Rimanere nella vite2022-02-18T19:59:51+01:00

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Rimanere nella vite

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Introduzione

La bellezza del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni emerge anche ad una prima e anche poco attenta lettura. Un piccolo capolavoro che segue il capitolo 13 e 14 ai quali abbiamo dedicato la nostra lectio divina fino ad ora.

La struttura

Come sempre cerchiamo di vedere la struttura di questo brano che presenta una sua unitarietà riconosciuta da tutti gli esegeti, anche se esistono diverse forme per pensare alla strutturazione che San Giovanni ha dato a questo capitolo.

  • vv. 1-6 la vite e i tralci
  • vv. 7- 17 l’amore dei discepoli

se queste due strutture sono facilmente riconoscibili, emerge anche che i primi 6 versetti non hanno di per sé attinenza con un discorso pasquale. Ricordiamo che siamo nel contesto dell’ultima cena e che San Giovanni attribuisce questi discorsi proprio a quel contesto. I primi 6 versetti non hanno temi che ritornano nell’ultima cena, mentre la seconda parte è piena di richiami e rimandi, basti pensare a:

  • Dinamica del chiedere e ottenere nei vv. 7-16;
  • Tema della gloria, al v. 8 ma che, come sappiamo, è uno specifico di questi capitoli del Vangelo;
  • Al v. 9 troviamo l’amore di Cristo per il Padre, che è uno dei grandi temi di tutto il 4° Vangelo;
  • Nei vv. 10 e 14 ritorna il tema dell’amore per i comandamenti;
  • Nel v. 11 torna la frase: “vi ho detto questo”, anche questa molto presente in tutto il contesto della passione;
  • Nei vv. 12 e 17 torna il tema del comandamento dell’amore reciproco;
  • Al v. 13 il tema del donare la vita, già ampiamente presente nel capitolo 13;
  • Nel v. 15 la dinamica servo/padrone, anch’essa presente in tutti i discorsi della passione;
  • Al v. 16 il tema della scelta dei discepoli, anche questo presente nel contesto dell’ultima cena anche nei sinottici.

Notiamo poi una struttura molto precisa nella costruzione di questi versetti, con un “chiasmo”, un ritorno sui medesimi temi:

se le mie parole rimangono in voi            7            17          questo io vi comando

chiedete quel che volete e vi sarà fatto 7            16          il Padre vi concederà tutto quello che chiederete

portare frutto                                              8            16          portare frutto

diventare discepoli                                     8            16          io vi ho scelti

il Padre ha amato me                                 9            15          ho rivelato tutto ciò che ho udito dal Padre

io ho amato voi                                           9            15          vi ho chiamato amici

rimarrete nel mio amore se osserverete

i miei comandamenti                                  10          14          siete quelli che amo se farete ciò che vi comando

                                          12 il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri

Vv 18- 27 il rapporto tra i discepoli e il mondo.

Questa struttura è servita a San Giovanni per dare una ulteriore sottolineatura dei temi che vuole trattare in questa sezione dei discorsi del Signore.

Il genere letterario

La questione della struttura introduce una seconda questione preliminare all’analisi delle due sezioni: quale genere letterario ha utilizzato l’evangelista per questa sua sezione? Il genere letterario è molto preciso ed è il “mashal”, ovvero il “discorso per immagini”. Questo genere letterario è molto presente nella scrittura, sia nel primo che nel nuovo testamento e Giovanni lo utilizza sovente. Un esempio solo che tutti conoscete, quello del capitolo 10, con l’immagine del pastore e delle pecore. Questo linguaggio figurato ha un illustre antenato. Se prendiamo il capitolo 5 del profeta Isaia, troviamo un’altra pagina attribuita a questo genere letterario che utilizza la medesima immagine, quella della vita. È una delle pagine più importanti del profeta ed è un capitolo sotteso a molte pagine del nuovo testamento. Con una differenza. Mentre nel profeta, e in generale nel primo testamento, questa immagine raffigura Israele nella sua totalità di popolo, qui la vita è lo stesso Cristo. L’elemento collettivo è dato dai tralci che non sono più il solo popolo di Israele, ma il popolo dei credenti, a partire dai discepoli. Il medesimo “mashal” profetico è utilizzato da San Giovanni con una nuova accezione e in una chiave del tutto differente. Il discorso per immagini vuole sostenere un capitolo importante della vita di fede del discepolo che è la sua unione con Cristo. Si comprende bene perché San Giovanni lo abbia collocato in questo punto preciso del Vangelo. Siamo nel contesto dell’ultima cena che è anche il contesto dell’addio. San Giovanni chiede al discepolo di rimanere unito a Cristo, come chiede a tutti i discepoli che verranno, i credenti, di rimanere uniti al Signore attraverso l’Eucarestia, qui sostituita dalla lavanda dei piedi, come abbiamo già avuto modo di esaminare e di dire.

