Project Description
Introduzione
In questa ultima serata prendiamo anzitutto in considerazione l’ottavo comandamento e poi viviamo insieme le ultime riflessioni in conclusione di questo percorso che abbiamo voluto come progetto formativo di quest’anno.
Il testo
Esodo 20
16Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Deuteronomio 5
20Non pronuncerai testimonianza menzognera contro il tuo prossimo.
Vangelo di Giovanni
Gv 1,15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Gv 8,32 «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Gv 18,37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gv 18,38 Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna».
Lectio
Sono diversi gli spunti di lectio che possiamo avere questa sera. Non solo dai testi biblici che abbiamo commentato tutto l’anno, ma anche dal Vangelo di Giovanni, di cui vi ho riportato qualche citazione che utilizzerò in seguito.
- Il primo spunto di lectio viene dai testi biblici che ci riportano i comandamenti, vale a dire Esodo 20 e Deuteronomio 5 che, a differenza di quanto abbiamo visto le altre volte, non sono uguali. Esodo parla di testimonianza “falsa”, Deuteronomio di testimonianza “menzognera”. Sono due sinonimi o sottendono due cose diverse? L’esegesi è concorde nel dire che le due versioni intendono sottolineare due aspetti leggermente diversi della questione. La testimonianza falsa è quella di chi, soprattutto in ambito legale e, quindi, in tribunale falsa la verità, ovvero dice una cosa non conforme alla verità. È una scelta deliberata che viene fatta per diversi motivi e che implica sempre una deliberata versione dei fatti che non è quella degli avvenimenti accaduti. La testimonianza menzognera non è per forza inerente ad un ambito legale e implica la distorsione dei fatti. I due concetti sono vicini, ma la falsità è diversa dalla menzogna. La falsità è il deliberato non dire la verità che si conosce, la menzogna è girare in giro con le parole, infarcire, privare alcuni aspetti di quello che si conosce in maniera tale da presentare una versione dei fatti che non è quella reale. Potremmo chiederci perché due versioni leggermente diverse? Perché due modi di dire simili, ma non uguali? Probabilmente perché la trattazione del tema della verità è davvero assai complessa e l’autore biblico sa di poter sottolineare solo un aspetto per volta. In effetti, anche se noi ci asterremo da questa ricerca, questo spiega perché ci sono anche moltissimi altri passi del Primo Testamento nei quali si potrebbe andare a cercare cosa dice la Scrittura sul tema della verità e su quello della testimonianza, per avere un’idea di quanto sono grandi questi argomenti, tanto da non avere un’unica possibilità di illuminazione. Ad ogni buon conto appare immediatamente chiaro che il comandamento dice che non è mai lecito non dire la verità che si conosce, né in tutto né in parte, come pure che non è morale pensare di poter scegliere cosa dire e cosa tacere quando si è a conoscenza dei fatti in questione.
- Una seconda sottolineatura che mi sembra doveroso fare è che i due comandamenti, nella versione biblica, menzionano esplicitamente il prossimo, parola che, invece, è scomparsa dalla formulazione del Catechismo. Cosa implica questo? A livello biblico dobbiamo sottolineare che il riferimento al prossimo dice bene che il tema della verità e il tema della testimonianza sono cruciali per le relazioni. Con quello che si dice, con quello che si racconta dell’altro è possibile edificare i rapporti o, al contrario, distruggerli. Ora tutta la Scrittura insegna che l’uomo è fatto per rapportarsi con gli altri. L’uomo è fatto per non essere solo, per aprirsi a quella dimensione di fraternità che è già insita nella stessa creazione. Dal modo con cui l’uomo si rapporta con la capacità di verità che ha iscritta nella coscienza, si capisce quale relazione l’uomo andrà a creare nel corso della sua esistenza. Vista la fondamentalità dell’argomento, ecco perché c’è un comandamento preciso che vieta di rovinare le relazioni o, detto in positivo, prescrive di salvaguardare la relazione con gli altri sopra ogni cosa. È per questo che, poi, Gesù nel Vangelo insegnerà che il secondo precetto fondamentale della fede, dopo quello che prescrive l’amore per Dio, è amare il prossimo come sé stessi. Ama il prossimo come sé stesso chi rispetta l’altro, custodisce la relazione con lui, vive per edificare il prossimo in tutto e per tutto. Nel comandamento, dunque, non è presa in considerazione solo la parte giuridica del problema, ma tutta la vita di relazione dell’uomo. La cura per le relazioni si esprime proprio nell’attenzione all’altro.
