Project Description
Introduzione
In questa quarta serata meditiamo su un comandamento che tutti conosciamo fin da bambini. Anzi, questo è soprattutto il limite del quarto comandamento: una cosa da bambini! Per di più questo comandamento viene usato come il punto di riferimento principale per le confessioni dei ragazzi, il che, poi, per una vita, lo relega in questa luce. Come insegnava il cardinal Ravasi, questo comandamento è tutt’altro che roba da bambini e fu dato per gli adulti, perché custodissero e meditassero bene l’origine prima di ogni società.
Il testo
Esodo 20
12Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Deuteronomio 5
16Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato, perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Lectio
- Anzitutto mettiamo in luce che sia la versione dell’Esodo che quella del Deuteronomio hanno una formulazione particolarmente stringata del testo. Questa concisione è voluta perché l’autore biblico intende puntare l’attenzione sulla realtà immediatamente comunicata dalle parole.
- La seconda caratteristica che rende questo comandamento unico nel suo genere è che è legato ad una promessa. Chi osserva il comandamento “è felice”, “sarà felice”, contribuirà a rendere felice un’intera popolazione. I due testi, dunque, ci avvertono che all’osservanza del comandamento è legata proprio la vita di tutta una nazione, di un popolo, di tutta una comunità. Anzi, a ben vedere, la felicità legata alla famiglia è richiesta anche per custodire la terra che Dio dona al suo popolo. La terra che viene data perché sia abitata come dono di Dio dovrà conoscere la fedeltà a questo comandamento perché le generazioni che si susseguiranno possano godere della medesima felicità. Come dire: chi custodisce la famiglia è felice, rende santa una terra, sarà felice per le generazioni future.
- Ciò pone un terzo problema: il 4° comandamento ha una rilevanza sociale o di fede? Certamente tutti sappiamo molto bene che la famiglia è la prima “cellula della società”. Ciò accade non solo nella maggior parte degli ordinamenti statali moderni, ma già nella società antica. Nella maggior parte delle società antiche la famiglia è stata voluta, sostenuta, fortificata proprio per la grandissima rilevanza sociale che essa ha avuto nel progredire di tutte le civiltà. Dunque è lecita la domanda: questo comandamento ha direttamente a che fare con Dio, con la fede? Oppure è un modo che è stato voluto per sottolineare con forza quello che già umanamente accadeva? La risposta viene proprio dai testi biblici. Israele osserva quello che avviene e comprende che l’amore di un uomo per una donna che dà origine alla famiglia è ciò che è presente nel progetto della creazione. Occorre tornare alla Genesi, quando, dopo la creazione dell’uomo e della donna, si legge: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”. C’è dunque, secondo la Scrittura, un progetto originario di Dio sulla famiglia. L’amore che nasce tra un uomo e una donna fa nascere una famiglia, rende i due realmente immagine e somiglianza di Dio e collaboratori nell’ordine della creazione. Tutto questo diventa anche sostegno della società, ma si riconosce a questo progetto la sua origine divina. Come dire: l’amore tra un uomo e una donna che generano una famiglia è qualche cosa di più grande dell’amore che unisce insieme umanamente i due soggetti che si amano.
Occorre anche ricordare che la fede, presso il popolo ebraico, viene insegnata dalla famiglia stessa. Si è ebrei se si è di madre ebrea. Tutti i primi rudimenti della fede sono dati dalla madre o, comunque, dalla famiglia che celebra le feste ebraiche, prima di tutte la festa di Pasqua. La famiglia è, dunque, non solo la prima cellula della società ebraica, ma anche della fede. È in famiglia che si vive il primo incontro con Dio.
- Il comandamento, di per sé, è dato per figli divenuti adulti, perché si prendano carico dei loro genitori. Chiaramente il problema della vecchiaia, del sostentamento nella vecchiaia, dell’accudimento delle persone anziane, era un problema già presente nella società antica. Ovviamente si era in assenza di tutele, istituti o mezzi con i quali si poteva intervenire socialmente per questa questione. Ecco, quindi, il comandamento dato. Occorre che i figli si prendano cura dei propri genitori divenuti anziani e che non gravino sulla società in sé, ma siano sempre pronti a sostenere in tutto e per tutto la vecchiaia dei genitori. È, appunto, questione di “onorare” il padre e la madre, cioè coloro che hanno dato la vita, ma che anche hanno trasmesso la fede. Onorare i genitori deve essere un compito svolto a questo doppio titolo: in riferimento alla vita e in riferimento alla fede. Non vivere questa dimensione, sarebbe come esprimere un disprezzo sia per la vita che per la fede.
- Il comandamento viene dato, abbiamo detto, per la felicità. È nell’alleanza intergenerazionale che si vede come Dio mostra la sua benevolenza sulla famiglia. È solo nell’alleanza generazionale che si può comprendere il disegno originario di Dio sulla famiglia e la sua promessa di bene e di pace per tutti coloro che seguiranno questa vita di benedizione. Su questi argomenti tornerà anche Gesù nel Vangelo, ricordando il dovere dei figli verso i padri e le madri, dichiarando ingiusto l’atteggiamento di chi preferiva donare grosse somme al tempio di Gerusalemme piuttosto che occuparsi dei genitori. Gesù indica nella cura dei genitori divenuti anziani qualcosa di più importante e addirittura di più sacro anche del sostegno al tempio.
