Credo – Seconda Parte2020-03-08T16:23:34+02:00

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Seconda Parte

Il Figlio Redentore

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Il Figlio Redentore

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Mettiamo al centro di questa seconda catechesi il 2° articolo del Credo: Gesù Cristo e il mistero di salvezza che si compie in Lui.

Il titolo “Signore”.

Questa espressione. Che è tipica della fede pasquale, intende affermare che Gesù è il Risorto, proclamando con gioia la sua presenza in mezzo a noi. Il titolo “Kurios”, “Signore” significa persona grande, degna di lode, persona a cui si riconosce autorità e onore, e a cui ci si sottomette. Dire che Gesù è il “Signore” significa accettare per la nostra vita la sua vittoria Pasquale e la nostra sottomissione a Lui. La fede ci fa acclamare che tutto è relativo a Cristo, perché ogni cosa, creata da Dio, come abbiamo visto la volta scorsa, è destinata a tornare a Dio e a dare a Lui gloria.

Figlio Unigenito.

Poiché, di per sé, il titolo Signore nulla dice sull’identità di Gesù, ecco che il simbolo precisa subito chi è questo “Signore”, è il “Figlio Unigenito” di Dio. Dopo aver affermato la vittoria pasquale di Cristo, Signore della vita e della morte, il Simbolo precisa che il Signore è il Figlio unigenito di Dio, il mediatore dell’alleanza nuova tra Dio e gli uomini, alleanza nata nel suo sangue. Tra Dio Padre e la seconda persona della Santissima Trinità c’è, dunque, un rapporto di paternità – figliolanza. La seconda persona della Santissima Trinità è colui che si incarna per redimere il mondo e vincere la morte.

Nato dal Padre prima di tutti i secoli.

Questa espressione è di significato immediato. Essa intende affermare l’eternità del Figlio di Dio, eterno come il Padre, sua parola e sua mano nella creazione. Il Figlio, eterno come il Padre, entra poi in un orizzonte di temporalità con il mistero dell’incarnazione. “Fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine”, spiega il simbolo degli apostoli, per sottolineare l’umanità di Cristo. In Lui sono presenti due nature: quella divina, eterna e consostanziale al Padre, e quella umana, assunta dal corpo della Vergine. In questo modo il Simbolo insegna la mirabile unione delle due nature e la totale partecipazione sia all’orizzonte divino che a quello umano.

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero.

Queste tre affermazioni del simbolo niceno costantinopolitano sono state suscitate da quei tre movimenti ereticali che non affermavano e non credevano alle verità della fede appena accennate. Il simbolo dice della seconda persona della Trinità: è Dio come il Padre, da cui proviene (Dio da Dio); è Luce ovvero è una realtà di cui non si possono possedere tutti gli aspetti, la luce è infatti qualcosa che ‘sfugge’. L’immagine viene ripresa esattamente dal Vangelo di Giovanni: noi non possiamo parlare di Dio così com’è, perché non possiamo catturare il mistero e imprigionarlo in termini di nessun genere. Ci serviamo allora di immagini. Quella della luce è un’immagine per dire che Dio è mistero di amore, di verità, di pace, di eternità, di sublimità, di amore. Tutte verità contenute nella rivelazione evangelica.

Generato, non creato.

Questa è l’espressione più difficile. Cosa significa? Dobbiamo distinguere due livelli: uno che potremmo definire cosi: la verità della fede, e l’altro che potremmo chiamare così: cosa accade dentro la Trinità.

Il simbolo afferma che Gesù non è creato e in questo intende reagire a una eresia, quella Ariana, che ammetteva invece che Gesù fosse una creatura, la più splendida, la più perfetta delle creature, quella in cui il Padre aveva mostrato ogni compiacenza ma pur sempre una creatura. Il Simbolo rivendica con forza la verità della rivelazione: il Verbo, la seconda persona della Trinità, è eterno e consostanziale al Padre. Diviene “consostanziale alla Madre” nel mistero dell’Incarnazione. Egli anche nel suo apparire tra gli uomini, non è creato ma ‘assume’ un corpo dalla Vergine di un uomo. Il simbolo lo dice poco più sotto: ‘Discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria‘. Dunque Gesù non è creato, questo il dato che si vuole affermare dalla derivazione evangelica.