- Le citazioni di Giovanni che ho messo sono solo una piccolissima parte di quelle che si potrebbero mettere. Magari potreste andare a cercarle voi, così che la meditazione si ampli. Per San Giovanni le parole “testimonianza” e “Verità” sono essenziali in tutto il Vangelo. La parola “testimonianza” emerge fin dal primo capitolo, fin dal “prologo”. Il grande testimone, il testimone per eccellenza è Gesù. Egli viene come “testimone” del Padre. Tutta la vita e tutto il ministero di Gesù sono testimonianza del Padre, sono rivelazione del volto del Padre. Ci sono anche altre figure di testimoni umani: in primis San Giovanni Battista che è il testimone per eccellenza del ministero di Gesù. Tuttavia San Giovanni preferisce stare sul primo versante e presentarci Gesù come testimone e rivelatore dell’amore del Padre.
- Certamente più bella e promettente è la ricerca sulla parola Verità. Anche qui occorre una cernita tra le molteplici citazioni che si potrebbero offrire. Prendo anzitutto quella del capitolo 8,32, che è da tutti noi conosciuta perché fa parte delle letture quaresimali del Vangelo. Gesù mette in stretta correlazione il tema della verità e della libertà. Un uomo è libero quando è vero. Un uomo è libero quando cerca la verità. Fare la verità, in questo senso, significa crescere ad immagine e somiglianza di Dio che è la Verità. Chi si impegna in questo cammino libera sé stesso, rende sempre più libera la propria anima e la propria coscienza. Chi ama come ama il Signore, chi agisce come agisce il Signore diventa sempre più libero perché sempre più innamorato della Verità e sempre più pieno di essa. Gesù in questo modo esplicita la forza dei comandamenti. I comandamenti, tutti quanti, sono indicazioni perché la libertà sia veramente tale. Tendere alla verità significa tendere a Dio, cercare in Dio la perfezione dei propri giorni e della propria coscienza. Un uomo è tanto più libero quanto più è vero. Ecco cosa dice anzitutto il Vangelo.
- Il Vangelo di Giovanni presenta la figura di Cristo come l’incarnazione della Verità. Più in profondità, la Verità è solo Dio. Poiché Gesù è Dio ed è il rivelatore del Padre, Egli è il rivelatore della Verità. Più volte Giovanni torna su questo tema per insegnarci che Gesù dice all’uomo “tutta la verità udita da Dio”. Gesù non solo “dice” la verità, non solo “fa” verità in molte situazioni e in molte relazioni nelle quali è coinvolto, ma “è” la “Verità”, che è solo Dio.
- In questo senso emerge fortissima la testimonianza di Pilato che, in contesto giuridico – ecco come torna l’allusione al comandamento – mentre sta interrogando Gesù, si domanda “cosa è la verità?”. Pilato è un uomo abituato a giudicare, ma sa benissimo che ogni giudice può arrivare solo ad una approssimazione della verità. Un giudice, per quanto scrupoloso, per quanto coscienzioso, non potrà mai avere in mano tutti gli aspetti di una questione. Egli potrà avvicinarsi alla verità, potrà cercarla, potrà promuoverla, ma non sarà mai in grado di avere tutti gli elementi che gli dicono come realmente sono andate le cose. Potrà intuire, ma non sapere con certezza. Ecco perché, quasi con sarcasmo, Pilato chiede proprio al Signore “Cosa è la verità?”. Sarà Sant’Agostino che, con una bellissima catechesi, da finissimo latinista quale era, proporrà un anagramma per rispondere alla domanda di Pilato. Poiché, in latino, che cos’è la verità si dice: “quid est veritas?”, l’anagramma permette di rispondere: “est vir qui adest”, cioè, tradotto: “verità è l’uomo che è presente”, l’uomo che hai di fronte. Agostino comprende che la verità non è una cosa, non è una relazione, non è qualcosa da dire, o da fare. Verità è solo Gesù Cristo. La relazione con la verità è possibile tanto quanto un uomo è in relazione a Cristo. Più un uomo è in relazione a Cristo, più è capace di verità, più è libero.