Cosa dice il comandamento
Come si vede, con molta semplicità il comandamento è tutto a difesa della famiglia, fondata sull’amore di un uomo e di una donna e aperta alla vita.
Cosa vieta il comandamento
Propriamente il quarto comandamento vieta di disinteressarsi della famiglia e, soprattutto, è contrario all’abbandono di anziani genitori magari anche malati o bisognosi di assistenza.
Come attuare il comandamento
Il comandamento così spiegato sembra facilissimo e, forse, addirittura poco interessante. Sono le problematiche attuali che lo rendono assolutamente d’attualità e aprono, per noi tutti, spunti di riflessione che non credo possano trovare compimento questa sera in questa nostra riflessione.
- Un primo spunto: la famiglia che connotazione ha oggi? Ne sentiamo di diversi tipi: famiglie monogenitoriali, famiglie arcobaleno, famiglie separate, famiglie allargate, famiglie adottive, affidatarie… cose positive e realtà decisamente più discutibili. Pare però che, quando si parla della famiglia cristiana, fondata sull’amore di un uomo e di una donna aperti alla vita, pochi siano d’accordo, pochi si dichiarino favorevoli, pochi si dichiarino inseriti in questo progetto. Non è assolutamente detto che noi, poiché veniamo in chiesa, abbiamo la medesima idea. Il che pone una domanda a ciascuno di noi: che idea di famiglia ho?
- Oltre alla propria collocazione personale, credo sia fondamentale anche capire cosa diciamo sugli altri modelli di famiglia. Un conto è ciò che noi sentiamo vivo nel cuore, un conto è ciò che noi stessi abbiamo realizzato, altro conto è sapere che, accanto a noi e forse anche nella nostra stessa famiglia, vivono persone con idee diverse dalle nostre e con progetti di vita che non ricalcano assolutamente quello che abbiamo vissuto noi. Oggi uno dei temi fondamentali è il non riconoscere la vocazione all’amore, la vocazione all’essere famiglia. Il che spiega la caduta del numero dei matrimoni celebrati nel Signore. Almeno questo è un dato con cui tutti abbiamo a che fare. Non solo. Molti di noi sono già alle prese con figli e nipoti che manifestano idee assolutamente diverse dalle nostre sull’amore umano e sul modo di realizzare una famiglia. Quale parola spendiamo? Come ci comportiamo? Come facciamo a non perdere l’affetto e la stima di chi ha idee diverse dalle nostre? Come facciamo a testimoniare una verità che è sempre più grande di quello che riusciamo a dire? Credo siano domande che non possono trovare immediatamente risposta nella loro complessità e nella loro globalità. Eppure tutti noi non possiamo esimerci, non possiamo sottrarci dal farcele e dal trovare una risposta per problemi che non hanno una soluzione, ma che meritano certamente una nostra parola buona. Quale parola buona siamo chiamati ad esprimere? Quale parola di fede riusciamo a dire?
- Un altro tema riguarda certamente l’evoluzione dell’idea di famiglia, che non possiamo mai dare per scontata. La famiglia non è mai stata un’idea monolitica ma, come tutte le cose umane, sempre in evoluzione. Ecco perché noi cristiani siamo chiamati, più che mai, a dire la parola di verità del Vangelo. Gesù si è espresso più volte su questo tema in modo assolutamente chiaro. Eppure, se noi leggiamo la storia delle famiglie che sono narrate nella Scrittura, vedremo che, difficilmente, troveremo una famiglia “in grazia di Dio”! Eppure la storia della rivelazione passa anche attraverso di esse! Credo che la Bibbia ci dica in modo assolutamente chiaro che, mentre gli ideali sono chiarissimi, è difficilissimo poi osservarli. Se è chiaro, fin dalla Genesi, fin dalle origini, come deve essere la famiglia nel piano di Dio, appare poi difficilissima l’attuazione. Il che deve mettere tutti noi in atteggiamento di perenne dialogo e di grandissima comprensione verso coloro che, in qualche modo, non sono riusciti a perseverare in quel progetto originario voluto da Dio. Come sappiamo tutto questo genera ferite molto evidenti, che creano, il più delle volte, cicatrici indelebili per tutta la vita. Ecco perché, quindi, dobbiamo sempre affrontare con il massimo della comprensione e il massimo della delicatezza tutte queste questioni. Il che pone a noi un’altra domanda: siamo disposti a fare questo? Abbiamo questa comprensione?
