Project Description
Introduzione
In questa terza serata prendiamo in considerazione il terzo comandamento. Sicuramente nell’epoca del catechismo ci è stato insegnato che esso comanda di “andare a Messa la domenica e nelle altre feste di precetto”. Cosa che, verosimilmente, abbiamo trasmesso anche noi ai nostri figli e nipoti. Vedremo perché è possibile anche inserire questa dimensione nel comandamento ma, di per sé, il comandamento è oltre tutto questo. La riduzione del comandamento al precetto non è lecita né, tantomeno, deve essere immediata. Come sempre prima ci lasciamo guidare dai testi biblici, per poi trovare spunti di meditazione.
Il testo
Esodo 20
8Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. 9Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; 10ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.
Deuteronomio 5
12Osserva il giorno del sabato per santificarlo, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato. 13Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; 14ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. 15Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore, tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del sabato.
Lectio
Il primo dato che emerge, anche ad una lettura semplice dei due testi, è che c’è una differenza molto grande e rilevante dal punto di vista teologico, pur nelle formulazioni similari.
- Il testo di Esodo 20 si riallaccia alla teologia della Genesi. La creazione, secondo il testo della Genesi, viene compiuta in 6 giorni che prevedono ognuno una creazione particolare. Il settimo giorno, invece, non prevede alcun lavoro, anzi è il giorno del “riposo di Dio”, ovvero il giorno nel quale il Signore stesso si ferma a contemplare l’opera della creazione.
Il testo della Genesi serve, anzitutto, per sottolineare il ritmo settimanale, ebdomadario della scansione del tempo. La settimana è la misura di tempo base e fondamentale dell’uomo. Essa viene presa e messa sotto la protezione di Dio perché tutti i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, siano sotto la protezione dell’Altissimo. Ecco il primo evidente scopo del testo: mettere il tempo sotto la protezione di Dio.
In secondo luogo, il testo vuole inserire la rottura del ritmo quotidiano con il settimo giorno. È un modo per insegnare all’uomo che la vita non si deve misurare solo in fatica, in lavoro, in produttività. C’è una dimensione che non deve essere trascurata, che è quella della “ri-creazione”, cioè del ritorno a Dio, per vivere bene i giorni feriali stessi. Se manca il rapporto con Dio, tutto rischia di arenarsi, di perdere il senso, di perdere consistenza. Tutto acquista il suo senso quando rimane saldamente nelle mani di Dio. Il settimo giorno serve a questo: sprofondandosi nella teologia della creazione, ritrovando il giusto rapporto con Dio, l’uomo trova il giusto rapporto con gli altri uomini e con le cose. Lavoro compreso, così che l’uomo non soccomba sotto il lavoro che compie.
In terzo luogo, occorre ricordare che questa dimensione non è data solo per l’uomo. Tutto deve rientrare in questa logica. È per questo che serve anche un riposo per gli animali, o per la terra stessa. Addirittura, come ben sappiamo e come ricordiamo all’inizio di questo prossimo anno giubilare, ogni “sette settimane di anni”, cioè ogni 50 anni, la terra doveva godere di un riposo straordinario. Ecco perché si sospendevano le coltivazioni e ci si affidava alla provvidenza di Dio che nulla fa mancare a chi si affida a lui.
- Il testo del Deuteronomio ha una giustificazione diversa del settimo giorno. Giustificazione che non lascia cadere, ma che anzi presuppone e rilancia la teologia della Genesi. Tra le stesure dei due testi biblici, Israele ha perso la libertà. È sceso in Egitto per avere cibo in un tempo di carestia, è rimasto in questa terra, dapprima accolto come popolo amico e collaboratore, poi trasformato in popolo di schiavi. Israele ha perso l’essenza della creazione, l’essenza stessa dell’essere uomo, che è la libertà. Ecco perché il settimo giorno acquista un tono nuovo. Alla riflessione della Genesi se ne aggiunge una seconda. Poiché l’uomo, quando perde il rapporto con Dio, diventa schiavo delle cose, anche del suo stesso lavoro, occorre puntare tutto sulla dimensione del sabato, che, immettendo nel giusto rapporto con Dio, permette di tornare ad avere anche un giusto rapporto con le cose. La teologia del Deuteronomio insiste moltissimo sul tema del “ricordo”. Ciò che è accaduto diventa memoria per il presente e monito per il futuro. Mosè, sotto il cui patrocinio si colloca tutta l’opera dell’Esodo, invita a fare memoria di quanto è successo perché nessuno possa mai più essere schiavo né di altri uomini né delle cose. Lavoro compreso. Il settimo giorno è quindi un giorno che serve per assaporare il gusto della libertà. Ma, poiché non esiste libertà lontano da Dio, per assaporare la libertà occorre la ricostruzione integra di un rapporto serio con Dio.