- Verità che valgono anche per noi. Se vogliamo essere liberi abbiamo bisogno di costruire la nostra libertà nel rapporto con Cristo che, rendendoci liberi, ci rende anche veri. Più noi saremo di Cristo, più saremo liberi, più saremo veri. Tutto questo è anche quello che è sotteso al comandamento. Mosè aveva intuito benissimo ciò che il Signore espliciterà in seguito. Mosè è l’uomo della libertà, è l’uomo che libera Israele dalla dura schiavitù del tempo di Egitto. Mosè intuisce che la vera libertà per il suo popolo non sarà il non avere più lavori forzati da compiere, non sarà il non dover sottostare ad un altro popolo, ma si reggerà sulla conoscenza e sulla relazione con Dio. Più profonda sarà questa relazione, più forte, più vera sarà questa relazione, più intenso sarà il cammino della libertà permesso. L’ottavo comandamento, quindi, si completa con la rivelazione del Signore. Non sarebbe possibile comprendere bene cosa dice il comandamento se ci collochiamo fuori da questa prospettiva e analisi.
Cosa dice il comandamento
L’8° comandamento quindi dice che l’uomo è chiamato a vivere nella verità, cioè in Dio, non semplicemente a dire la verità. La ricerca della verità non si limita a quello che un uomo può dire. Essa va molto più in profondità e necessariamente si deve inserire nell’orizzonte della fede. È dunque uno stile di vita quello che il comandamento vorrebbe insegnare. Stile di vita che, per noi cristiani, deve essere lo stile di vita di Gesù.
Cosa vieta il comandamento
Propriamente traendo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
2475 I discepoli di Cristo hanno rivestito « l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,24). « Deposta la menzogna » (Ef 4,25), essi devono respingere « ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza » (1 Pt 2,1).
2476 Falsa testimonianza e spergiuro. Un’affermazione contraria alla verità, quando è fatta pubblicamente, riveste una gravità particolare. Fatta davanti ad un tribunale, diventa una falsa testimonianza. 369 Quando la si fa sotto giuramento, è uno spergiuro. Simili modi di comportarsi contribuiscono sia alla condanna di un innocente sia alla assoluzione di un colpevole, oppure ad aggravare la pena in cui è incorso l’accusato. 370 Compromettono gravemente l’esercizio della giustizia e l’equità della sentenza pronunciata dai giudici.
2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. 371 Si rende colpevole:
— di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
— di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano; 372
— di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a giudizi erronei sul loro conto.
2479 Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l’onore del prossimo. Ora, l’onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all’onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Perciò la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità.
2480 È da bandire qualsiasi parola o atteggiamento che, per lusinga, adulazione o compiacenza, incoraggi e confermi altri nella malizia dei loro atti e nella perversità della loro condotta. L’adulazione è una colpa grave se si fa complice di vizi o di peccati gravi. Il desiderio di rendersi utile o l’amicizia non giustificano una doppiezza del linguaggio. L’adulazione è un peccato veniale quando nasce soltanto dal desiderio di riuscire gradito, evitare un male, far fronte ad una necessità, conseguire vantaggi leciti.