Se abbiamo compreso questo dato di fede, possiamo spostarci nell’orizzonte di Dio. Qual’ è il rapporto che lega quindi il Padre a Gesù? E’ un rapporto di generazione, dove però è escluso l’orizzonte della temporalità, perché il tutto avviene nell’eternità. Anche qui la Fede usa un’immagine per dire che rapporto c’è tra Dio e Gesù nella Trinità, e usa l’immagine umana del rapporto tra Padre e Figlio. Lo stesso rapporto che è rapporto di amore è quello che lega Dio padre al Figlio suo unigenito Gesù. I tre (Padre, Figlio e Spirito Santo) sono quindi una cosa sola, una sola sostanza, pur essendo distinti. Tre uguali distinti. L’uguaglianza della Trinità si chiama sostanza, mentre le distinzioni, che in teologia si chiamano “processioni”, dicono il legame che esiste tra i tre che sono uguali ma distinti.

Della stessa sostanza.

Sostanza è un termine della filosofia greca che indica la ‘cosa’ principale rispetto agli altri attributi, che sono ciò che si può applicare a questa sostanza. Senza perderci troppo in questioni filosofiche ci interessa affermare che dicendo così il simbolo vuole affermare che Gesù è una cosa sola con il Padre perché ‘condividono’ la stessa sostanza, che è l’essere stesso di Dio, l’essere Dio. E’ un po’ difficile da capire ma bisogna precisare che i tre, pur distinti, sono una cosa sola perché ‘condividono’ la stessa sostanza.

Con questa affermazione si chiude il ciclo che parla delle verità di Gesù sul piano dell’eternità e della Trinità, e incomincia il ciclo che narra l’ingresso di Gesù nella storia e il suo operare per la redenzione del mondo, e si sviscerano i contenuti dell’incarnazione, passione, morte e redenzione. E’ una ripresa nei punti salienti della storia di Gesù così come il Vangelo la propone. Il fatto che questi eventi siano entrati nel simbolo è per affermare che noi crediamo quanto il Vangelo afferma, e per sottolineare che la fede è sempre un incontro con la persona, con l’umanità di Cristo.

Come abbiamo già detto, sono state le grandi eresie dei secoli passati, specialmente quelle dei primissimi secoli di vita della Chiesa, a “dettare”, a “delineare”, a “suggerire” le linee guida della Professione di Fede e le parole che dovevano essere utilizzate.

Potremmo domandarci: perché noi, che siamo in un contesto completamente diverso, dobbiamo continuare a professarle?

Perché oggi che è cambiato anche lo schema filosofico di riferimento non possiamo cambiare anche le parole del Credo?

La risposta, tutto sommato, è semplice. Queste parole ci aiutano a comprendere le verità della persona di Cristo. Nel Vangelo noi troviamo descritte le medesime verità che il Credo puntualizza. Sebbene sia cambiato l’orizzonte culturale, la verità che il Credo esprime rimane immutabile. Ed inoltre è pure immutato il bisogno dell’uomo: conoscere Cristo, fonte, origine, culmine della storia della salvezza. Le parole del Credo non sono affatto superate: noi le spieghiamo e le professiamo, perché la grandezza della fede dei nostri padri possa arricchire anche noi.

Il secondo articolo, mentre ci fà riaffermare gli eventi centrali della vita del Signore, mette al centro la sua Pasqua, evento centrale della storia della salvezza che, come abbiamo già spiegato, lo costituisce “Signore”.

Discese agli inferi.

Qual’è l’insegnamento che possiamo ricavare da tutti questi elementi scritturistici? È indubbio che la predicazione primitiva affermava con chiarezza e universalità che Gesù Cristo è ‘disceso allo -sheol -. E, come dato, l’affermava secondo il significato che la frase ha in tutta la Bibbia. Giacobbe, quando ritiene Giuseppe ucciso da una belva, si augura la morte dicendo: ‘Voglio scendere in lutto dal figlio mio’. Nel libro dei Numeri la fine improvvisa e drammatica di Core, Datan e Abiran è così descritta: ‘Scesero vivi agli inferi ‘ Giobbe, per dire che dalla morte non si torna indietro, afferma: ‘Chi scende agli inferi più non risale ‘ E il salmo 6 canta: ‘Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi ne gli inferi canta la tua lode?’

