora è molto utile notare che Giuda non esce dalla sala quando vuole, ma solo quando Gesù glielo dice. Giuda vive il suo tradimento solo dopo che Gesù ha pronunciato le parole: “ciò che devi fare fallo al più presto” (v 27), esce e compie quel gesto che chiamiamo il tradimento, la consegna. Anche questo è un particolare molto importante, perché indica che non è Giuda a tenere la scena, non è la sua decisione, non è il suo tempo a far ruotare attorno a sé tutto. È Gesù che tiene in mano ogni cosa, è Dio che segna il tempo di quella notte e di quegli ultimi eventi. È Dio e solo Dio che decide di consegnarsi agli uomini. Giuda è lo strumento di cui anche Dio si serve per portare a completezza la redenzione universale. Questo ci riporta però all’inizio. Gesù prova turbamento interiore perché sa. Sa che il discepolo è sotto il dominio di Satana, sa che il discepolo ha scelto Satana e non Lui, sa che ciò che deve fare sarà l’inizio di ciò che deve accadere per realizzare la volontà di Dio.

La notte.

Un’ultima ed aggiuntiva notazione sulla notte. Nel prologo Giovanni ha scritto che “la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. Come sappiamo il prologo è l’ultimo brano che Giovanni ha scritto, come si fa per un libro, come sintesi della sua opera. Sintesi in poesia del suo racconto, della sua buona notizia, del suo Vangelo. Giovanni ci dice che tutti gli incontri del Signore sono stati incontri in cui il mistero della luce si è confrontato con il mistero delle tenebre. In alcuni ha vinto la luce: Nicodemo, la Samaritana, il cieco nato, Lazzaro, Maria Maddalena. In altri hanno vinto le tenebre: gli oppositori del Signore, i “figli di Abramo”, il sinedrio con i compagni di Nicodemo, Giuda. Questa sintesi che corrisponde alla prima pagina del Vangelo ci sta dicendo questo: la vita di tutti è una lotta tra luce e tenebre. Tocca noi, tocca alla nostra libertà la responsabilità di scegliere, di lasciare vincere l’una o l’altra. Tocca alla nostra libertà scegliere a chi lasciare spazio. Come a ciascuno dei protagonisti che abbiamo ricordato e dei quali Giuda è l’ultimo.

Le domande scomode.

In questo contesto di lectio divina, vorrei che avessimo la possibilità di porci alcune domande scomode che è bene porre a Dio, alla Parola, a noi stessi che siamo qui a riflettere dentro un contesto di preghiera. Domande alle quali è bene riservare attenzione e uno spazio di riflessione.

  1. La libertà di Giuda è una vera libertà? Ha scelto o è stato costretto a scegliere?

Naturalmente sì. La libertà di Giuda è la libertà di un uomo. Come tale è piena, vera, responsabile di ciò che uno dice, fa compie. Così è la libertà di tutti noi, con le parole di Giovanni, la riflessione della Chiesa. La libertà dell’uomo è sempre così, perché è dono che Dio non revoca mai. Tuttavia la libertà dell’uomo è educata e questa educazione è dovuta ad una molteplicità di fattori davvero unica. Incide la cultura, l’ambiente, la famiglia, lo studio che uno ha avuto la possibilità di fare, le esperienze che uno ha avuto la possibilità di accumulare, l’avere fede o il non avere fede e la formazione di fede che uno ha avuto la possibilità di fare… Così è per la libertà di ogni singolo apostolo, Giuda compreso, perché così è la possibilità che ha la libertà di ciascuno di noi, tutti compresi. La nostra libertà è cresciuta con la storia che abbiamo avuto. Non sarebbe possibile altrimenti! Non si parla mai della libertà in senso astratto nel Vangelo, ma sempre della libertà di qualcuno. Il che significa che una libertà è sempre dentro una storia. La storia è fatta da tante cose. Anche la storia di Giuda.

Questo mistero che è la libertà dell’uomo è comunque e sempre di fronte a Dio, che è la sorgente e l’autore di ogni libertà. Anche la libertà di Giuda ha avuto la sua origine in Dio ed anche la libertà di Giuda è, al pari di quella di ogni uomo, inserita nella libertà di Cristo, che è più grande di ogni cosa e superiore ad ogni persona. Il che significa che tutto ciò che noi possiamo compiere con la nostra libertà è, in qualche maniera, sempre dentro la verità di Dio che crea, illumina e sostiene la nostra libertà. Mai noi potremmo fare qualcosa allontanandoci dalla libertà di Dio che sempre è vicino alla nostra vita, anche quando noi non lo cerchiamo, anche quando noi non lo riconosciamo, anche quando noi lo rinneghiamo.

La libertà dell’uomo è sempre piena, vera, è sempre inserita in una storia, in un contesto, è sempre dentro il mistero della libertà di Dio.

  1. Possiamo parlare di “predestinazione”? in questo caso al male?

Per predestinazione si deve intendere, come insegna non solo questo brano o il Vangelo in generale, ma, poi, soprattutto la lettera ai Romani di San Paolo, che tutti siamo chiamati alla vita da Dio, a tutti è data una qualche possibilità di conoscere il mistero di Dio, tutti siamo chiamati a raggiungere la visione di Dio, nessuno escluso. Non c’è nessuno che è predestinato a compiere il male. .il male nasce come scelta della libertà che si consegna al mistero del male, che si consegna al mistero delle tenebre. Il male nasce quando anche noi, ripetendo la parabola di Giuda, ci consegniamo al Satana, che è sempre presente nelle nostre vite per tentarci. Come è stato presente anche nella vita di Gesù.

