Project Description
Introduzione
In questa penultima serata prendiamo in considerazione il 7° comandamento che ha una formulazione molto semplice. Al di là della schiettezza dell’Esodo e del tono rivolto al futuro del Deuteronomio, le due formulazioni sono del tutto identiche. Il Deuteronomio mantiene il comandamento al futuro per indicare cosa deve fare il popolo di Israele una volta giunto nella terra di Dio. Prendiamo in esame, per assonanza di temi, anche il 10° comandamento, il desiderio delle cose.
Il testo
Esodo 20
Non rubare.
7Non desidererai la casa del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.
Deuteronomio 5
Non ruberai.
Non bramerai la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.
Lectio
Cerchiamo di cogliere insieme alcuni appunti per una lectio. Di che cosa sta parlando il comandamento?
- Il primo tema di riflessione che il comandamento sottende, ancora una volta, viene dalla teologia della creazione della Genesi. La tradizione teologica si è poi espressa con il tema della universale destinazione dei beni. Su questo tema non solo la Genesi ma anche tutto il resto della Scrittura sono del tutto unanimi e concordi. Tutti i beni creati da Dio sono destinati a tutti gli uomini. Tutti gli uomini, ma soprattutto i credenti, devono riconoscere che ogni cosa è dono di Dio e, quindi, impegnarsi per una più stretta sorveglianza sui propri comportamenti perché tutto sia davvero messo a disposizione di tutti, senza eccezioni di sorta. C’è quindi, in seno alla Scrittura, una fortissima raccomandazione perché tutto ciò che viene da Dio sia usato bene, con quel distacco che compete a chi si sente figlio in una terra data come dono.
- Questo concetto comporta anzitutto il rispetto della proprietà. Nell’universale destinazione dei beni è insito e pienamente riconosciuto anche il concetto della proprietà dei singoli che, ovviamente, impone che ciascuno sappia rispettare anche le cose degli altri. Certamente c’è un limite o, se vogliamo, una condizione. Il limite è che nessuno sia ridotto all’indigenza, o che, chi accumula beni, non lo faccia in modo infinito, mettendo a serio repentaglio la vita di coloro che sono nell’indigenza. Il tema del comandamento che già rimanda al decimo, è quello dell’equilibrio. Non è sbagliato possedere, non è sbagliato un certo accumulo anche di cose, l’importante è che questo non diventi l’unico scopo della vita e che, soprattutto, non impoverisca gli altri. Per noi cristiani valgono le parole del Signore: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19). C’è dunque, anche nella parola del Signore, il richiamo a questi due comandamenti che aiutano a capire che tutti i beni della terra hanno una destinazione ampia, universale e che, sebbene sia legittimato il possesso, non è legittimata la sproporzionata volontà e desiderio di possesso a scapito dei poveri.
- È da questi concetti fondamentali che la dottrina sociale della Chiesa deriva i suoi concetti fondamentali. Il principio di solidarietà. Se tutti i beni della terra sono dati per tutti gli uomini, ecco che è chiaro che occorre solidarizzare gli uni con gli altri, perché tutti possano avere quel minimo necessario che serve alla vita dell’uomo. L’altro concetto fondamentale e basilare quello della sussidiarietà. Se ci sono ambiti nei quali si vedono carenze e mancanze, la Chiesa in sé o anche il singolo fedele sono chiamati, secondo le proprie possibilità, a prestare la propria opera così che nessuno sia mai privo del necessario. Credo che siamo tutti abbastanza persuasi della verità di questi concetti e anche di come la Chiesa, nel corso dei secoli, ha cercato di viverli e di renderli operativi sia per i singoli credenti che per tutta l’unità ecclesiale. Anche il nostro modo di vivere in riferimento a questi principi è plasmato da secoli di affinamento di questa dottrina e di questa prassi ecclesiale.
- Il comandamento chiede anche di saper essere equi nella gestione economica, ovvero chiede che interventi economici di qualsiasi soggetto, specie i grandi soggetti statali che regolano l’economia, sappiano tenere in giusta considerazione la dignità della persona umana, perché non accada che un uso indiscriminato delle risorse, come pure un accumulo esagerato dei profitti, ferisca l’uomo. Credo che questo sia un pericolo reale nel tempo presente, dove l’economia ha preso un’importanza eccessiva. Forse chi è dentro queste realtà nemmeno si accorge di quali squilibri e di quali dolori alcuni meccanismi provochino su gran parte della popolazione. Il comandamento chiede, quindi, di saper essere attenti al modo con cui si regolano questi ambiti importantissimi della società per cercare rimedio in ogni modo e per stare attenti a forme di gestione del denaro e dei flussi economici che non rovinino la dignità delle persone.