Insomma scendere nello ‘sheol’ per l’abituale modo di esprimersi del mondo semita voleva dire semplicemente ‘morire’.

La Chiesa primitiva aveva necessità di una forte affermazione della realtà della morte di Cristo, contro tutte le ipotesi di morte apparente, contro le tentazioni docetiste, contro ogni interpretazione mistica della vicenda di Cristo. Perciò giustappone spesso al termine ovvio e popolare (morì), la sua versione per così dire culturale e metafisica (discese allo ‘sheol’), perché non fosse lasciato adito a dubbi: Gesù di Nazareth è sceso allo ‘sheol ‘ cioè è morto sul serio.

Dobbiamo renderci conto dell’importanza teologica di questo dato: arrivando fino alla ‘discesa agli inferi ‘ , cioè alla morte, l’umanizzazione del Figlio di Dio tocca il suo compimento. Soltanto morendo diventa integralmente uno di noi. L’incarnazione va capita nella sua essenziale dinamicità, ‘come ‘progressiva’, non perché il Cristo non sia divinamente personalizzato fin dalla sua concezione, ma perché è connaturale a ogni uomo la crescita, cioè il farsi più compiutamente uomo. E poiché non si è incarnato in un ‘umanità astratta e puramente possibile, ma in quella specifica dei figli di Adamo, egli ha via via assunto, e quindi divinamente impreziosito, l’intera nostra vita, in tutti i suoi momenti e le sue situazioni esistenziali, ivi comprese la sofferenza e la morte.

Morendo sulla croce il Signore Gesù porta la divina ‘condiscendenza’ – cioè l’incarnazione – alla sua perfezione.

Ma forse l’elaborazione teologica più preziosa del dato ci è suggerita dalla prima lettera di Pietro. Di là da tutte le opinabili interpretazioni dei particolari, pare che il concetto richiamato sia questo: Gesù non è soltanto il ‘giudice dei vivi e dei morti ‘ che vuol dire giudice di tutti gli uomini di tutti i tempi anche di quelli passati. E’ anche il Salvatore dei vivi e dei morti, e dunque anche di coloro che lo hanno preceduto nel cammino della storia. In altre parole: la redenzione di Cristo ha una efficacia retro attiva, perché riesce a raggiungere i ‘morti’ cioè quelli che cronologicamente sono venuti prima di lui.

Sarebbe lo stesso pensiero espresso poi dal successore di Pietro sulla cattedra romana, Clemente, in quel punto della sua lettera dove parla del sangue di Cristo che ha offerto la Grazia della conversione a tutte le età del mondo.

Gli uomini di tutti i tempi – prima e dopo Cristo – sono quindi stati riscattati da Lui e tutti sono chiamati a far parte dello stesso regno di Dio. Potremmo dire che, come Paolo fa della ‘discesa agli inferi ‘ uno strumento per esprimere l’universalità ‘spaziale’ dell’azione redentrice di Cristo, Pietro la piega a significare l’universalità ‘temporale’: non c’è generazione che possa dirsi sottratta all’azione salvifica. Ma allora – ecco un problema che emerge – non c’è una storia ‘teologica’ dell’umanità? La tanto conclamata ‘storia della salvezza ‘ sarebbe un equivoco? No: una storia salvifica esiste, ma in senso attivo non in senso passivo. Per parlare barbaramente c’è una storia ‘ salvante ‘ , non c’è una storia ‘salvata’. La vocazione di Abramo, l’alleanza sinaitica, l’incarnazione, la morte di Cristo, la fondazione della Chiesa sono avvenimenti che si dispongono effettivamente lungo la linea temporale e, svolgendo ciascuno una distinta efficacia, si concatenano secondo un ordine e un disegno, cosi da costituire una reale vicenda. Invece la grazia personale di Geremia, di Giuda Maccabeo, di Giovanni Battista dell’apostolo Pietro di san Francesco d’Assisi non entrano a comporre una ‘ storia ‘, non essendo sostanzialmente diverse, anzi partecipano tutte dell’ unica grazia di Cristo.

Possiamo dire che esiste una storia dei principi di salvezza, non una storia delle condizioni di salvezza.

Salì al Cielo.