- Un altro problema fondamentale per la Chiesa e per la società è la cura delle persone anziane. Ormai ci siamo abituati ad una vita che diventa sempre più lunga, ma che porta con sé anche moltissime difficoltà. Il che pone seriamente alcune domande. Anzitutto quella sulla qualità della vita. Domanda certamente lecita, ma è lecito legare la vita e il protrarsi di essa solo ad una questione di qualità? Discorso, poi, per altro, soggettivo. Il tema affronta necessariamente non solo quello del progredire delle età, ma anche quello delle fragilità. Come veniamo incontro alle fragilità della vita? Come possiamo sostenere la vita di chi è nella stagione della fragilità?
- Il che, poi, pone anche altre domande a proposito del fine vita. Al di là delle questioni aperte, delle leggi, dei pareri, delle tendenze, io credo che la domanda che il comandamento pone a noi sia quella che ci fa chiedere quale visione della vita abbiamo noi e quale speranza coltiviamo in noi. È chiaro infatti che dal modo con cui noi pensiamo alla vita eterna, dal modo con cui noi pensiamo all’incontro con Dio dipende anche il modo con cui affrontiamo la fine della vita e l’ingresso nell’eternità. La fede, autenticamente vissuta ed interpretata, ha molto da dire anche a questo proposito e ci insegna che ci sono realtà che non si addicono a chi vive nella certezza dell’incontro con Dio. Abbiamo consapevolezza di tutto questo? Noi che cosa attendiamo? Come vogliamo dirigerci verso la vita eterna?
- Un altro spunto di riflessione riguarda, invece, i figli. A quale visione di famiglia stiamo educando? Come aiutiamo chi viene dopo di noi ad avere fiducia nell’istituto della famiglia? Come educhiamo i nostri figli e nipoti al rispetto della famiglia? È davvero tutto perduto o siamo in condizione di esprimere ancora qualcosa per chi viene dopo di noi in modo tale che possa essere avvertita la bellezza e l’importanza della famiglia stessa? Questa domanda potrebbe illuminare la nostra riflessione non solo dal punto di vista personale, nemmeno solo da quello della famiglia di cui facciamo parte, ma anche dal punto di vista ecclesiale. Cosa stiamo facendo come Chiesa per sostenere la famiglia, la vocazione sponsale, la presentazione del matrimonio come vocazione? Dal punto di vista educativo tutti noi abbiamo qualcosa da dire. Non solo perché siamo catechiste, allenatori, educatori, ma perché siamo madri, padri, nonni… Come battezzati abbiamo il dovere di cimentarci in un’azione educativa grande, forte, che ci aiuti a sostenere la visione del Vangelo più che un modello.
- Torno alla domanda iniziale. È solo questione religiosa? È solo questione sociale? È questione di unire i due ambiti e di vedere cosa prospettano? Come vediamo il futuro? La domanda è molto difficile. Certamente riusciamo ad abbozzare qualche risposta personale, ma non a risolvere l’intera questione. Io credo che tutto dipenda dal personale incontro con Cristo che facciamo. È da questo, è da questa fede che dipende, poi, cosa diciamo sulla famiglia, come viviamo la famiglia, come insegniamo a vivere in famiglia… Senza questo incontro con Cristo, rimane vero che possiamo dire molte parole ma che, poi, difficilmente riusciremo ad essere testimoni della bellezza dell’amore in famiglia nella nostra vita personale, sociale, ecclesiale. Non è questione di regole, non è questione di imposizioni sociali, non è questione di visione culturale. Tutte queste cose hanno, evidentemente, il loro perché e il loro peso. Ma prima di queste cose, sopra queste cose, per noi cristiani, sta la domanda sulla fede. È per questo che il consiglio primo è quello di sostare su tutte queste riflessioni in preghiera. Se è vero che noi attingiamo da Cristo la forza per ogni cosa, dobbiamo tornare a questa sorgente per capire cosa vogliamo dire, cosa vogliamo testimoniare e, soprattutto, chi vogliamo essere. Nel nostro mondo, nel quale non siamo più capaci di far sentire univoca la voce della fede, la voce cristiana, io credo che l’unica riscoperta da fare sia proprio quella di una preghiera che ci unisce, che ci accomuna, che ci sprona ad essere realmente una cosa sola nel nome del Signore, senza opporsi a nessuno, perché su questi temi delicati, non servono barricate, non servono crociate, non servono opposizioni. Serve solo l’umile preghiera dei credenti, che si fa comprensione di tutti i fratelli pur avendo una parola forte e chiara da dire e nella quale perseverare. Anche a costo di sentirci criticati, anche a costo di non stare al passo con i tempi, anche a costo di percepire ostilità. I cristiani non si fermano davanti a queste cose, ma sanno sempre relazionarsi a quella parola che, sola, sprona, educa, sostiene, dona speranza.
In pillole
- Il 4° comandamento sostiene la famiglia, fonte di vita, primo nucleo di fede.
- Esso educa a prendersi cura dei genitori nel tempo della fragilità.
- Chiede di avere un’idea di famiglia che sia coerente con la fede.
- Chiede di saper educare chi viene dopo di noi alla medesima chiarezza e alla medesima visione.