- Questo principio di giustizia sociale non vale solo per i singoli, o per il rapporto tra lo stato e i suoi cittadini, ma vale anche come criterio di relazione tra le nazioni. La storia ci ha consegnato un mondo dove nazioni ricche hanno approfittato di territori poveri. Il che vuol dire di popolazioni povere, impoverendole ancora di più. La Scrittura è unanime nel dire che esiste anche tra gli stati e le nazioni un dovere di giustizia e di solidarietà. Ecco perché, mentre ormai siamo entrati nell’anno del Giubileo, sarebbe bene, come dice il Papa, rinegoziare il debito dei paesi poveri, che non potrà mai essere pagato, evitando così di ridurre in una povertà ancora maggiore chi è già immerso nei problemi di una società povera.
- Soprattutto, e in questo papa Francesco ci è di grandissimo esempio, il settimo comandamento chiede di avere un amore speciale e una predilezione del tutto particolare per i poveri. L’enciclica Evangelii Gaudium è, da questo punto di vista, un vero capolavoro. Il credente, proprio perché sa bene che Dio ha predilezione per i poveri, si mette dalla loro parte e diventa, come può, sostegno per i poveri e uomo che sa lottare contro quelle povertà e quelle ingiustizie che il mondo non ha ancora saputo risolvere. Il Vangelo plasma una mentalità nuova che è quella che il Signore stesso è venuto ad insegnare a tutti. Il cristiano, attento all’insegnamento del Signore, vive questa predilezione, mettendosi sempre dalla parte dei poveri. È questione di amore e con quale occhio si guarda ai poveri, se con l’occhio della giusta compassione e della giusta vicinanza o se con l’occhio distratto di un’elemosina frettolosa che miri ad essere disturbati il meno possibile.
- Il decimo comandamento è più interessante, perché lavora sulla dinamica del desiderio. Come anche il nono, come abbiamo visto unendolo al sesto. Il desiderio è quella dinamica interiore che spinge al possesso smisurato o non equilibrato delle cose o, come abbiamo già visto, anche delle persone. La Scrittura ci insegna, ben prima della psicologia, che è dal desiderio che dipendono poi le diverse dinamiche della vita. Dunque quando il desiderio è smodato, non equilibrato, il cuore si muove nella direzione delle cose, idolatrandole. Il desiderio di possesso dei beni nasce come un piccolo seme che, ben presto, si trasforma in idolatria. Idolatra le cose chi, non sapendo dare il giusto peso ad esse, brama al possesso più di ogni altra cosa. Ecco perché l’attenzione alla cura del desiderio è quanto mai fondamentale in ogni cosa. Il decimo comandamento ribadisce, quindi, il rispetto che occorre avere per le cose degli altri, per la proprietà degli altri. Non è possibile vivere in armonia e pace con le persone se non si è in armonia e pace anche con le cose degli altri.
Cosa dice il comandamento
I due comandamenti nel loro insieme ci ricordano che il cuore dell’uomo è qualcosa sul quale sempre vigilare, per non lasciare che spiriti cattivi, spadroneggiando in esso, riducano l’uomo al suo desiderio. Se è bene avere desideri, è anche bene non lasciare che essi siano immoderati, smisurati e soprattutto senza regole. Il vero insegnamento del comandamento è quindi quello di darsi una regola di vita. Regola dei desideri che produce immediatamente una regola dei sentimenti e, da queste, delle azioni. Quando il sentimento è libero, quando il cuore è puro nei suoi desideri, naturalmente non nasce altro che un sentimento di giusta relazione con le cose. Una vita regolata produce frutti di bene e di pace, perché rende la presenza di ogni uomo nel mondo presenza di armonia, di pace, di giustizia.
In secondo luogo, i comandamenti, insegnando la predilezione per i poveri, chiedono uno stile di vita per lo meno sobrio. La riflessione sulla povertà del cristiano e, quindi, sulla povertà della Chiesa che è l’insieme dei battezzati, l’insieme dei cristiani, ha assunto, nelle diverse epoche, differenti colorazioni ed ha acceso, a volte, anche dibattiti molto aspri. La regola di vita che spinge a vivere “nella forma apostolica”, non impone la rinuncia a tutto e nemmeno il disprezzo per le cose, anche quelle create dall’uomo. Ogni cosa è buona, dipende poi dall’uso che se ne fa. Ogni uomo nasce per condividere con gli altri la sua vita. È il frutto dell’egoismo che rende poi ogni uomo nemico dell’altro e quindi spinge al non rispetto delle cose e delle persone.
Cosa vieta il comandamento
In sintesi e in forma di ripresa.