Mentre le soteriologia latina tende a privilegiare la passione e morte sulla risurrezione (che quasi è considerata più come vittoria personale di Cristo che come evento fondamentalmente redentivo) e a privilegiare la risurrezione sull’ascensione (che sembra avere più natura di complemento e di ornato che di sostanza), il Nuovo Testamento ci propone una prospettiva un po’ diversa, nella quale, l’ascensione assume una funzione determinante; determinante perché con essa si invera e si eternizza l’unico sacrificio della Nuova Alleanza (Lettera agli Ebrei), si chiude il cerchio salvifico (San Giovanni) l’universo è colmato dalla presenza di Cristo (Lettera ai Colossesi), il Risorto acquista un dominio che si estende perfino sul mondo angelico (Lettera di Pietro).

Con l’ascensione, la regalità di Cristo trascende anche quella di Davide ed è proclamata al cospetto dell’universo la sua signoria cosmica e la sua messianicità : ‘Davide infatti non salì al cielo… Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Messia quel Gesù che voi avete crocifisso ‘ (At 2,33-36).

Siede alla destra del Padre.

Possiamo adesso tentare di formulare qualche rilievo, a conclusione della nostra indagine. Che un uomo – appartenente alla nostra famiglia, costituito nella nostra stessa natura – stia ‘ alla destra del Padre ‘ , cioè sia entrato a partecipare nel modo più intenso pensabile alla divina intimità, e quindi alla divina potenza sull’universo, questo è l’evento che sta al centro di tutta la visione cristiana delle cose, questo è l’elemento primario e caratterizzante della nostra fede. Sicché se ci si dimentica di questa centralità, o deliberatamente la si relega in secondo piano, o la si lascia tra le idee risapute e psicologicamente inoperanti, l’intera prospettiva offertaci dalla Rivelazione divina si altera o almeno risulta sfocata. Oggi sta prevalendo una presentazione ‘debole’ del cristianesimo, che ferma l’attenzione soprattutto su ciò che è ‘imitabile’ di quanto Cristo ha compiuto: l’amore per il prossimo, l’aiuto ai poveri e agli sventurati, la donazione di se stesso agli altri. E’ un’ attenzione giusta, doverosa, irrinunciabile, purché non si sovrapponga a quella primaria dello stato di gloria e di potenza raggiunta da Gesù di Nazareth; stato che è la fonte ontologica della ‘umanità nuova’ e quindi anche della ‘carità’ che è l’anima di tutta la vita ecclesiale.

Anche la contemplazione del Figlio di Dio crocifisso, e quindi umiliato e sofferente ­tipica della pietà occidentale – è preziosa per noi, che stiamo vivendo nelle nostre vicissitudini personali e comunitarie l’esperienza della sconfitta e del dolore come via obbligata alla redenzione. Ma non può farci dimenticare che il Vangelo è essenzialmente un ‘buona notizia’ cioè l’annuncio di una vittoria e di un trionfo sovrumano raggiunto: la vittoria di Cristo, che è anche rivincita dell’uomo sulle forze del male; il trionfo definitivo del Capo come premessa al trionfo del Christus Lotus.

Appunto perché sta sempre più o meno rivivendo il mistero della salita al Calvario e sta verificando quotidianamente la sua fiacchezza di fronte ai poteri mondani, la Chiesa deve tener sempre desta la convinzione della forza del suo Salvatore. E’ il pensiero di san Paolo che dal Signore raccoglie la parola consolante: ‘La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza’. e perciò non esita ad affermare: ‘Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte ‘.

A chi appassionatamente condivide l’esperienza ecclesiale, troppe volte Gesù appare sconfitto e quasi estromesso dalla storia esteriore del mondo; ma proprio per questo noi abbiamo bisogno di sapere e di ricordare che già adesso il vincitore è lui, ed è lui che dalla destra del ‘Benedetto’ muove e guida la storia vera dell’universo e dei singoli secondo il suo disegno e la sua volontà, che sono perfettamente conformi al disegno e alla volontà del Padre.

Di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

Infine, il Credo parla del ritorno di Cristo. Ritorno che spiego riprendendo una catechesi molto lucida del cardinale Dionigi Tettamanzi.

C’è ancora un aspetto del mistero di Cristo che chiede di essere considerato. È quello del “giudizio”, che pure è parte integrante e costitutiva della fede cristiana. Sì, Ge­sù – proprio perché è il Figlio di Dio, il Salvatore, il Si­gnore che sta alla destra del Padre – è anche” giudice”. È colui che «raggiunge la persona col suo sguardo pene­trante e creatore e la porta alla piena conoscenza della verità su sè stessa davanti all’ eterna verità di Dio».