Tutti siamo chiamati e predestinati al bene. Tutti siamo predestinati all’incontro con Cristo. Il male, il peccato, la lontananza da Dio nascono come possibilità di una libertà che va errando lontano dal Signore.

  1. Perché Giuda è chiamato “amico”? In che senso il Signore utilizza questa parola?

Giuda, nel contesto della passione, è chiamato espressamente “amico” (Mt 26,50). Nel medesimo contesto è chiamato anche “figlio della perdizione” (Gv 17, 12). Si può essere l’una e l’altra cosa insieme? Si possono assommare le due realtà? Giuda è l’uno ma non l’altro? Come vedremo anche nel corso delle prossime lectio divine tutti i discepoli, in ugual modo, sono chiamati “amici”. È un titolo che il Signore riserva a tutti coloro che lo seguono, che lo amano, che desiderano conoscere il suo Vangelo. “Vi ho chiamato amici” è anche un titolo che vale per i credenti, un titolo che può essere attribuito a tutti gli uomini. “Figlio della perdizione” merita una spiegazione. La traduzione non è molto felice. Sarebbe meglio tradurre come “il figlio perduto”, “il figlio smarrito”. Anche un credente poco formato, si ricollega immediatamente alle parabole della misericordia di Luca 15: la dramma perduta, la pecorella smarrita, il padre misericordioso. Giuda è subito messo al centro della discussione. È lui il figlio perduto, o “uno” dei figli perduti. È lui un “figlio perduto” e quindi un “amico”. Anzi, lo sappiamo tutti bene, il figlio perduto è, in qualche modo, uno che il Signore considera, se così possiamo dire, più amico degli altri. Ci sono figli che tornano da soli perché si convertono; ci sono figli che devono essere presi sulle spalle, come una pecora che si smarrisce e che non è più capace di tornare a casa; ci sono figli che, come una moneta che non è capace di alcuna azione, vengono cercati e amati da Dio solo. Tenete a mente questa “storia” della pecora in spalla che poi ci servirà per l’immagine.

Giuda è il figlio perduto ed amato, come lo può essere ogni uomo.

  1. Giuda si salva?

La domanda ha fatto scrivere fiumi di pagine. Probabilmente anche noi abbiamo una nostra opinione e potremmo ora dire si. Si salva, oppure pensare che no, non c’è salvezza per chi l’aveva a portata di mano e l’ha rifiutata. Poi, il suo suicidio, ne è la firma. Così abbiamo pensato per molti secoli. Io faccio solo notare una cosa. Gesù dice di essere venuto per tutti, più volte afferma di essere venuto per i peccatori, tutto il Vangelo sostiene che l’invito del Signore è per la conversione e per la riconciliazione. Tutte cose vere, direte voi. Ma per chi le accoglie. Per chi, nel mistero della sua libertà – ecco perché sono partito da questa domanda –  si lascia vincere dalla bontà e misericordia del Signore. Ma per chi, fino all’ultimo sceglie altro? Per chi ha potuto e non ha fatto?  La riposta genera un’ulteriore domanda.

  1. Chi va all’inferno?

Qui si arriva al nodo della questione. Di per sé la scrittura non parla di inferno, ma di “inferi”. Le due cose sono diverse. Il luogo dove c’è “pianto e stridore di denti” secondo quella descrizione tipica del Vangelo di Matteo che spesso ascoltiamo, non è quell’immaginario che tutti abbiamo in mente dopo Dante. “Inferi” indica una sorta di purificazione che San Paolo poi descriverà così: “Costui si salverà come passando attraverso il fuoco” (1 Cor 15, 14-15). Dobbiamo citare anche un altro testo biblico per giungere alla fine e alla risposta di tutto: la parabola di Lazzaro e del ricco epulone in Lc 16, 19-31. Quando il ricco si accorge degli altri? Quando diventa capace di conversione? Non in questa vita, ma nella vita eterna. È solo quando egli è “tra i tormenti” che si accorge di ciò che ha fatto, dell’egoismo che ha regnato nella sua vita, ed è lì che chiede che i suoi fratelli siano avvertiti. Il che significa che, per alcuni c’è una possibilità di redenzione nella vita, per altri non è possibile riprendersi e ravvedersi in questo spazio di tempo che è la vita, ma solo nella vita eterna. Questa bellissima analisi ci porta a sottolineare l’assoluta importanza di ciò di cui noi parliamo poco: il purgatorio. Ci sono anime che scelgono Dio dal principio, anime che hanno bisogno di conversione in questo tempo, anime che hanno bisogno di una purificazione che avverrà attraverso il fuoco. Il ricco epulone fa questo. Le anime del purgatorio fanno questo. Giuda potrebbe essere in questo caso! Come tutti, nelle mani di Dio!

Valorizziamo e ripensiamo al purgatorio, fonte di purificazione e di salvezza.

Con una immagine

È abbastanza chiara… da una parte l’uomo impiccato… dall’altra il buon pastore con la pecora smarrita in spalla… un ignoto maestro scalpellino sul capitello di una cattedrale…

Per la preghiera:

  • Come vivo questa lectio?
  • Quale domanda ho nel cuore?
  • Come mi si comunica la figura di Giuda?
  • Quale idea di libertà è in me?
  • Cosa penso del purgatorio

Impegno del mese.

Vivo gli impegni dell’avvento: S: Messa infrasettimanale e preghiera per la famiglia.

Buona preghiera.