La teologia del Deuteronomio mette anche bene in luce che il recupero della libertà non avvenne per qualche straordinaria impresa degli uomini, ma per intervento di Dio nella storia dell’uomo. Il settimo giorno serve anche a questo, ovvero a ricordare che Dio è intervenuto a liberare il popolo di Israele. Non solo il settimo giorno, ma anche una festa apposita che, nuova, viene introdotta nel calendario ebraico: la festa di Pasqua, che deve ricordare a tutti il passaggio di Dio nelle case degli egiziani, dove avvenne la strage dei primogeniti e il passaggio del Mar Rosso, che il popolo di Israele fece incamminandosi verso la salvezza e verso la propria patria, nuovamente donata al popolo che Dio si è scelto. Dalla Pasqua, poi, discendono le feste ad essa collegate, prima di tutte la festa della Pentecoste. Festa agricola, festa del primo raccolto, ma anche festa nella quale si deve ricordare il dono della legge come dono fondamentale per la vita dell’uomo. Cosa sarebbe, infatti, la vita dell’uomo se questa avvenisse lontano da Dio? Il terzo comandamento, quindi, introduce e “giustifica” la presenza di un calendario delle feste, ovvero spiega perché ci siano giorni solenni dell’anno il cui centro deve essere sempre il rapporto con Dio.
- Un’altra dimensione rimarcata nei due testi è, invece, quella della universalità del comandamento. Potrebbe essere chiaro che è il pio ebreo a dover osservare questo comandamento, ma non è così. In tutti e due i testi abbiamo letto che anche il forestiero che si trova in Israele deve osservare la legge del Signore e il precetto del sabato. Anche lo straniero, quindi, deve fermarsi nel suo lavoro, deve rispettare il rapporto con Dio. Ricordiamo che, nel mondo antico, non si dà un uomo ateo. Possono esserci diverse religioni e diversi dei, ma tutti hanno qualcuno con il quale confrontarsi. Anche chi appartiene ad altri popoli e quindi ad altre religioni, ma che si trova in Israele, deve utilizzare il settimo giorno per coltivare il rapporto con Dio. Il principio che regola tutto questo è quello dell’esemplarità. Vedendo tutto un popolo che si ferma per onorare il suo Dio, qualsiasi uomo è richiamato ad approfondire il senso della fede e ad interrogarsi sul senso della vita. C’è, dunque, una dimensione che potremmo chiamare di universalità nel comandamento stesso. Il settimo giorno serve per interrogarsi sul proprio rapporto con Dio.
- Come avviene tutto questo? Come avviene questo ristabilirsi della dimensione verticale della vita, quella con Dio, perché trovi senso anche la dimensione orizzontale, ovvero quella del rapporto con gli altri uomini e con le cose? Israele ha sempre risposto allo stesso modo e con grande insistenza: mediante la dimensione celebrativa. La celebrazione fondamentale è quella della sinagoga, ovvero la proposta di letture bibliche, cui si aggiunge un commento, che stimolino la riflessione, la preghiera, il proprio rapportarsi con Dio. Sprofondandosi nella lettura e nella meditazione dei testi sacri, ogni uomo trova la giusta collocazione della propria esistenza nel piano di Dio e rimette la vita di tutti gli uomini, di tutto il mondo, nelle mani di Dio. L’altra dimensione cultuale è quella che si vive in Gerusalemme, nel tempio, dove si vive il sacrificio che è pratica complessa volta a sottolineare la propria comunione con Dio, il proprio rimettere nelle mani di Dio la propria esistenza. Come si vede non è previsto altro, anche se il tema della carità non è escluso dalla dimensione del settimo giorno. Il rapporto con gli altri uomini, che genera anche la proposta della carità, nasce, infatti, dal giusto rapporto con Dio. Quando si vedono bene tutte le cose, quando si giudica ogni cosa secondo il piano di Dio, si trova il giusto rapporto con ogni cosa, anche con i propri simili.
Ecco le quattro dimensioni comprese nei testi biblici di riferimento.
Cosa dice il comandamento
Di qui la domanda per noi: se tutto questo è tipico di Israele, cosa dice a noi cristiani il terzo comandamento? Come si passa dalla dimensione del settimo giorno a quella dell’ottavo giorno, al “Dies Domini”, al “giorno del Signore”? E, soprattutto, come dobbiamo intenderlo per viverlo bene?