Un rimando eucaristico?

Questa consapevolezza di Giovanni ha fatto sorgere in molti commentatori una domanda: anche questo “mashal” è un simbolo eucaristico? La risposta che la teologia si dà e che, certamente, il primo intento di San Giovanni è quello di riflettere e di far riflettere il lettore sul rapporto di amore che c’è tra Cristo e coloro che lo amano, tra Cristo e tutti coloro che vogliono seguirlo; secondariamente è anche un richiamo eucaristico, dal momento che questo amore si ripete nella celebrazione dell’Eucarestia. Nella celebrazione della passione troviamo l’amore del Signore che si dona all’uomo ma anche la risposta dell’uomo che riceve questo amore del Signore. Il tema eucaristico principale, nel 4° vangelo è e rimane il capitolo 13, ma anche questa parte del capitolo 15 può essere vista e utilizzata come un richiamo eucaristico. Sempre ricordando che Giovanni parla a comunità cristiane che ormai celebrano abitualmente l’Eucarestia e alle quali non si deve ricordare continuamente in che cosa consiste il Sacramento.

Con questi richiami entriamo più analiticamente nelle due sezioni.

La vera vite vv. 1-6

Già al v 1 compare il tema principale: “la vera vite”. Esiste una “vite falsa”? San Giovanni sta polemizzando con qualcuno? Gesù ha voluto sottolineare che Lui era la vite vera contro qualcun altro? No. L’intento non è polemico. Piuttosto è il linguaggio tipico di San Giovanni che serve per rafforzare l’idea dell’importanza dell’unione a Cristo se si vuole sperimentare la vita in Dio. Senza unione a Cristo non esiste partecipazione della vita in Dio. È un tema molto caro alla cristologia di San Giovanni. Un invito ai discepoli e a coloro che sarebbero  venuti dopo a mettere sempre al centro della loro fede il Signore Gesù nella sua presenza tra gli uomini.

Il v 2 propone un altro tema molto caro a San Giovanni: il rapporto tra amore per Dio e rispetto dei comandamenti. Giovanni ha così il modo di precisare che la vita dei cristiani è una vita impegnata. L’amore per Dio, l’amore per Cristo, il desiderio di seguire Cristo non può essere qualcosa di ideale. Questo amore deve diventare concreto e, quindi, impegno a seguire i comandamenti. Comandamenti che poi, come subito vediamo, sono riuniti insieme nel comandamento dell’amore. La via di chi vuole amare Dio, la via di chi ama Cristo, è una via di impegno per l’amore.

Il v 3 richiama il tema della purezza: “voi siete già mondi”. Il richiamo è alla lavanda dei piedi, i discepoli sono stati già purificati dall’amore di Cristo rispetto alle loro mancanze e ai loro peccati, come ogni fedele è purificato continuamente dall’amore di Cristo che continuamente inonda l’uomo. Il richiamo è anche ai sacramenti del perdono e della Eucarestia, i due sacramenti dove diventa concreto e visibile questo amore del Signore. Per essere mondi è però necessario che brilli il comandamento dell’amore. È solo a questa condizione che si può recuperare questa purità. Un concetto molto diverso da quello espresso dai giudei a proposito della purità rituale.

