Credo – Quinta Parte2020-03-28T23:55:40+01:00

Project Description

Quinta Parte

La Vita Eterna

SCARICA IL TESTO

Quinta Parte

La Vita Eterna

SCARICA IL TESTO

La vita del mondo che verrà.

Questo ultimo articolo del credo deve aprirci, ormai nell’imminenza della Pasqua, ad una riflessione sul valore del corpo, della vita e sulla potenza della risurrezione che il Signore sperimenta e che promette a ciascuno. Sono ancora le parole del cardinale Tettamanzi a guidarci.

La risurrezione della carne

La «carne» è la dimensione dell’uomo che lo lega al mondo materiale e alle sue leggi. Molti pensano che sia addirittura l’unica natura dell’uomo. La carne è ciò che delimita e particolarizza l’uomo e lo costringe in una prospettiva rinchiusa nello spazio e nel tempo. Ma è anche ciò che apre l’uomo al mondo e lo mette in comunicazione con gli altri. Essa dice concretezza, solidità, realismo, ma anche debolezza, fragilità, fatica, provvisorietà.

Un’ esperienza umana è ritenuta autentica, reale quando lascia traccia nella carne, quando produce emozioni e sentimenti forti che risuonano nella carne, fino a manifestarsi in diverse forme di somatizzazione. E nella carne che la persona prova le più belle emozioni e gli affetti che le fanno desiderare la vita e le fanno gustare le relazioni con altri. Perfino nella malattia e nel dolore, è nella carne che riceviamo la cura affettuosa e l’attenzione di chi ci ama.

Nello stesso tempo, però, l’uomo cerca le cose vere e durevoli attraverso la liberazione dal peso e dai limiti della carne, dai suoi bisogni, dalle sue esigenze, che tengono la persona legata al tempo e allo spazio. La carne viene sperimentata come un intralcio, un limite, un impedimento, una prigione da cui evadere. Eppure, a ben vedere, sono proprio gli stessi bisogni connessi alla carne a poter diventare oggetto di attenzione, di condivisione, di servizio e, quindi, segno di amore.

L’esperienza della carne è sempre ambivalente: testimonia fragilità, fatica, decadenza, eppure apre al desiderio di comunicare, alla possibilità di aiutare, alla capacità di trasformare la materia in energia, azione e vita.

Questa carne è anche chiamata a risorgere, cioè è chiamata a partecipare della stessa risurrezione di Cristo. Egli, infatti, è la primizia di coloro che risorgono, ma noi, nella fede, sappiamo che dove è Lui, capo e salvatore, saremo anche noi.  Maria, assunta in cielo in anima e corpo, come diciamo nella liturgia è l’esempio più grande di ciò che capiterà anche a noi.

Credere nella Risurrezione della carne significa credere che tutta la nostra vita, il corpo, l’anima, gli affetti…tutto è reso pienamente partecipe della vita con Dio, al di là della morte.

La fede nella risurrezione sa cogliere le dimensioni positive della carne, superando, per la forza dello Spirito, quelle negative. Queste ultime, ossia «le opere della carne» -lo dice la rivelazione biblica – «sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere». Si tratta di esperienze in cui “la carne” domina l’agire umano come unico principio di azione e così amplifica le sue ambiguità: promette felicità e piacere, ma rivela fragilità e precarietà; fa sperare rapporti intensi, ma genera invidie e gelosie.

Lo Spirito, invece, ristabilisce ordine tra le dimensioni l’esperienza umana e apre la carne a orizzonti più grandi: frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Si tratta di esperienze nelle quali la fragilità della carne sfida il tempo che passa e consuma, la sua irascibilità viene mitigata dalla pazienza e contenuta dal dominio di sé, la tirannia dei sensi è temperata dall’ ordine e dall’ equilibrio. In tal modo, la carne sente di poter accogliere e sperimentare una vita più grande e duratura. Anzi, in un certo senso, esprime dal di dentro di sé questo profondo e insopprimibile anelito a una vita più grande e duratura, nella gioia della comunione.

Credere la «risurrezione della carne» significa affermare che la nostra carne – e, quindi, tutta la concretezza storica della nostra esistenza personale – è resa partecipe della condizione gloriosa di Gesù ed è così destinata a una vita al di là della morte.

Non sappiamo immaginare come ciò accadrà. È lo stesso apostolo Paolo a confessarlo: «Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?” Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo… Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale».

Non sappiamo immaginare cosa e come sarà «la risurrezione della carne». Sappiamo, però, che si tratta di una “trasformazione” che raccoglie ciò che siamo, la nostra carne, per aprirla a una vita nuova, a un dono più grande.

La fede nella «risurrezione della carne», in ogni caso, non può essere intesa e non può essere vissuta come una attesa passiva di un vago” dopo morte”.

La speranza nella «risurrezione della carne» deve tradursi nell’impegno a seminare in questa carne – nella concretezza e ambivalenza della nostra condizione storico-mondana – gesti che aprano alla nuova vita, superando le ambiguità della carne. Deve diventare impegno per anticipare nella nostra vita terrena gesti che o e tengano aperto il desiderio di qualcosa di incorruttibile, di forte, di spirituale. Deve esprimersi in un impegno costante per vivere gesti di giustizia, di solidarietà di condivisione, di amore, che rimangono per sempre.

Non c’è da fuggire dal mondo, ma c’è da rimanerci o valorizzando e amando il tempo presente, assumendo tutte le proprie responsabilità per concorrere a costruire un mondo più giusto, più abitabile, più umano, “preparando” così quei cieli nuovi e quella terra nuova nei quali avranno stabile dimora la giustizia e la pace.

Credere nella «risurrezione della carne» significa affidare alla potenza di Dio il desiderio che esistano “per sempre” le cose vere e belle sperimentate “nella carne”. Perché ciò possa avvenire, queste stesse cose devono andare al di là della fragilità di questa esperienza e, quindi, rimandare e anelare a una “carne risorta”.

La fede nella «risurrezione della carne» è, in definitiva, la sola e giusta prospettiva per poter vivere in pienezza le cose più belle della vita, raccogliendo positivamente la promessa che esse contengono.

Al termine di questa riflessione sul credo.

Abbiamo vissuto 5 domeniche di catechesi sul “cuore”, sul “centro” della nostra fede. Perché? Perché il cuore di questa quaresima è stato tutto dedicato a questo tema?

Credo che l’intento dell’Arcivescovo sia stato quello di aiutarci a comprendere bene che essere cristiani nel mondo di oggi richiede, anzitutto, molta lucidità di dottrina. Siamo in un tempo in cui il richiamo alla Verità non va certo di moda. Il cristiano, tuttavia, non si lascia ingannare e non ritiene mai che la sua fede sia solamente un’emozione né, tantomeno, che consista solamente in una serie di riti e di eventi a cui presenziare. Il cristiano ha in mente molto bene la lucidità di un cammino, vive il tempo come un dono, sa di essere destinato alla vita eterna, vive la sua appartenenza alla chiesa in forma piena e reale.

Oggi abbiamo decisamente bisogno di cristiani così, di uomini e di donne che sappiano bene come vivere la fede nel mondo, con quella responsabilità e con quell’amore che Cristo stesso richiede alla sua chiesa e a ciascuno di noi.

Chiediamo al Signore questa grande grazia: quella di essere cristiani lucidi, attratti dalla verità, capaci di un cammino fatto di amore e di responsabilità.

Il Signore ci guidi e Maria, Madre del Risorto, ci aiuti sempre ad avere questa chiarezza e questa lucidità di fede, vero dono per il nostro tempo e per la nostra società.