Anzitutto una riflessione sul “giorno nuovo”. Tutti i Vangeli sottolineano che il sabato della Pasqua di Cristo fu il giorno del silenzio, il giorno del permanere nel sepolcro. Nulla accadde di cristianamente rilevante mentre Gerusalemme era in festa per la Pasqua di quell’anno. Fu “il giorno dopo il sabato”, il “primo giorno della settimana”, come leggiamo in tutti i Vangeli, che si prese coscienza della novità apportata da Cristo. Quel giorno fu il giorno dell’incontro, il giorno della presa di coscienza della risurrezione dai morti di Cristo, il giorno nel quale si comprese quale fu l’opera del Padre in Cristo: la risurrezione dai morti. Così appare immediatamente chiara la novità ma anche lo sganciamento dell’ottavo giorno, del Dies Domini dalla teologia del settimo giorno. La domenica è il giorno della risurrezione di Cristo e non il giorno del riposo. La domenica è il giorno in cui si celebra la risurrezione dai morti del Signore, in una piccola Pasqua settimanale, e non più il ricordo della schiavitù in Egitto e del successivo esodo, realtà che non può più essere presente nella memoria dei singoli fedeli che non appartengono solo al popolo di Israele ma incominciano a convertirsi da tutti i popoli. Prova ne è il fatto che, nella prima Chiesa e per un tempo sufficientemente lungo, la domenica non fu giorno festivo ma giorno lavorativo. La distinzione con gli altri giorni non venne dal riposo, dall’astensione dal lavoro, ma dalla celebrazione dell’Eucarestia, vera novità del giorno del Signore.
L’Eucarestia è il centro della domenica, da subito. Venne avvertita come esigenza principale quella di ripetere il gesto del Signore, quella di fare memoria dell’ultima cena e non solo una memoria di ricordi, ma una memoria che segnasse la presenza di Cristo nei giorni dell’uomo, secondo la sua promessa: “Fate questo in memoria di me”. Il popolo cristiano conservò, mutuandolo dal popolo ebraico, l’idea di leggere le Scritture non più per ricordare, per non dimenticare, come diceva la teologia del Primo Testamento, ma alla luce del loro avverarsi in Cristo. La Chiesa da sempre venerò e propose la lettura della Scrittura in questa direzione. Anche il Primo Testamento e, quindi, tutto ciò che appartiene al popolo ebraico come prima fonte, venne riletto alla luce del compimento di tutte le cose in Cristo. Di qui la voce della prima comunità cristiana: “Sine Dominico non possumus”. Senza la domenica non possiamo vivere! Notate che “domenica” ed “Eucarestia”, in questo testo, sono sinonimi. Il popolo cristiano antico non può vivere non senza il giorno della domenica, ma senza la celebrazione del Sacramento, senza quella viva presenza di Cristo che rende possibile e bella ogni cosa. Siamo nel tempo in cui l’Eucarestia non è celebrata ogni giorno, ma è concelebrata da tutti i sacerdoti con il Vescovo nel giorno del Signore. Solo più tardi si arriverà all’idea di celebrare la S. Messa ogni giorno, così che la presenza del Signore e la forza che proviene dal Sacramento, siano ancor più forti e sottolineate.
In piena concordanza con il Primo Testamento, anche la Chiesa sviluppò un suo calendario di feste e celebrazioni, per dire come il tempo che viviamo è dono di Dio e che tutti gli uomini vivono il tempo attendendo però la sua pienezza. Ogni giorno è prezioso, ma non la pienezza del tempo. Ogni giorno è fondamentale, ma non tutti i giorni hanno la preziosità della domenica e delle altre feste che man mano vennero introdotte nel calendario per vivere il mistero di Cristo. Questa idea è fortissima anche nel nostro attuale rito ambrosiano. Il tempo liturgico dell’anno è pensato, infatti, per farci rivivere nelle celebrazioni tutto il mistero di Cristo e per permetterci di incontrare Cristo nelle celebrazioni liturgiche.