I vv 4-5 sono il centro di questa sezione. Cosa è necessario al discepolo che vuole fare esperienza dell’amore di Dio? È necessario “rimanere” nell’amore di Cristo. Il rapporto con Cristo, per chi vuole vivere di fede, deve essere un rapporto personale con Lui. Senza questo rapporto si rischia di avere una fede vuota, una fede rituale, una fede di appartenenza solo esteriore. Chi vuole seguire Cristo si impegna ad un rapporto personale con lui in una continua scelta del comandamento dell’amore.

Il v 6 è la logica conclusione: chi si allontana da questo rapporto, chi si allontana da questa esperienza di amore, non può che “morire”, “seccare”. Lontani dalla sorgente dell’amore che è Cristo, si perde qualsiasi ragione di vita.

Le implicazioni vv 7-17

Così giungiamo alla seconda sezione di questo capitolo che possiamo intitolare le conseguenze del rimanere nell’amore, le conseguenze dell’essere tralcio che vuole portare frutto. Diventare cristiani è diventare discepoli, afferma San Giovanni. Per vivere da discepoli occorre entrare nella logica di un amore reciproco, ovvero nella logica di chi accetta che Cristo manifesti il suo amore nel modo con il quale lo ha manifestato e che si disponga a donare amore al medesimo modo. Il discepolo che è partecipe della rivelazione di amore attuatasi in Cristo, sa di essere un “amico” e non un “servo”. Giovanni intende dire che chi parteciperà a quella rivelazione di amore che sarà la Croce e che si attuerà di lì a poco, comprenderà l’amore di Cristo che è il suo “dare la vita”. Non solo nel ministero, non solo nella predicazione, non solo nella vicinanza che Cristo ha mostrato agli uomini in tutti i giorni del suo ministero, ma anche fisicamente. Ciò che vedrà il discepolo poche ore dopo sarà il concreto donare la vita che Cristo sosterrà. Al medesimo modo il discepolo è inviato a fare della sua vita una donazione concreta di amore, nelle piccole cose di ogni giorno. Il “donare la vita” a cui fa riferimento San Giovanni non è solo il martirio di sangue, ma ogni forma di dedizione sincera di sé che l’uomo può attuare nel corso della sua esistenza. Questa donazione di amore dell’uomo fa poi riferimento a quella sua donazione vera ed unica. Ogni gesto di donazione dell’uomo agli altri, per dirla in altri termini, altro non è che quel “vivere eucaristico” dell’uomo, cioè quel fare della propria vita un atto costante di donazione agli uomini e a Dio.

In sintesi, San Giovanni afferma che dall’appartenere a Cristo nasce il desiderio di vivere i comandamenti come forma di impegno. Il comandamento da seguire e onorare sempre è il comandamento dell’amore. Il comandamento si attualizza nell’Eucarestia, luogo dove noi riceviamo l’amore di Cristo che si dona completamente. Ad imitazione di Cristo anche noi siamo invitati a diventare uomini e donne eucaristici, cioè uomini e donne che impegnano la loro vita in una donazione costante di sé.

Detto ancora altrimenti, Cristo è il modello di donazione a cui l’uomo deve riferirsi per imparare a fare della propria vita una donazione costante, unica, sincera, che permette di mettere in pratica quel primo e più importante comandamento che è il comandamento dell’amore.

I discepoli e il mondo vv 18-27

Così si passa all’ultima sezione del capitolo che è scritto per rileggere ciò che è avvenuto dopo la morte del Signore. Giovanni, come abbiamo detto nella prima serata introduttiva alla lectio, scrive il suo vangelo ormai verso la fine del primo secolo d.c.. Giovanni vede cosa accade nel mondo. Vede i discepoli perseguitati. Ha già visto i suoi fratelli, altri discepoli come lui, morire per morte violenta, a causa dell’odio contro la fede cristiana. Per questo intende preparare ogni cristiano alla lotta e alla sofferenza per la fede. Con una duplice consapevolezza, che è quella espressa al v 20. Se il Cristo è stato perseguitato e messo a morte proprio dalla sua gente, così avverrà anche nella vita del discepolo. Il credente che intende seguire il Signore non potrà avere una sorte diversa da quella del maestro, anche la sua vita sarà perseguitata. Anche la sua esistenza sarà, in qualche modo, osteggiata. È però vero anche il contrario. Se hanno ascoltato la predicazione del Signore, anche la testimonianza di fede del discepolo verrà ascoltata. Se hanno seguito il Signore, anche il discepolo avrà un suo seguito. Se il discepolo partirà da Cristo e porterà a Cristo, la sua opera non andrà perduta, né il suo impegno deluso. Giovanni scrive queste parole perché le vede in atto. Sa che i cristiani sono perseguitati, ma vede anche il bene della Chiesa che trionfa. Conosce le sofferenze di coloro che vengono martirizzati per la loro fede, ma vede anche il seme di bene che nasce proprio dalla loro donazione sincera.