2481 La iattanza o millanteria costituisce una colpa contro la verità. Ciò vale anche per l’ironia che tende ad intaccare l’apprezzamento di qualcuno caricaturando, in maniera malevola, qualche aspetto del suo comportamento.
2482 « La menzogna consiste nel dire il falso con l’intenzione di ingannare ».
Come si vede le fattispecie sono davvero molte. Si capisce così anche l’insistente richiamo di Papa Francesco su questi temi e, in particolare, sul tema della parola vana, anche dentro la comunità cristiana. Pensate quante volte il Papa richiama al dovere di non cadere nel pettegolezzo, del non rovinare la reputazione delle persone, del dover essere sempre attenti al fratello, con un occhio di speciale benevolenza per le persone più fragili e per quelle più umili. Credo che ci sia davvero un po’ l’imbarazzo della scelta nel cercare di proporre un esame di coscienza, perché tutte queste realtà riguardano da vicino le nostre persone e la nostra Chiesa.
Come attuare il comandamento
Credo che solo la ricerca di una relazione sempre più profonda con il mistero di Dio potrà aiutarci a capire che il comandamento è difficilissimo da attuare se ci collochiamo fuori dalla relazione con il Padre.
In conclusione
Questa è l’ultima delle otto serate che abbiamo dedicato alla formazione di quest’anno. Una formazione difficile, perché i comandamenti non sono certo una cosa facile. Ci eravamo proposti di tornare a questa sorgente perché troppo spesso ce ne dimentichiamo e troppo spesso diamo per scontato che quello che abbiamo imparato quando eravamo ragazzi o forse anche bambini del catechismo sia sufficiente per la vita cristiana.
Cosa abbiamo imparato? Cosa ci portiamo a casa? Ciascuno di voi potrà dare la sua risposta, perché la risposta non può che essere personale. È nel cammino che ciascuno di noi sta facendo, è nel preciso momento in cui ciascuno di noi si trova che si potrà rispondere alla domanda. Io spero però che, all’inizio di questo anno giubilare, tutti noi desideriamo ritrovare quel rapporto con Dio che è sempre una grazia e che è sempre un po’ da ricostruire. Conoscere, amare, rispettare la legge del Signore, credo sia una cosa bellissima, un impegno grande, una chiamata ad una grazia eccezionale ed unica. Vorrei che, all’inizio di questo anno così particolare, tutti non solo ne fossimo consapevoli, ma anche desiderassimo fare di tutto per rendere questa riflessione sempre più profonda e sempre più vera.
I comandamenti, spero, emergano alla fine di questa catechesi non come qualcosa di arido, come una legge che deve essere rispettata altrimenti non si sa bene in quale castigo si incombe! Vorrei che i comandamenti fossero proprio riscoperti per quello che sono, e cioè una parola di Dio che è verità e amore. Una parola di Dio che invita alla relazione profonda con Lui, una parola di Dio che invita al cammino e alla santità di esso.
Certamente, al termine di questa catechesi, il cammino dei comandamenti sarà apparso come qualcosa di arduo, di difficile, di impegnativo. Certamente questo è vero, ma non dobbiamo dimenticare che anche a noi, come già al popolo di Israele, verrà data la forza necessaria per andare avanti in esso. Senza la forza di Dio non troveremo mai la forza di incamminarci su questa via di verità, di amore, di pace.
Auguro a tutti di continuare a lasciarsi provocare da questa parola, di saperla accogliere come deve essere accolta, cioè come parola di pace, di bene, di amore, di verità. Riscoprendo anche queste parole come possibile traccia di un esame di coscienza. Già da molti anni è possibile avere a disposizione questa tracia di esame di coscienza, dal momento che molti di noi prendono i comandamenti proprio come traccia di un possibile cammino di conversione. Il Signore infonda in noi la luce necessaria della grazia per vivere i comandamenti così come Lui stesso ci indica.
Sperando che davvero tutto possa concorrere a vivere bene questo itinerario giubilare di liberazione, di ricerca della verità, di pace in Dio e con Dio.