Alcuni insegnamenti fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa sono: 1) la dignità trascendente della persona umana e l’inviolabilità dei suoi diritti; 2) il riconoscimento della famiglia come cellula fondamentale della società, fondata sul vero matrimonio indissolubile, e la necessità di proteggerla e favorirla mediante leggi sul matrimonio, sull’educazione e sulla morale pubblica; 3) gli insegnamenti sul bene comune e sul ruolo dello Stato. Negli ultimi anni, il Magistero ha insistito sulla rilevanza dell’ecologia e della cura della casa comune come parte importante della Dottrina sociale.
In Evangelii Gaudium si dice che «nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso “si fece povero” (2 Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri». Non si tratta solo di realizzare azioni o programmi di promozione sociale, ma di un atteggiamento di attenzione verso gli altri, verso chi ha bisogno.
In questo contesto rivestono una particolare importanza la giustizia e la solidarietà tra le nazioni.
Come attuare il comandamento
Consiglierei di rivedere come la dinamica del desiderio funziona dentro di noi. Credo che sia essenziale per tutti capire che, spesso, le azioni che commettiamo contro il 7° e il 10° comandamento nascono da un’incontrollata dinamica di essi. Chiederci come ci regoliamo in proposito, quali sono i nostri desideri, quale il nostro rapporto con le cose, potrebbe essere una forma di esame della coscienza non solo utile, ma anche doveroso in questo anno del Giubileo.
Penso che un serio esame di coscienza sul tema possa poi portarci anche a capire come tutti siamo chiamati ad avere cura e predilezione per i poveri. A questo proposito credo che sia necessaria una riflessione che ci porta a capire che non è solo il tema dell’elemosina in questione. L’elemosina è una forma di carità, ma non l’unica e nemmeno la più importante. L’elemosina, spesso, non dice nulla o dice poco dell’attenzione al povero, ma è più un modo per rendere tranquilla la nostra coscienza. È fondamentale che tutti noi riflettiamo a questo proposito, perché non possiamo lasciar cadere l’occasione che ci viene offerta soprattutto dall’anno giubilare. Come partecipiamo alla colletta per i poveri? Quanto siamo disposti a sostenere le esigenze della comunità cristiana di cui facciamo parte? Cosa significa, per noi tutti, prenderci cura di quello che è il cammino comune della Chiesa? Sono solo piccole domande, che aprono però a riflessioni forti sulla dinamica di partecipazione alla vita comunitaria e, in generale, alla vita dei poveri. L’attenzione, la ricerca sincera del dialogo con chi è in questa situazione, la segnalazione di casi di povertà alla comunità tutta, dovrebbero essere realtà collegate, poi, alla pratica della carità. Pratica che, certamente, include poi l’elemosina, il sostentamento, la condivisione. Queste realtà devono però essere il riflesso di un’attenzione che parte dal cuore e che è volta a fare in modo che tutto, nella comunità cristiana, sia fatto a gloria di Dio e a sostegno dell’uomo.
Circa poi l’attenzione e il sostentamento di una comunità, credo che sia bene riflettere su come tutti siamo chiamati a sostenere la comunità di cui facciamo parte. Credo che sia venuta meno la generazione di grandi donatori, ma sta anche diminuendo il numero di coloro che si rendono veramente conto di cosa sia il sostegno alla comunità. Vedo che c’è un’offerta frettolosa, accanto ad uno stile sempre più radicato di pretesa, di avanzamento di richieste, di pretesa di servizi, quasi che la comunità cristiana debba occuparsi di tutto, anche di quelle cose che, di per sé, non le competono. È lo stile che non va bene! Nella comunità cristiana non si vive di pretese, ma di condivisione delle risorse. La catechesi sul 7° comandamento ce lo ricorda con particolare forza e urgenza. Mi pare, invece, che tutti stiamo scivolando nella direzione di una comunità nella quale tutti sanno avanzare pretese, ma pochi, pochissimi, vivono realmente una condivisione delle risorse.
Il Giubileo
Ricordo infine che l’anno giubilare che ormai è iniziato, è anche un momento nel quale la terra deve riposare. È un momento nel quale è bene dare riposo anche ad essa, così come è bene trovare un giusto rapporto con gli animali. Il Giubileo è stato pensato come rigenerazione globale. Ecco perché non perderei assolutamente l’occasione di pensare il rapporto con le cose, come forma di revisione di vita e di messa in discussione del modo di vivere stesso.
Il frutto del Giubileo non dovrebbe essere una bella celebrazione o una serie di eventi, ma un momento nel quale si cambia modo di pensare e si giunge ad una vita più cristiana, in tutti i suoi aspetti. È questa la grazia che vogliamo insieme chiedere al Signore, anche a conclusione di questa catechesi.