V 26-27 infine San Giovanni conclude il capitolo con il richiamo allo Spirito Santo, che sarà il tema del discorso successivo, quello che, per noi, è racchiuso nel capitolo 16. Come fa il discepolo a sostenere la lotta? Come farà il cristiano di ogni tempo a sostenere la testimonianza per la fede, visto quello che accade? Non sarà frutto del solo impegno delle persone, ma sarà lo Spirito Santo, cioè la forza di amore che proviene da Dio, a sostenere coloro che si richiameranno a Dio. Sarà propriamente questa forza di amore a sostenere il cammino impegnato di chi vuole vivere i comandamenti. Il Consolatore effuso nei cuori darà forza per la testimonianza a coloro “che sono stati con me”. Come vedete si ritorna sempre sul tema dell’amore impegnato di chi vuole seguire Cristo e sceglie la via del comandamento.

Per noi

Cosa trattenere da una lectio così abbondante per la nostra meditatio? Io credo che la realtà più significativa sulla quale ora siamo chiamati a riflettere, sia quella del principale insegnamento di questo capitolo, ovvero l’insegnamento sulla vita cristiana che è rapporto personale con Cristo, per rimanere nel suo amore. Sant’Agostino, commentando questa immagine e queste parole del capitolo 15 di San Giovanni, ha coniato un’espressione rimasta poi famosa nella letteratura cristiana: “aut vitis, aut ignis”. La vita del cristiano ha senso se uno rimane nella vita, se uno ha la consapevolezza di essere un tralcio, una parte di un insieme molto più grande e importante alla quale sempre si deve riferire. Se non è così, è meglio che la vita di un cristiano sia presa dal fuoco! Una vita non impegnata, una vita non fatta di appartenenza a Cristo, può ancora dirsi cristiana? Credo che, alla vigilia della quaresima che inizieremo tra due settimane, ci faccia molto bene riflettere sul tema dell’impegno della vita cristiana. Molte volte, io  credo, abbiamo più in mente che la vita cristiana debba essere una consolazione per noi, un modo per vivere bene la nostra esistenza, un modo per vivere bene il nostro tempo. Non sempre abbiamo in mente che la vita cristiana è scelta difficile, impegno da sostenere, scelta radicale per i giorni feriali. San Giovanni ci chiede di riflettere su questa tematica. Il cristiano che sceglie la via di Cristo sa che si deve impegnare ogni giorno per rimanere nell’amore di Dio e per testimoniarlo vivendo bene il comandamento dell’amore. Questo è il cuore e il succo della vita in Cristo. Siamo disposti a vivere così? Pensiamoci e facciamone oggetto della nostra meditazione.

Per la preghiera:

  • Come vivo il pensiero di una vita cristiana che è impegno?
  • Quale impegno metto per vivere il comandamento dell’amore?
  • Sento la vicinanza del Paraclito che mi ispira e mi sostiene?
  • Mi sento parte della vite che è la chiesa, l’unione di tutti i credenti?
  • Sento vivaci in me le sofferenze della potatura, ovvero di ciò che la vita mi riserva e che sono un aiuto ad affidarsi maggiormente al Signore?
  • Potrei definire la mia vita cristiana “impegnata”?
  • L’eucarestia è il luogo naturale di questa ricarica per il mio impegno?

Impegno del mese.

Nel prossimo mese inizierà la quaresima. Facciamo in modo che corrisponda ad un tempo più forte per uscire dalle nostre paure e per vivere bene il nostro essere credenti.

Nb. Il prossimo incontro è di giovedì, per non interferire con i venerdì di quaresima.

Buona preghiera.