Così il “Credo” esprime questo mistero: «di là verrà a giudicare i vivi e i morti».

Un avvenimento che dà senso alla storia

Il Signore «verrà». Con queste parole noi diciamo che c’è una “seconda” venuta del Signore. Il duplice movimen­to vissuto da Gesù nella storia -la discesa del Verbo eterno di Dio con l’Incarnazione e il suo ritorno al Padre – si ripete in una seconda venuta e in una seconda risalita al Padre. Il Signore, dunque, ritornerà! Questo suo secondo, ultimo e definitivo “venire” verso di noi e per noi viene qualificato dal Nuovo Testamento anche come “parusìa”, cioè un ‘farsi presente”, come un “rivelarsi”, un “manifestarsi”, come un “ritornare”.

In ogni caso, con quelle parole, noi diciamo che c’è un avvenimento che costituisce l’oggetto della nostra attesa. È un avvenimento che non è ancora accaduto; è qualcosa di nuovo che veramente accadrà. Lo aspettiamo come l’ultimo avvenimento non solo della vita di ciascuno di noi, ma dell’intero cammino dell’umanità.

Professando la nostra fede nel Signore che «verrà», noi crediamo che la storia non è un vagare senza senso, senza meta e senza termine. Crediamo che c’è un termine per la storia e per ogni uomo. E questo termine è l’incontro con il fatto centrale e decisivo di tutta la storia, con Gesù Cristo, morto, risorto e glorioso. Il termine è la definitiva e risolutiva presenza del Risorto a ciascun uomo e a tutti gli uomini e di questi a lui. È una piena e indistruttibile relazione di comunione tra Gesù e l’uomo, partecipi insieme della stessa gloria e della stessa vita di Dio Padre.

Il testo del “Credo” specifica “da dove” il Signore «verrà a giudicare i vivi e i morti». Verrà «di là»: “dal cielo” al quale era salito, ossia dalla pienezza di vita cui Gesù è giunto e che noi abbiamo pregustato già ora, ma non ancora sperimentato in pienezza. «Di là» significa a partire dalla sua comunione con Dio.

Gesù verrà dal cielo per estendere a noi la sua partecipazione alla gloria del Padre. Venendo «di là» egli esprime la sua volontà precisa e determinata di renderci partecipi per sempre della sua stessa gloria della sua stessa vita. Ce lo ha assicurato lui stesso: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti… lo vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io».

Proprio l’assicurazione di questa sua venuta per “portarci” dove è lui ci fa comprendere che anche se non siamo già dei risorti come lo è Gesù questo è il nostro unico e vero destino. Noi siamo fatti per la reciproca, definitiva “presenza” del Signore risorto a noi e di noi a lui.

Ci viene detto “da dove”, ma non ci viene detto “quando” il Signore verrà. Sappiamo, però che «la venuta di Cristo nella gloria è imminente (cf Ap 22, 20), anche se non spetta a noi “conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” (At 11 7; cf Mc 13, 32). Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento (cf Mt 24, 44; 1 Ts 51 2)».

La venuta gloriosa di Cristo è oggetto di speranza. È la grande speranza escatologica del ritorno del Signore. È quella speranza che ha fatto vibrare la primitiva comunità cristiana fino a toglierle quasi ogni attenzione all’impegno morale. È quella tensione verso il Regno che spingeva san Paolo a predicare il distacco dagli affetti e dagli interessi di quaggiù. Una speranza e una tensione che in noi si sono forse affievolite o addirittura smarrite e che chiedono, invece, di essere ritrovate e coltivate nel segno di una grande vigilanza.

Credere che il Signore «di là verrà a giudicare i vivi e i morti» significa essere vigilanti «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo», come ci viene richiamato dopo il “Padre nostro” in ogni celebrazione della Messa. Significa vivere l’atteggiamento proprio di chi «tiene salda la speranza, non permettendo che sia insidiata la sua condizione di figlio, mantenendo la tensione del desiderio di vedere il volto del Padre e difendendola dall’ afflosciarsi nel presente, dal lasciarsi imprigionare dalle banalità quotidiane».