Il tema del riposo festivo è molto più recente di tutte queste acquisizioni e, difatti, non ha accompagnato sempre la domenica cristianamente intesa. Esso si colloca, però, in un’altra dimensione. La teologia della Genesi, in generale la teologia biblica che insegna che è necessario un giorno nel quale occorre fare memoria del mistero di Dio per vivere in conseguenza di esso, viene mutuata dalla fede cristiana, che ricorda il “dovere” del riposo per dare senso al tempo e per vivere ogni realtà della vita senza cadere in alcuna forma di schiavitù. Nemmeno quella lavorativa. Ecco che il richiamo al riposo non è, di per sé, il richiamo al “tempo libero”, nemmeno il richiamo a coltivare tutte quelle dimensioni di vita che trascuriamo nei giorni lavorativi. Il richiamo anche al riposo è in ordine all’incontro con Cristo, che si dà nella celebrazione eucaristica, come pure, nella medesima celebrazione, è il ricordo dell’incontro con la comunità, dal momento che nessun uomo è un’isola o un credente solitario. Tutto è, però, in relazione all’incontro con Cristo, che rende vera ogni cosa e rende possibile ogni altra realtà.
Come si vede, il comandamento e la sua interpretazione cristiana, lavorano in una logica opposta a quella che noi vediamo testimoniata nel nostro tempo. Per l’uomo di oggi è fondamentale il tema del riposo, non quello dell’incontro con Cristo. Anche poi per il cristiano attento, per il credente che vive la domenica come giorno dell’incontro con Cristo, non è detto che sia così facile fare della domenica il giorno della comunità, il giorno della carità, il giorno dell’incontro con gli altri, prima di tutto la famiglia. Sono tutte cose che abbiamo in mente, ma che non facciamo abitudinariamente. Un’attenta rilettura del comandamento e una riscoperta del suo senso più profondo, chiederebbero a ciascuno di noi di fare in modo che tutti possiamo vivere la domenica come giorno dell’incontro con Cristo, che è Parola di vita, che è Pane di salvezza. Senza questa dimensione, per tutti i cristiani, non dovrebbe essere possibile vivere! Come potremmo vivere senza l’incontro con Cristo e con il suo mistero?
Cosa vieta il comandamento
Propriamente il terzo comandamento vieta di avere una visione della vita ripiegata su sé stessa, una visione della vita senza Dio. Il comandamento vuole mettere in forte discussione l’atteggiamento di chi vuole vivere come se Dio non ci fosse, in proprio, senza alcuna attinenza con la rivelazione di Dio. Il comandamento, a noi cristiani che lo rileggiamo alla luce della pienezza del mistero di Cristo, chiede di non avere una vita vuota, autosufficiente, dove Dio non c’entra.
Soprattutto, e sarebbe a mio avviso la cosa più bella da riscoprire e da vivere, il comandamento ci chiede di vivere il tempo alla luce dell’eternità. Sentendoci in cammino verso l’eternità di Dio, noi tutti siamo chiamati a vivere il tempo come riflesso del “tempo di Dio” che è l’eternità beata verso la quale siamo diretti. La domenica, vista in questa luce, diventa davvero lo spazio di tempo in cui incontrare Dio, nella liturgia del Sacramento, che è Parola di Verità e Pane della Vita, e nella dimensione comunitaria, che è il radunarsi di tutti i battezzati, per condividere il pane della vita e il calice della salvezza. Di qui il rimando a vivere poi espressioni di carità che vanno dal ricordo dei morti, al servizio dei deboli, indifesi, malati, fragili. Il “tempo libero” è altra cosa. Che la domenica poi si trovi tempo per altre cose, può anche andare bene! Ma privandoci della luce di Cristo risorto, ha ancora senso parlare di domenica? Senza la celebrazione eucaristica, che senso può avere il giorno del Signore per il credente?
Come attuare il comandamento
Il comandamento, quindi, ci richiama la responsabilità che abbiamo tutti come battezzati: avere un giorno nel quale crescere con il Signore, per il Signore, alla luce della sua Parola e con la forza del Sacramento. Il terzo comandamento ci avvicina ad una vita comunitaria intensa e seria. Il terzo comandamento ci chiede di entrare in una visione del tempo e delle cose oltre quella che comunemente abbiamo. In definitiva il comandamento ci chiede di saper vivere il giorno del Signore come giorno del rapporto con Dio, alla luce del quale interpretare ogni cosa della vita.
In pillole
- Il 3° comandamento chiede ad ogni cristiano di coltivare il rapporto con Cristo nel giorno della risurrezione.
- Chiede di essere di esempio perché ogni uomo possa vivere la propria vita alla luce del mistero di Dio che si rivela.
- Nel rispetto della libertà religiosa di tutti, il credente si propone come esempio perché ciascuno non viva come se Dio non esistesse.